ROMA di Alfonso Cuarón

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“Tutte le immagini nascono uguali e libere; i film non sono che la storia della loro oppressione*”, diceva Godard. ROMA cerca il più possibile di mantenere questa libertà, ma Cuarón è uomo di cinema troppo esperto ed intelligente per poter credere ad un cinema fenomenologico, di pura “ripresa” del reale. ROMA stupisce in quanto vi è una duplice tensione: da un lato, Cuarón tenta di cogliere la realtà nella sua interezza, attraverso l’uso della profondità di campo (che non costringe lo spettatore ad una scelta selettiva, ma lo pone di fronte ad una complessità cui dovrà attivamente aderire), la continuità temporale dei piani sequenza, l’ampiezza del campo lungo; dall’altro, ROMA è “discorso” soggettivo ed autoriale: si pensi all’immagine delle feci del cane schiacciate dalla ruota dell’auto padronale, vero e proprio lampo di straodinaria forza politica, attraverso il quale Cuarón sintetizza, in forma di figura retorica, il rapporto tra le classi sociali.

La realtà di ROMA è un respiro ampio, vivo nei panni appesi al sole, nella densità atmosferica del paesaggio, nella lunghezza orizzontale in cui si estende il passo rapido di personaggi, comparse, automobili, animali; ed è, allo stesso tempo, lo spazio irrazionale di rapporti sociali in cui si agita il seme della violenza.
Ma Cuarón non si limita nemmeno al pur forte discorso politico: ROMA è un romanzo che ambisce a contenere la vita, mediante un cinema “totale” dalla forte espressività grafica (attraverso un bianco e nero disincarnato e spiritualizzante) e poetica (nel rapporto tra uomo e natura – il terremoto, le macerie, il mare come forza primigenia, la fragilità del corpo). Il regista supera liberamente le convenzioni narrative/descrittive e fa del suo film una “Recherche” allo stesso tempo classica e avanguardistica.

Ed è interessante notare come ROMA presenti delle analogie con il Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher: in entrambi i film abbiamo una figura centrale la cui costante è la bontà, contrapposta alla violenza del mondo. Cleo, così come Lazzaro, attraversa un’Odissea dalla quale la propria purezza emerge intatta. Il suo approccio nei confronti della crudeltà è di stupore; la sua reazione è una operosità cui piegarsi serenamente. Cleo è una creatura senza tempo, priva del germe della ribellione (a differenza di Lazzaro, la cui santità lo trasforma in martire); nel suo status di “serva” vi è quasi un’ascesi, una luce. La giovinezza, l’ingenuità infantile la portano a trovare conforto nell’accettazione del proprio destino, mentre fuori il mondo è in tumulto.

La qualità davvero mirabile di ROMA sta nella sua capacità di narrare le vicende di Cleo e allo stesso tempo porle in prospettiva, nel grande quadro di una società in trasformazione e nella vastità di una Natura in incessante divenire. Per farlo, Cuarón ricorre ad un linguaggio di grande complessità, monumentale nel suo disegno strutturale, religioso d’una religione laica ed umanista, attento alla dimensione terrena, “bassa” del suo racconto cui però sa sovrapporre un’apertura al cielo (il pavimento bagnato su cui si rispecchia la finestra; gli aerei che si librano in volo, il tramonto solcato dal canto). ROMA vibra di memoria e futuro, realtà e ricordo. Da anni non si vedeva sullo schermo tanta vita, ripresa da un occhio infinito in grado di abbracciare gli spazi, il tempo, con un amore dolcissimo e addolorato per la sua protagonista.

(* Da Introduction à une véritable histoire du cinéma, Paris, Albatros, 1980)

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