A STAR IS BORN di Bradley Cooper

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Bradley Cooper apre A Star is born con un titolo di testa che, per via del carattere tipografico scelto, ci riporta fugacemente agli anni ’50 . Ma è l’unico omaggio al passato in un film che si impone come un universo estremamente chiuso, un sistema rigido dominato da una forte monodimensionalità formale quanto contenutistica. Cooper dimostra grandi ambizioni nei confronti di quest’opera prima: dalla scelta del soggetto all’enfasi sentimentale, dallo studio coloristico alla teatralità delle performances. Ma registicamente non è in grado di contenere la materia in una forma: A Star is born soffre di mancanza di disciplina estetica e narrativa.

Le scene si susseguono in un abbozzo narrativo incapace di comporsi in racconto: è un film che costantemente sbava, si espande, eccede in lunghezze e soffre di un montaggio dilettantesco. Lo spettatore viene incanalato all’interno dello sguardo di Cooper che è estremamente claustrofobico: A Star is born predilige come linguaggio d’elezione il primo piano e quasi mai si discosta dai volti dei due attori. Una scelta che, lungi dal rappresentare l’intrinseco conflitto dei protagonisti, sortisce l’effetto di una storia d’amore – una Bad Romance, per citare la Gaga – chiusa all’interno di una scatola. Intrappolati nell’ossessivo sguardo ravvicinato di Cooper, i personaggi soffocano e non hanno mai la possibilità di diventare esseri umani: restano mere funzioni, cliché di una storia archetipica che Cooper non riesce a raccontare se non attraverso una superficiale, banalissima drammatizzazione. Anche l’attenzione del regista per il rosso ed il blu, colori dominanti e stemperati in una patica onirica fatta di illusionismi luministici e riflessi, assume un’artificiosità che ne fa un filtro insincero e stancante; come se Cooper avvertisse la necessità di virare costantemente l’immagine imbevendola di sogno e romanticismo.

Di questa vicenda eterna, raccontata con ben altro spessore da registi come Wellman e Cukor, cui si devono le migliori versioni (dense, chiaroscurali, crudeli e capaci di schiudere una polisemia che con gli anni si è solo accresciuta) non resta che un involucro tanto prolisso quanto inconsistente. La visione è pesante proprio per la passività cui viene costretto lo spettatore, costretto ad assecondare le leggi di un sistema-cinema (quello di Cooper) in cui le emozioni sono studiate a tavolino, i sentimenti imposti, la commozione programmata, senza mai una crepa, un’apertura, un’ombra cui affidare l’intuizione della complessità oscura e contraddittoria dei protagonisti. Nella scena finale, l’ultima canzone di Gaga, avvertiamo un brivido di verità liberatoria; ma è ormai troppo tardi.

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