LA BELLE ÉPOQUE di Nicolas Bedos

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Il regista Nicolas Bedos pone al centro del suo lavoro la messa in scena, la finzione come allestimento strutturale e teatrale del reale; ma l’oggetto di La Belle Époque  non è, come si è detto, il cinema, il potere catartico della ricreazione filmica e del velo del ricordo; il vero protagonista del film è il sé del regista, proiettato in una versione ideale e narcisistica; un sé al lavoro, colto in un atto creativo che per il pur talentuoso Bedos culmina in un falso epurato dei vuoti, delle discrepanze, dei percorsi sdrucciolevoli del reale.
La Belle Époque è una ricostruzione esibita tanto per il suo protagonista Victor (Auteuil) quanto per lo spettatore, immesso in un racconto dalla struttura intransigente e impossibile da scalfire: siamo trascinati all’interno di una macchina emozionale rigida, in cui il regista Bedos – esattamente come il dispotico Antoine (Canet) – ha predisposto un passaggio forzato attraverso un sequenza di suggestioni emotive, virtuosismi estetici, stemperamenti umoristici e commozioni obbligatorie. Immaginiamo il regista mentre alza il volume della sua invadente colonna sonora, quasi a chiederci (come fa con i suoi protagonisti); “volete piangere, volete un po’ di musica che vi aiuti a farlo?”

Nelle due ore di durata, l’egocentrismo di Bedos non ci abbandona mai: non c’è, per chi guarda, un solo momento di raccordo in cui lasciar vagare il pensiero, far nascere un sentimento sincero di affetto per ciò che vediamo: tutto scorre in una dittatoriale allegria, in un ritmo estenuante che affastella piani-sequenza, montaggio serrato, dialoghi fatti di campi/controcampi in cui inserire schegge di passato, sogni o riflessioni dei personaggi. In quanto spettatori, ci sentiamo costretti ad aderire alle progressioni emotive, ai climax romantici: la musica puntualizza con fare perentorio la direzione in cui dobbiamo gettare il cuore, l’attimo in cui trasalire assieme ai protagonisti.

C’è una sequenza realmente emblematica dell’attitudine registica di Bedos, ed è quando Antoine, per enfatizzare lo stato di alterazione psicotropa e sentimentale di Victor, lo costringe su un letto rotante: La Belle Époque, allo stesso modo, ci blocca in una vertigine ottenuta per mezzo di espedienti, fino a nausearci con l’abuso di movimenti di macchina vorticosi ed una fotografia riscaldata da luci di candela. C’è troppo falso in La Belle Époque: anche i primi piani femminili (di Doria Tillier e di Fanny Ardant) non colgono mai la verità di un volto, ma una bellezza ricercata, fragile, messa in posa.

Si sente, in La Belle Époque, il rumore lontano della Nouvelle Vague: ridotto ormai ad un confuso mormorio, in cui la libertà è diventata vuota estetica e la famosa camera-stylo baziniana un testo irrigidito nelle leziosità di uno stile conservatore, salottiero e volgarmente aggiornato alle fenomenologie contemporanee. Cinema borghese in cui manca l’aria, in cui non c’è un solo spazio di verità, nè un reale movimento del cuore.

One thought on “LA BELLE ÉPOQUE di Nicolas Bedos

  1. I francesi sono sempre francesi. Lei Marcella riesce a farmi vedere lo scivolamento dalla Nouvelle Vogue, attraverso lo strutturalismo di Robbe Grillet, alla “museruola” illuminista che ci ha spalancato cieli, di più, infiniti abissali e sete di conoscenza che, senza riuscire ad addentare il da seni, finiscono per evidenziarsi in museruola filosofica in primis e poi semplicemente formale senza avvicinarsi ai bagliori (quasirivoluzionari) del formalismo russo. Grazie come al solito per queste preziose boccate d’aria

    Il 09/12/19, Frammenti di cinema – di Marcella

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