LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS di Joel e Ethan Coen

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Bisogna ringraziare Netflix, che ha offerto ai Coen la libertà creativa e i mezzi per poter realizzare La Ballata di Buster Scruggs, uno dei “canti d’America” più belli e personali degli ultimi anni; l’quivalente cinematico e western del letterario Gates of Eden (1998) di Ethan Coen, gioiello noir che sintetizzava un’epoca, un sentire formale quanto etico.
La Ballata di Buster Scruggs si articola in sei racconti, ciascuno preceduto da un “plate” illustrativo: i Coen si addentrano subito nelle radici del mito, delle leggende popolari tradotte nei tanti brani musicali che diventano elemento narrativo. La bellezza del film dei Coen è il suo essere una magnifica immaginazione del passato; è un western stilizzatissimo a livello scenografico quanto di scelte registiche. Ogni scena è rappresentata come un quadro metafisico, con i saloon, gli edifici, le banche stagliati su un orizzonte desertico; le campiture coloristiche sono spesso piatte, uniformi e molto vive, le figure umane scarse o assenti. Tutto è sospeso in uno strano enigma mortale.

Il primo episodio, molto breve, dà il titolo al film ed è tra i più divertenti: più che Lynch, come molti hanno scritto, questo primo segmento sembra omaggiare Chuck Jones – ma è anche evidente la convergenza stilistica coeniana con il cinema dell’amico Sam Raimi. Prospettive spericolate, soggettive, movimenti e simmetrie perfette quanto avanguardistiche: i Coen mescolano apologo ed un surrealismo da cartoon. Il secondo episodio, Near Algodones, è un capolavoro di sintesi: la composizione dell’inquadratura, il montaggio, i dialoghi concorrono per darci un quadro folle e filosofico in cui la vita è metaforizzata come un rapidissimo vaudeville, sorridente ed amaro. Ogni immagine è una “storia”, semanticamente esplosiva.

Il terzo episodio, Meal Ticket, è il più bello, sperimentale e complesso; ci rammenta Tod Browning, la poesia dei freaks, la profanazione dell’innocenza. Liam Neeson è un misero impresario circense, mentre la creatura in suo possesso (un grande Harry Melling) è qualcosa di sublime e straziante: un giovane “mostro” abitato dall’anima di Percy Bysshe Shelley. I Coen lo proiettano in un isolamento atemporale, virato in un blu mistico e nebbioso, da cui emergono occhi fieri e uno spirito in tumulto. L’episodio è un’esperienza allo stesso tempo potente e mestissima; un sogno in bilico tra Collodi e le fotografie di Diane Arbus, che spezza il cuore.

Col quarto episodio, All Golds Canyon, torniamo ad un west più “naturale”: un canto tra uomo e natura, in cui però i due autori inseriscono la classica “sfasatura” umoristica coeniana (es. l’inquadratura attraverso le corna del cervo, o gli occhi ammonitori del gufo). I Coen sono troppo colti, troppo consapevoli dell’occhio “assassino” del cinema per restituisci ingenuamente l’immagine di un’armonia; l’essere umano è, per sua natura, schizofrenico e squilibrato e la sua impronta nel mondo è sempre una ferita.

Il quarto episodio, The Gal Who Got Rattled, meriterebbe una recensione a sé, in quanto è l’unico a cercare una dimensione spazio/temporale da lungometraggio; c’è tantissimo cinema in questo segmento – John Ford, Henry Hathaway, Howard Hawks, fino a Raul Walsh (con quel cagnolino che sembra scappato da High Sierra); e c’è una figura femminile delicata ed esangue, un’antieroina all’interno di una violenza cui non riesce ad adattarsi.
La conclusione viene affidata ad un breve “atto unico” – The Mortal Remains – che sembra liberamente attingere, con feroce ironia, all’esistenzialismo sartriano (c’è una vaga rimembranza di “A Porte Chiuse” in questa carrozza che racchiude cinque improbabili compagni di viaggio). Un film-capolavoro, forse diseguale, ma che è un inno al piacere infinito del cinema.

14 thoughts on “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS di Joel e Ethan Coen

  1. Fino agli anni 70 inclusi, in ogni parte del mondo c’erano sempre almeno 2 film western in cartellone: uno americano e uno “autoctono.” Poi la morte di John Wayne in America e la scoperta di nuovi filoni in tutti gli altri paesi decretarono il declino inesorabile del genere, che tutt’oggi può contare su un pubblico molto ristretto: la maggior parte degli spettatori i western non li guarda per principio.
    Tuttavia, negli ultimi anni questo genere ci ha regalato alcuni titoli davvero sensazionali: Django Unchained, The Hateful Eight, Sweetwater, Jane got a gun, Hostiles – Ostili, Woman Walks Ahead, Nella valle della violenza, Lo straniero della valle oscura… certo, ci sono stati anche dei western di indescrivibile bruttezza (The Homesman e Un milione di modi per morire nel West), ma se qualche anno fa ci avessero detto che di lì a poco sarebbero usciti almeno 10 western ad alto budget ci saremmo fatti una colossale risata.
    Buona parte del merito di questa rinascita del western va, oltre che a Tarantino, proprio ai fratelli Coen: infatti furono loro ad avviarla nell’ormai lontano 2011, quando il loro remake de Il Grinta ebbe uno straordinario successo di pubblico (era costato 38 milioni e ne incassò 252).
    Adesso hanno concesso il bis: la mia sensazione è che si tratti di un film molto meno suggestivo rispetto al loro western precedente, ma lo guarderò di sicuro, se non altro come forma di gratitudine per aver resuscitato un genere che amo moltissimo e che perfino un appassionato come me dava ormai per morto.

