THE NUN di Corin Hardy

The-Nun***1/2
La particolarità di The Nun è quella di essere costola di una franchise (The Conjuring) che è l’epitome dell’horror commerciale: eppure, da tanto emblematico mainstream nasce un film affascinante, fedele alla sua avventurosa natura di B-movie e talmente colmo di finezze cinefile da farsi puro piacere per l’appassionato. Il vero soggetto di The Nun è il cinema stesso: è metacinema assoluto, omaggio innamorato al genere reinventato attraverso la riproduzione di codici, linguaggi, sequenze che ne rappresentano i topoi classici.

Coraggiosamente, il regista Corin Hardy (un cinefilo onnivoro e spontaneo che mai si pone intellettualistici e deteriori interrogativi riguardo alla natura “alta” o “bassa” del suo materiale di riferimento) apre il film con un omaggio vertiginoso a Black Narcissus: il film di Powell e Pressburger attraversa The Nun con una presenza sottile e fantasmatica, nei colori, nella morbosità erotica, nell’astrattezza simbolica di tableaux che vedono le suore immerse in un delirante misticismo. Ma The Nun è anche l’horror del muto, dei Carretti Fantasma sperduti in paesaggi brumosi, delle carrozze penetrate negli oscuri territori interiori (come in Nosferatu di Murnau); così come ricorda l’horror della Hammer nel suo assoluto tripudio gotico di nebbie, castelli, cimiteri, candele in un’ebbrezza technicolor rossa e blu. Corin Hardy ama il Fulci di Paura nella città dei morti viventi e lo celebra ricreando la sequenza della bara, di cui riproduce l’emozione claustrofobica, lo sperimentalismo visivo e lo shock (quanta violenza in quel colpo che si abbatte sul coperchio, aggiungendo morte alla morte).

Guardando The Nun si ha la percezione del rapimento provato dal regista nel poter giocare con le proprie memorie cinematografiche, mescolare ricordi e passioni con la tipica irruenza giovanile in cui spariscono le etichette – autori, artigiani, generi e sottogeneri – e resta solamente l’estasi del cinema. I demoni compaiono nelle forme immaginate dal Raimi di Evil Dead, e la mdp si muove con la sua stessa rapidità; e non mancano fantasmagorie di sapore spielberghiano in sequenze d’azione che portano su di sé le tracce mitologiche di Indiana Jones. L’audacia di Hardy lo differenzia profondamente dall’asettica professionalità di James Wan, che però si riabilita, per antidogmatismo e voglia di rischiare, in qualità di produttore del film. L’aspetto miracoloso di The Nun è l’equilibrio che trattiene memorie e citazioni e ne fa un corpo nuovo, capace di incantare anche la pagina bianca che è l’immaginazione di un tredicenne, ovvero il target predefinito del film. Poi, certo, la trama è confusa ed incoerente, e non mancano errori di montaggio: ma a chi può interessare?

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