
(Note a margine della visione)
Il cinema contemporaneo (in particolar modo americano) degli ultimi anni ci appare depersonalizzato, freddo, paradossalmente incompetente nonostante i team di creativi e tecnici messi in campo: proprio perchè la sovrabbondanza produttiva schiaccia l’autorialità e non lascia emergere uno stile, un’idea. Brutalizzato da eccessi di production design, soffocato da sceneggiature didascaliche in una dimensione priva di rischi e artigianalità, il cinema di Hollywood giace tra gli scaffali del consumo, senza più una connessione con lo spirito del passato – quello dei grandi autori, degli Hawks o Ford, dei creatori di archetipi e interpreti dell’inconscio collettivo.
Nolan, regista inglese, si appropria dell’apparato produttivo statunitense ma lo piega finalmente a una visione, realizzando un film che non nega i codici contemporanei ma li esalta, trasformandoli in arte e consegnandoci un’opera totale. Oppenheimer non solo è coronamento di un “fare cinema” del presente, magnificato in ogni aspetto; ma anche uno sguardo alla storia secondo una molteplicità di prospettive – psicologica, antropologica, pulsionale. Il tutto mediato da una riflessione estetica profonda, che nulla lascia al caso ma lascia convergere ogni componente formale in una macchina narrativa implacabile.
Lo spettatore può sentirsi inizialmente inadeguato, quasi passivizzato da un testo filmico così intenso, ma Oppenheimer non è affatto una struttura chiusa. Il contributo di chi guarda è fondamentale, necessario; Nolan si impegna a instaurare un rapporto tra immagini e pubblico disseminando indizi, confidandosi, chiamando in causa il nostro pensiero sull’oscurità della natura umana.
Posto di fronte al problema di dover organizzare un materiale appartenente a una pluralità di generi – il legal thriller, il dramma psicologico, la biografia – Nolan ricorre a un uso strabiliante del montaggio. La regia lascia spazio alle presenze umane, alla parola, alla centralizzazione del personaggio, ma lo stile è interamente definito dal montaggio, teso a dare movimento, dinamicità e stordire con brevi lampi profetici (lo scoppio, ripetuto e letale), e a creare un vero e proprio discorso formale prima che narrativo. La combinazione delle sequenze è cubista nella sua tensione strutturale: il tempo è organizzato in intermittenze cronologicamente non lineari. Contemporaneamente, i significanti si moltiplicano: il bianco e nero, il colore ipersaturo e classicista, i grandi contrasti luministici, i bianchi accencanti che inghiottono la realtà.
Nolan si conferma interessato allo sgretolamento del reale, a quello spazio di congiunzione tra la realtà e il sogno (o incubo), che trova espressione nel suo cinema: la materia trema, il suono si tuffa nei recessi dell’inconscio.
Colpisce, nella composizione dell’inquadratura, l’ossessione del fuoco selettivo: non c’è profondità di campo poiché, nel suo genio, l’uomo-Oppenheimer è scollato dal mondo circostante. Egli non riflette a sufficienza sulle conseguenze delle sue azioni (lo vediamo già nel rapporto con le donne). La sua personalità prometeica canalizza la nera energia distruttrice del Paese, la sua idea di esistenza si basa sulla sfida – con le avversità, con Dio. Saranno i due bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki a distruggere le sue certezze e precipitarlo nel trauma, lasciandolo però in un’opacità densa e impenetrabile.
Il regista non apre ad alcuna ambiguità etica: l’irresolutezza del personaggio è traccia di un “mostruoso”, connaturato all’umano – Now I am become Death, the destroyer of worlds. Mentre l’America, deforme ricettacolo di pubblico plaudente, trova la propria figura retorica nella rappresentazione grottesca di Truman.
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