Still Alice può avere una doppia lettura: quella di onesta, convenzionale biografia, priva di ambizioni artistiche e volta a produrre un messaggio sociale ed umano.
Ma Still Alice è anche un film pericoloso, che struttura un mondo in cui la malattia diventa il solo rifugio per la protagonista (del resto la Moore è talmente brava da riuscire a stratificare un personaggio cognitivamente alla deriva.). Una lettura, questa, che non credo fosse nell’intenzione degli autori; semplicemente uno “scarto” filmico, un effetto collaterale che mi è balzato agli occhi.
“Hai avuto una vita rimarchevole” – dice Alice a se stessa; “Una carriera eccezionale, un bel matrimonio, tre figli”. Alice, insegnante accademica, moglie, madre comprensiva, ottima cuoca; capace di scrivere un testo di linguistica tradotto in tutto il mondo ed al contempo cullare tre bambini. Obblighi sociali assolti con ferrea dedizione, dimenticando se stessa in un’illusione di vita. E forse ora, in quei vuoti di memoria, in quel ritorno all’infanzia (la spiaggia, il padre, i giochi) Alice sta recuperando il senso dell’essere. Ed il sorriso finale sembra il dolce smarrimento in una pace ritrovata: “love”.
GEMMA BOVERY DI ANNE FONTAINE
Gemma Bovery è il classico esempio di film che compiace il pubblico in cerca di un sottile piacere intellettuale; sottile quanto sterile e vacuo. Questa vicenda narrata con un doppio registro – quello dell’io narrante di Fabrice Luchini, e quello dell’io onnisciente della regista, entrambi invadenti – resta un divertissement con le leziosità tipiche del cinema francese contemporaneo. I due registri si sovrappongono senza mai armonizzarsi, ed il gioco letterario è talmente scoperto e dichiarato ad ogni inquadratura da non lasciare alcuno spazio allo spettatore pensante. Ci si ritrova con una struttura ingombrante che preordina materiale modesto. La Fontaine cerca di vivacizzare schemi già visti con una regia nervosa e moderna, ma il risultato è meramente illustrativo: un colorato bozzettismo. Luchini è imbarazzante nella sua fissità senile; la Arterton resta un soffio primaverile che non diventa mai vero personaggio.
LA TEORIA DEL TUTTO di James Marsh
Non riesco a decidermi nei confronti de La teoria del tutto. Non so ancora dire se io lo abbia amato o no. Quei fuochi d’artificio sono un colpo basso per i finti cinici come me. Marsh è bravissimo, ti innalza il cuore così come fa con i suoi movimenti di macchina a volo sull’amore di Stephen e Jane. E’ un regista sensibile che pur accondiscendo ai desideri del pubblico, non cerca l’eccesso ma la misura delle emozioni. Il suo pudore ineccepibile è anche il limite del film: Stephen non ha ombre, e la sua relazione con Jane è condotta su un filo armonico che non concede spazio a irruenze, litigi disperati o irrazionalità. Eppure sono rimasta inchiodata allo schermo: il film ha una forza infinita, quella del suo idealismo lineare e costante; e la performance di Eddie Redmayne è uno di quei miracoli cui di rado ci è dato assistere. E infine, lo stupore della chiusa, capace di dare un senso al contempo stilistico, estetico, sentimentale ed esistenziale; per un attimo, è come se rivelasse la chiave di tutta la bellezza dell’essere.
AMERICAN SNIPER di Clint Eastwood
Non volevo aggiungere altre parole a un film così discusso, ma non ho resistito; un film stupendo che ho visto giudicare da molti nel modo più superficiale, “passaparolistico” possibile. Come si fa con tanta sicurezza a sparare le parole “reazionario, nazionalista”, quando sin dalle primissime scene Clint Eastwood ci strazia con quell’inquadratura che contiene, al suo interno, una bibbia e dei soldatini di metallo? Eccoli, gli strumenti dell’educazione di un bambino nell’America più spietata. Per me, American Sniper è una vera esperienza; mi ha sconvolta. E’ impossibile non vedere il tormento che contiene questo film, ed è impossibile non restare meravigliati dalla sua perfetta resa formale. Quegli spazi ridotti, quella visione obbligata in un mirino; Kyle, cane da pastore obbediente e meccanico; la nevrosi del montaggio, che alterna due vite inconciliabili. La forma, da sola, contiene tutta la visione di Clint Eastwood: combina realtà oggettiva ed orrore, lucida concentrazione e pulsioni di morte.
