LEATHERFACE di Julien Maury e Alexandre Bustillo

Leatherface****
Ridotto a veicolo di messaggi politico/sociali, o a mero intrattenimento giovanilistico, controllato da un establishment che ne ha fatto il genere d’elezione per la restaurazione dei valori americani, l’horror trova finalmente la sua liberazione in Leatherface di Bustillo e Maury: un film profondamente cinefilo e altrettanto anarchico. Ci voleva lo sguardo acuminato dei due registi francesi per riportare l’horror americano al suo grado zero: un cinema vivo e libero, realizzato in pieno controllo creativo e sprezzante dei nuovi codici contemporanei – la gabbia strutturale, i topoi dello script, la gradevolezza estetica dei protagonisti, la progressione tramite jump scare.

Bustillo e Maury hanno descritto il film, semplicemente, come “ momenti giovanili della vita di Leatherface”,  lampi del passato in cui risiede l’origine traumatica della sua degenerazione. A differenza di Hooper, i due registi non inventano ma reinventano: mettono a disposizione del loro film anni di amore per il cinema horror.
Leatherface ha una grana onirica e immaginaria: la fattoria dei Sawyer è un sogno dentro ad un sogno. Lo spazio su cui migliaia di fans hanno fantasticato – compresi i registi stessi – trova una concretezza, una luce. Il Texas, creato in una Bulgaria selvaggia e primigenia, è un campo invaso dal sole, filmato attraverso i fiori ed il grano; o una notte di luna piena di sapore fiabesco, che tinge di blu i boschi più spaventosi. E’ un’America rappresentata, mentale, con una nostalgia che però non esclude forti sentimenti antiamericani: in primis, la paura dell’irrazionale celato in questo stato di natura brutale e primitivo, incarnato dai “crazy hillbillies”, i gruppi più poveri e rozzi degli USA. Significativa la definizione dello sceneggiatore Sherwood, che considera Leatherface una versione gore del malickiano La rabbia giovane.

Il nucleo familiare del giovane Leatherface è incolto, folle e amorale: le scene iniziali, che vedono la famiglia raccolta a festeggiare una sanguinosa iniziazione, sembrano girate da Tod Browning. Bustillo e Maury hanno una visione “naturalistica” dell’horror: al triviale “balzo dalla poltrona” oppongono una costruzione elaborata delle scene in cui tutto è mostrato. La coppia di registi riprende la visione di Hooper secondo cui l’orrore è connaturato alla realtà e non una sua eccezione; una visione che il basso budget e i ridotti tempi di ripresa sembrano esplicitare con una forza elettrizzante – il sangue, le maschere rozze, gli effetti rudimentali, il contesto rurale, diventano strumenti catartici del genere. Come nel glorioso cinema degli anni ’70, il talento tecnico e artistico dei due registi – capaci di estreme raffinatezze, ad esempio l’uso dei vetri e degli specchi nell’istituto di igiene mentale, o i dettagli “uterini” dall’interno della carcassa – trasforma la povertà in cinema.

Il film di Hooper aleggia in ogni scena, in immagini fantasma – corpi insanguinati, composizione dell’inquadratura, evocazioni sonore, memorie. Bustillo e Maury dirigono senza cautele, senza compromessi, affascinati dai propri personaggi e dalla libertà di condurci attraverso un cinema che traluce di ricordi eppure è anche un hic et nunc, in cui ci si sporca senza preavviso. Leatherface è un orgasmo che esplode, finalmente, dopo anni di horror profilattico.

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