LA CASA DELLE BAMBOLE – GHOSTLAND di Pascal Laugier

ghostland*1/2
Ci si aspettava molto da Laugier, il cui Martyrs scosse il panorama horror con un’ambizione filosofica e un immaginario brutale e cupo, ricco di metafore e riconducibile al vuoto esistenziale della contemporaneità. Più accessibile e mainstream il successivo The Tall Man, in cui ritroviamo l’attitudine di Laugier a una visualità densa, stratificata, e una ricercatezza stilistica che quasi contrasta con la “bassezza” della materia narrata.
Ci si aspettava senza dubbio un’opera più autoriale di questo La casa delle bambole (Incident in a Ghostland), banale riciclaggio di temi e situazioni mutuati da horror seminali appartenenti a epoche diverse; un’operazione metacinematografica di grande stanchezza, in cui ricorrono elementi inflazionati, déjà vu e citazionismi agglomerati in un pastiche mai appassionante.

Innamorato della propria brillante erudizione, chiuso in una struttura rigida organizzata attorno ad un colpo di scena centrale, il film di Laugier sembra quasi poter fare a meno del pubblico, tanto è autoreferenziale; e sebbene siano passati più di cinquant’anni dal monito hitchcockiano nei confronti del “falso flashback” – di cui il maestro del brivido mise in evidenza le ambiguità non solo narrative, ma anche “etiche” – Laugier accumula falso su falso, rendendo quasi impossibile distinguere i “fatti” accaduti dai sogni e deliri della protagonista: una scelta che trasforma La casa delle bambole in sterile, per quanto esteticamente accattivante, gioco intellettuale.

Non è difficile individuare le ispirazioni che si affastellano nel film: dal Tobe Hooper di The Texas Chainsaw Massacre (con una pessima imitazione di Leatherface, ma anche la riproduzione fedele di inquadrature o elementi tematici quali il travestitismo), a Rob Zombie (scopertamente citato nel dialogo), a Robert Aldrich (il trucco da “bambola” di una delle protagoniste riproduce il volto di Bette Davis in What Ever Happened to Baby Jane?). E non manca tutto il repertorio di Wan, sia stilistico (jump scares, case esplorate mediante sinuosi piani sequenza) che contenutistico (adolescenti, bambole, maternità disfunzionali). Quanto a Lovecraft – addirittura scomodato con un cameo per illustrarci il potere iniziatico della scrittura – meglio lasciarlo al Carpenter di In The Mouth of Madness.

Incident in a Ghostland è una giustapposizione di elementi, una successione di riproduzioni, uno studio freddo e analitico del genere. A film finito, tutto ciò che resta sono le grottesche caricature dei villain, l’insensatezza della vicenda, il piacere sensibile che Laugier senza dubbio prova nel pestare un bel volto femminile (ma del resto è un horror, e non ci interessa misurare le derive morali del torture porn).

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