BIG EYES di Tim Burton
In una San Francisco alla “Vertigo”, Tim Burton ambienta il più hitchcockiano dei suoi film, tra cieli azzurri e paesaggi urbani iperrealisti. Big Eyes è un omaggio alla hollywood dei generi; un film dal decoupage classico, in cui le nevrosi, l’oppressione, la tristezza della condizione femminile esplodono all’interno di una metropoli con colori da candy shop. Amy Adams è meravigliosa: è tutto nei suoi occhi, nel modulare lievemente un dolore, nel trasalire d’angoscia. La sua Margaret Keane è una Marilyn Monroe muta e segreta, o una Jane Wyman immersa nella solitudine di quegli anni ’50 violenti e sessisti.
A SERBIAN FILM di Srđan Spasojević
Lontanissimo dagli horror circensi e scatologici alla “Human Centipede”, A Serbian Film è profondo, terribile e senza speranza; un’opera in cui la violenza non è affatto gratuita, che fa a pezzi l’anima dello spettatore desacralizzando le ipocrite fondamenta della nostra società e infrangendo ogni tabù – per rivelare che quegli stessi tabù sono già stati distrutti e infangati dalla vita stessa. Con una regia di grande raffinatezza visionaria ed uno sguardo filosofico che attraversa decenni di cinema rivoluzionario – da Bunuel a Pasolini – A Serbian Film è tra le opere fondamentali del cinema contemporaneo; ma nessuno sembra avere il coraggio di ammetterlo.
BELLUSCONE – UNA STORIA SICILIANA di Franco Maresco
Belluscone è un film straordinario, tra espressionismo e teatro dell’assurdo. Un apologo grottesco che ritrae l’Italia con più verità di quanto abbiano fatto altri filmetti d’intento didascalico (La mafia uccide solo d’estate) e che cinematograficamente risorge dalla propria morte: è cinema che cuce frammenti, realizza un cut-up burroughsiano di stili e vicende – dai colori vivaci e pacchiani dei palchi di periferia, al b/n profondo, insondabile dei ritratti di Ciccio Mira. Tra interviste, flussi di coscienza, immagini televisive, finzioni e realtà, Maresco realizzza un film tanto comico quanto disperato, che moltiplica il senso all’infinito reiterandosi come “mockumentary di un mockumentary”. Talmente vero che non ci si crede.
IL TESTAMENTO D’ORFEO – DI JEAN COCTEAU
Ho sempre amato le sequenze in reverse motion; una delle tecniche predilette da Cocteau per il suo potere poetico. Trovo che il reverse motion sia uno degli specifici del cinema, la sintesi perfetta di forma e contenuto. E’ la rappresentazione pura del desiderio: attraversare il tempo, ripercorrerlo avanti e indietro. Una passeggiata arcana ci conduce al passato per farne momento presente, assieme alla tempesta emozionale che esso comporta. Quante volte avremmo voluto dispiegare il nastro del tempo, ritrovare un momento e secluderci in esso? O semplicemente ridare vita ad un fiore morto – come ne Il Testamento d’Orfeo di Cocteau?
COLPA DELLE STELLE – DI JOSH BOONE
Travestita da teen movie arriva un’opera bella, malinconica, misurata e con un’apertura al sogno che è naturale e priva di sdolcinatezze. COLPA DELLE STELLE ha un respiro che ricorda la nouvelle vague. Spazi e sguardi sono liberi: dei personaggi vediamo le spalle, la nuca, gli occhi, le mani, mentre il mondo intorno non è costretto, limitato; è un’apertura onirica irraggiungibile. Josh Boone è bravo, tanto da far dimenticare la colonna sonora imposta dalla produzione: l’attenzione è tutta sui due meravigliosi protagonisti.
MOMMY – DI XAVIER DOLAN
Guardare il film Mommy, di Xavier Dolan, significa uscire dalla propria vita per entrare in un altro universo, quello di Diane e Steve. I loro corpi, gli occhi vivi e rabbiosi, l’amore. Questi volti ravvicinati, scrutati, “faces” di cassavetesiana memoria, incollati l’uno all’altro, pronti a scarnificarsi e toccarsi. Ed i cieli che si spalancano improvvisi, l’azzurro, la musica che spacca le orecchie, le strade e la memoria. Dolan è un regista che conosce le donne così bene da sorprendere; così come sorprende la sua capacità di descrivere la ferita e la bellezza della giovinezza con occhio puro e poetico, un Rimbaud di fronte ad albe strazianti. Dolan usa tutto il cinema, se ne appropria, ogni inquadratura parla, riluce: tecnicamente perfetta eppure nuda. Questo ragazzo fa il cinema più sincero che esista. Non esita a rompere le regole, a riscriverle: usa il ralenti, le canzoni pop, la sfocatura – ma nessun espediente; tutto sgorga vivo dal suo spirito ribollente. E poi, quel formato che si allarga sul cielo e sul sorriso di Steve: un’emozione forte per un dato tecnico che si fa anima.