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Xavier Dolan ci consegna, con La mia vita con John F Donovan, il suo film più irrisolto, frutto di una lavorazione problematica e di una ispirazione tanto ambizionsa quanto torrenziale, che il regista non riesce ad arginare. La sceneggiatura, scritta assieme a Jacob Tierney, possiede una densità romanzesca che aspira più alla letteratura che al cinema: sovraffollata di personaggi, ma ancor più di dialoghi, fa continuo appello alla parola per “dare forma” a immagini e sequenze. Ne risulta un cinema che non basta a se stesso, soffocato dall’abuso della voce fuori campo e da estenuanti monologhi, ricordi verbalizzati, emozioni indefinite bloccate nella struttura rigida di una frase.
Eppure Dolan non ha perso la sua attitudine poetica naturale nei confronti del linguaggio cinematografico: le immagini conservano quella natura intensamente personale, anarchica, che rende immediatamente riconoscibile il suo sguardo. In La mia vita con John F Donovan ritroviamo le sfocature, i ralenti, la predilezione per il chiaroscuro e i bagni di colore caldo o freddo pronti a darci la temperatura di ogni scena: Dolan fa il cinema più sincero che esista e punta l’obiettivo sul suo cuore. Inoltre, rispetto a tante opere contemporanee, i primi piani di Dolan estraggono una verità mai messa in posa: il giovane regista è bravissimo nel cogliere la realtà attraverso il volto dei suoi attori, confermandosi un autentico umanista, incantato e rispettoso. Cosa rarissima ormai, Dolan riesce a consegnarci intatta la purezza del suo stupore (bellissime, in particolare, le scene con Thandie Newton, con la quale il regista sembra condividere un’affinità elettiva sensibile).
Come nel caso dei film precedenti, ci troviamo di fronte a un’opera autobiografica, un “confessionale” che si esplicita attraverso la messa in scena di confronti tra i personaggi – dalle rivelazioni, alle momentanee e urlate isterie sino alle successive riconciliazioni. L’attitudine dolaniana è di amore e misericordia nei confronti del genere umano: egli ricompone passioni, impulsi, il sentimento acuto del vivere. Alle immagini affida lo splendore emotivo, lo sguardo soggettivo e interiore sulle esperienze, la “rabbia giovane” e la sublimazione amorosa. “Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia, datemi la verità”: la citazione di Thoreau che apre il film sintetizza la posizione di Dolan in quanto homme-cinema.
Ma a La mia vita con John F Donovan manca l’autodisciplina che ne avrebbe fatto un grande film: parole e immagini vivono una caotica giustapposizione e non trovano la propria intima, sommessa conversazione. Rispetto al precedente E’ solo la fine del mondo manca la musica, l’orchestrazione delle parti, la partitura in cui volti e scioglimento dialogico possano trovare una danza comune. La macchina da presa di Dolan continua la sua ricerca libera, il proprio movimento istintivo, ma è incapace di sostenere la presenza di una pluralità di caratteri; il film procede per accumulo, fino all’implosione in un limbo emotivo quanto narrativo. E’ l’affascinante fallimento di un’architettura impossibile, fragile contenitore di pensieri e vite sfuggenti.
” La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore | E’ quella che sospinge la mia verde età; | quella che spacca le radici agli alberi | E’ la mia distruttrice.” scriveva il poeta Dylan Thomas; e forse questi versi sono la chiave di lettura migliore di questa impasse feconda, opera fremente e viva, ma ancora alla ricerca di un’organizzazione formale e stilistica del sentire del proprio autore.
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Tale è TOTDY, film antico e nuovo: come per gli artisti del muto, non esiste il problema della durata; agli albori non vi era uno standard al riguardo e l’opera poteva fluire, contenuta unicamente dall’istinto del suo creatore (“mi sono ispirato a Fritz Lang”, dichiara il regista). La differenza è la fruizione: oggi uno spettatore può entrare all’interno di TOTDY in qualsiasi momento (a metà, all’inizio, vederne solo una parte). L’idea di Refn è sfrenata e ambiziosa: TOTDY è accessibile attraverso differenti punti d'”ingresso” scelti soggettivamente dallo spettatore; quindi indipendente dai lacci dello spazio e del tempo.
TOTDY è un film di Ulmer guardato attraverso il filtro del sogno, un Aldrich sporco e disperato, colorato digitalmente e a cui è stato sottratto il calore; ma in molti episodi, TOTDY è anche un western a campo lungo, in cui il duello al sole tra esseri umani è sostituito da un duello tra due auto che Refn fa uscire/entrare di scena con una reinterpretazione del fuori campo sbalorditiva per audacia sperimentale: per lavorare così sul genere bisogna conoscerlo bene. E ancora, Refn riprende il pulp più lurido e lo adatta alla sensibilità (o assenza di essa) del contemporaneo.
Lo spazio è protagonista principale: le azioni, i comportamenti, gli stati d’animo scaturiscono direttamente dal luogo. Ecco perchè gli episodi più mistici e schizofrenici sono ambientati in Messico (ep. 2, 6) dove lo spazio domina l’animo degli uomini, il calore dissecca le emozioni, la brutalità è senza fine. In Messico, Refn più che mai ferma il tempo alla ricerca del rito: tutto sembra acquisire una profonda, ineluttabile risonanza religiosa, cui sottrarsi è peccato. Magdalena, defunta boss del cartello, è una Madonna nera su cui si riversano devozioni perverse e la cui ombra incestuosa (ep. 6) è la maledizione del figlio Jesus.
Il femminile domina TOTDY: le donne sembrano depositarie di un segreto, laddove l’uomo è puro istinto brutale: che siano dee protettrici quanto vendicative (Diana) o Sacerdotesse della Morte (Yaritza), esse conservano la capacità di veggenza degli antichi, e un legame con dimensioni parallele: la Terra come Villaggio dei Dannati, in cui la donna danza fuori campo (ep.10), spingendo il movimento oltre il visibile, lasciandocelo intuire, immaginare.
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[Parte di uno speciale che comprende
[Parte di uno speciale che comprende The Elephant Man –