SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini

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Non pochi interventi hanno messo l’accento, a proposito di Sulla mia pelle, sul suo valore di realtà: al contrario, è opera interamente e scopertamente finzionale (in senso positivo); messa in scena, ri-costruzione, mimesis di un passato ricomposto attraverso testimonianze ed ipotesi. Sulla mia pelle è Cinema.

Cremonini è un occhio interpretante, è osservatore e demiurgo, la cui narrazione asseconda la propria sensibilità e sistema di idee. Stilisticamente opta per immagini spoglie e dreyeriane: interessante soprattutto l’uso della luce che isola il protagonista e lo immortala in uno spazio spirituale. Di Stefano Cucchi viene rappresentato il suo trasferimento in una dimensione di non-umanità, la sua privazione dello status e dei diritti dell’essere umano. Parallelamente, il regista ci mostra un corpo che perde caratteristiche antropiche: oltraggiato, martirizzato. Al corpo naturale si sostituisce il corpo violentato, la pelle livida verde e blu; gli occhi, chiusi, non vedono. Stefano non mantiene la posizione eretta.

Egli diviene un feto espulso, un rigettato della Terra. In quanto non più umano, non più simile, fratello, viene sottoposto ad azioni (trasferimenti,visite mediche, interrogatori) in totale assenza di emozione. L’unico rapporto che Stefano riesce a intrattenere non è con gli altri – muti, ciechi, distratti, colpevoli – ma con le cose: gli spazi attraversati, le mura gelide, il grigio perenne delle carceri. In una scena, la mdp si concentra sul suo volto e lo fa ruotare all’interno dell’inquadratura: Stefano perde completamente l’equilibrio con ciò che lo circonda. La sua esperienza diventa vertigine, costrizione in uno stato orizzontale, in cui nemmeno le infermiere hanno più un volto: sono solo corpi privi di sentimento, voci dure, gesti senza significato, perdite di contatto.

L’intero film è morte: è la storia della fine di un essere umano, sottratto alla vita in un clima di violenza e di abbandono noncurante. La luce notturna della stanza d’ospedale si fa sempre più sovrannaturale: avvolge i resti, illumina il volto emaciato. Nel rigore del suo cinema teso e concentrato, Cremonini trasforma il martirio della carne in trascendenza religiosa.

Le parti più deboli del film sono gli episodi familiari paralleli, narrati in forme troppo convenzionali: inutili forse, innecessari nella loro funzione di raccordo cronachistico. Ma Stefano Cucchi/Alessandro Borghi, al centro dello schermo, inerme e violato, ha la valenza iconica di un dipinto sacro. Il suo volto svanisce in una sfocatura: diviene teschio indefinito. E l’orrore resta negli occhi di chi guarda, per l’oscenità di una morte invisibile.

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