    • Non c’è alcun dubbio, Wwayne, quando parli di cinema western lo fai sempre con una competenza ed una passione che può derivare solo dall’enormnità delle pellicole sul genere che hai visto nel tempo! Certo, questa è una cosa che conosco bene, da tutti i colloqui che abbimao avuto sin dagli albori del nostro rapporto su WordPress e che forse sfugge agli altri, ma i tuoi giudizi, a volte lapidari, altri incredibilemente benevoli, non sono mai frutto di spocchia o pressapochismo, ma solo da sincero sentimento: per questo, si può anche non essere daccordo con te, ma sempre con il massimo rispetto per la tua cultura!

      Detto questo, mi associo in questo caso alla blogger che ci sta ospitando in questo momento, perché questo film antologico dei Coen l’ho trovato davvero strepitoso anch’io… Poi, essendoci Tom Waits nel capitolo più bello, non potevo non appezzarlo ed in questo sono di parte!!

      Aggiungo anche che, assieme ad Apostle di Gareth Evan e Roma (quanto si piange!) di Cuarón è forse la cosa più bella fatta come contenuto originale da Netflix , network che ultimamente mi sta invece sempre più inviso, perché mi appare ogni volta come una spelndida quinta da palcoscenico, con un bellissimo panorama, il qule però, se giri l’angolo, si rivela solo un cartellone sorretto da quattro pali…

      • In rete ho letto che Roma potrebbe beccare una carrettata di nomination ai prossimi Oscar, e la cosa non mi stupirebbe: Cuarón è da tempo un beniamino dell’Academy, e i giurati lo adorano così tanto da averlo ricoperto d’oro perfino quando si è cimentato in un genere a loro decisamente sgradito (la fantascienza pura di Gravity). Ti ringrazio moltissimo per i complimenti, e corro a risponderti sul tuo blog! 🙂

      • Diciamo che in generale è un gran bel periodo per i registi messicani ad Hollywood: ad essere maliziosi si ha l’impressione che la mecca del cinema statunitense, come una ricchissima squadra di calcio italiana, sia alla ricerca di nuovi campioni strainieri, da sfruttare per rinvigorire le proprie panchine (pensa solo a quante nuove sleve, a volte anche sconosciute, sono state letteralemnte buttate nella gestione di franchise miliardari come quelli del MCU o dei Pirates of the Caribbean), giacché i campioni statunitensi dopo si appiattiscono su cliché prevedibili… In questo senso l’Accademy (che non non composta da signori di mezza età seduti su poltrone in un salotto lontano dalla realtà, ma è espressione del mondo produttivo americano, sia nel bene che nel male) sta semplicemente registarndo una tendenza (non di moda ma di marketing strategico)… Il che mi ricorda quella specie di grande frullatore hipster che è Netflx, in cui tutti ciò che fa tendenza viene tritato, sminuzzato e poi riproposto in crocchette vegane per un pubblico pagante che si appaga di gustare repliche e reboot di grandi classici moderni ed antichi, rispolverando le estetiche dei vari decennni ’80, ’90 e 2000 in modo superficiale ma più disinibito ed adulto.

      • La tendenza a rimasticare i grandi successi dei decenni precedenti è partita quando Netflix non era nemmeno nella testa dei suoi creatori. Adesso secondo me si arresterà, perché non si contano più i reboot che hanno fatto flop, da Robocop a Point Break passando per Ghostbusters. Il pubblico ha voglia di aria fresca, di robe nuove, di sceneggiature originali, e i produttori presto o tardi recepiranno il messaggio.
        Riguardo ai registi messicani, il mio preferito era Inarritu. Dico era e non è perché, da quando si è lasciato malissimo con il suo sceneggiatore di fiducia (Guillermo Arriaga), il suo cinema ha preso una piega “tutta forma e poca sostanza” che non mi piace per niente. E ovviamente, dato che l’Academy va pazza per i film di questo tipo, Inarritu si è preso i suoi 2 Oscar di fila non quando faceva capolavori ricchi di sostanza con Arriaga, ma quando ha cominciato a fare questi insopportabili film “autoriali.”
        Il suo non è l’unico caso di regista premiato per il film sbagliato: ad esempio, Scorsese è stato ricoperto d’oro per uno dei suoi film peggiori (The Departed), che non vale un centesimo di altri film che ha fatto prima (Quei bravi ragazzi) e dopo (Silence).
        Ora che ci penso, ci sono anche tanti attori che sono stati premiati per il film sbagliato, più che altro per compensazione degli Oscar negati in precedenza. Ma qui si aprirebbe un capitolo lunghissimo, e quindi è meglio che mi fermi qui. 🙂

  2. Ho amato questo film. Pensa che l’ho visto ben tre volte. Nel primo episodio i Coen sembrano prendersi gioco degli stereotipi del western mentre col quarto episodio ti piazzano certe sequenze di puro cinema classico come non se ne vedevano da anni. Davvero un capolavoro.

    • Lo è! Nel primo episodio sono anche visibili le affinità con l’amico Sam Raimi… Comunque, una delle antologie western più belle, innamorate, filologicamente consapevoli e filosofiche nella rivisitazione dei topoi classici del genere. Stupendo.

  3. L’ultimo episodio è di una raffinatezza e di una poetica rari. Complimenti per l’ottima recensione dedicata ad un altrettanto ottimo film (un must per chiunque abbia Netflix).

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