IL FILO NASCOSTO – di P.T. Anderson

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Con Phantom Thread – Il filo nascosto, P.T. Anderson realizza uno studio hitchcockiano minuzioso, realizzato attraverso un distacco filosofico che lo porta a sezionarne la portata estetica, riprodurla attraverso la propria sensibilità di regista cinefilo e formalista.
E proprio questa capacità analitica diviene lo specifico ed il punto debole del film, sontuosa “messa in scena” che non nasconde il proprio artificio: Il filo nascosto è l’opera di un intellettuale al lavoro, e la razionalità che pervade le scelte stilistiche, la scrittura e il coup de théâtre finale escludono un “respiro” cinematografico in grado di catturare la vita. Il filo nascosto è un film “già morto”: un universo saturo, un ricordo di cristallo che riprende vita immateriale, proiettato meticolosamente dalla soggettività nevrotica del regista.

Quello di Anderson è un lavoro artigianale e clinico, sapiente per come mette a nudo le dinamiche strutturali con cui opera un continuo spostamento sulla sensibilità percettiva dello spettatore. Inizialmente viene allestito un dramma memore di Rebecca, La prima moglie: la giovane Alma, accolta nella casa di Reynolds Woodcock, è l’equivalente della Joan Fontaine smarrita e fuori posto, controllata dalla severità della governante Mrs. Danvers (la cui funzione è qui assolta da Cyril Reynolds, che di Mrs. Danvers ha i modi quanto l’acconciatura). Alma sembra la vittima sacrificale di una gabbia maniaco-ossessiva, al cui centro vi è Reynolds, le sue debolezze, il suo genio e un fantasmatico senso di colpa che animano ogni sua azione. Ma la bravura di Anderson sta nell’operare spostamenti sottili, attraverso i dialoghi, gli sguardi, ed una regia incantatoria che sembra avvitarsi su se stessa ma in realtà, ingegneristicamente, opera slittamenti di senso.

Sulla dolce Alma calano nubi; i ruoli di vittima e carnefice si fanno più sfumati e si confondono. Ci accorgiamo del carattere intrinsecamente violento di Alma: il suo controllo passivo, la volontà priva di morale. L’Hitchcock gotico di Rebecca cede il passo ai drammi d’angoscia: Notorious, Il sospetto; in quanto spettatori, ci troviamo davanti ad una protagonista ambigua e pericolosa. Anderson annota scientificamente ogni suo comportamento: ce la mostra nei dettagli, ne studia la devianza perversa, finchè ne comprendiamo la sadomasochistica complementarietà al personaggio del labile Reynolds. Il rapporto tra i due ricorda il fassbinderiano Martha, ma senza l’emozione terribile e nera: è un melodramma raffreddato, gelido, di cui ci viene costantemente ricordato l’artificio, la dinamica costruttiva. Daniel Day-Lewis supporta al meglio le ambizioni del regista con una performance drammatica di istrionica astrazione. Il Reynolds che vediamo sullo schermo è un Reynolds da palcoscenico, capace di assecondare le ossessioni cinefile di Anderson e “recitarle”.

Lo score di Jonny Greenwood ha una funzione fondamentale: ipnotico e ripetitivo, estremamente ridonandante, ci ricorda che stiamo assistendo ad un melodramma che ha un fondo di cupo romanticismo. Ma la musica, intenzionalmente, sembra non fondersi mai davvero con le immagini e con il tono del film. E’ un elemento che viene aggregato, di cui percepiamo l’invadenza: fa parte dell’attitudine scientifica di Anderson a mostrare i propri scheletri compositivi. Phantom Thread è una sorta di prigione all’interno della quale il cinema si dibatte, una teca espositiva da cui non può fuggire.

3 thoughts on “IL FILO NASCOSTO – di P.T. Anderson

  1. non sono del tutto d’accordo con la tua recensione (infatti a me il film è piaciuto molto), ma siccome scrivi molto bene è sempre un piacere leggere i tuoi post!

  2. Come Vincenzo già sa, io invece sono d’accordo con te… e ribadisco in chiave più crudele: chi ha visto “Martha” di Fassbinder (da te citato), o anche “Luna di fiele” di Polanski, è autorizzato a considerare “Phantom Thread” all’acqua di rose, fatta salva la maestria di Anderson, calligrafica ma sopraffina, nel muovere/piazzare la macchina da presa (una maestria che si apprezza, certo, se si *studia* il film, ma che alla normale visione non basta per salvare la baracca) — sugli stessi temi anche “L’età dell’innocenza” di Scorsese (privo però di sado-maso, ma molto più acceso a livello visivo) è molti “gradini” più in alto…

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