SAMP di Antonio Rezza e Flavia Mastrella

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“In Italia non esiste più il cinema indipendente”: così al Bellaria Film Fest, presentando Samp, Antonio Rezza ha espresso la sua profonda avversione nei confronti di logiche e modalità produttive degenerate. Il cinema – così come il teatro – è per i due autori una forma espressiva cui è necessario garantire una libertà che lo stato delle cose attuale non è in grado di offrire. Samp è un film non compromissorio, intessuto di reale e immaginario, di dato storico/sociale e intervento iconoclasta: proprio la sua irriducibile differenza ha reso estremamente complessa la gestazione dell’opera, che ha impiegato vent’anni per vedere la luce. Un periodo durante il quale gli interpreti sono invecchiati, qualcuno è morto: amaramente, Rezza commenta che questo tragicomico iter si potrebbe adottare per non pagare gli attori e risolvere la crisi economica del settore.

Vent’anni per un film che però si dimostra estremamente giovane, povero ma bello, audace nella tecnica e brillante per le intuizioni. Il cinema non è per Rezza e Mastrella un linguaggio alternativo approcciato in forme dilettantesche: al contrario, Samp è sorretto da una visione, da una concezione del mondo che gli autori trasferiscono sullo schermo con un uso estremamente personale e disinvolto dei mezzi del cinema, mai improvvisato. A partire dall’uso del nastro adesivo applicato sull’obbiettivo per simulare il formato 16:9 (“non erano ancora i tempi della post-produzione in digitale”, spiega Mastrella), Samp dichiara la sua natura di opera orizzontale: “cinema da strada” secondo la definizione dei due artisti.

Samp si muove lungo due coordinate: quella dello spazio, esplorato in una orizzontalità obliqua e sghemba, e quella del ritmo (musicale) che estrae il tempo dallo spazio stesso. Non c’è una cronologia tradizionale, ma una consequenzialità di luoghi scandita dalla musica: la colonna sonora viene utilizzata per circoscrivere, definire, imprimere un sentimento all’immagine.
La macchina da presa e il suono rappresentano i personaggi principali di Samp, al cui interno si agitano stralunati protagonisti – tra cui l’Artaud impazzito interpretato da Rezza – disseminati tra i borghi della campagna pugliese, in un labirintico paesaggio scabro. E’ l’arte a reinventare queste comunità apparentemente sospese ai margini del tempo e dello spazio: le strade, le case bianche di pietra, le piccole piazze diventano il palcoscenico di un vaudeville surreale di caratteri. A differenza di tanto cinema italiano, ogni minuto che scorre sullo schermo è perfettamente integrato nella partitura complessiva del film: non una inquadratura di troppo, non una sbavatura a corromperne il disegno. Samp è non-convenzionale e sfuggente alle logiche comuni dell’interpretazione, ma la sua natura di film ribelle cela rigore strutturale: lo studio e la passione nei confronti del linguaggio cinematografico ne fanno un’opera serissima.

La morte è il fantasma la cui ombra si posa su tutto il film: morte simbolica della tradizione, morte pulsionale come uccisione della madre, morte della famiglia – la cellula chiusa, l’esclusione dal mondo – morte come agente irrazionale della nostra umanità. Parallelamente, un’energia forte corre lungo Samp, espressione delle passioni, del desiderio – sessuale, intellettuale – e dell’amore. La distruzione è propulsione vitale, vertigine dell’esistenza umana la cui essenza è sempre spuria. L’occhio di Rezza e Mastrella scruta nel fondo delle nostre contraddizioni e prova piacere nella messa a nudo dell’osceno: la sua scarnificazione è purificatrice e incarna il sogno di un’arte libera. Il climax nell’anfiteatro di Galatina, con una velocissima panoramica a 360°, rappresenta il deragliamento definitivo, l’ipnosi centrifuga dalla vecchiezza stantia di tanto cinema contemporaneo.

Rezza e Mastrella, grandi sperimentatori e altrettanto grandi umanisti, coinvolgono passanti e non professionisti nel loro progetto irruente ed esplosivo: i volti anonimi si illuminano di stupore e cogliamo il sorriso della realtà. I corpi si lasciano filmare, toccare e uccidere dalla macchina da presa.
“L’arte dovrebbe obbedire solo a se stessa”, afferma Rezza: una dichiarazione rivoluzionaria in un’epoca di puro marketing. Un cinema del genere, bruciante e alieno, oggi è costretto a vivere nell’ombra. Esigere la sua liberazione sta alla nostra responsabilità di spettatori

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