IL SIGNOR DIAVOLO di Pupi Avati

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Avati è, senza dubbio, un autore fedele a se stesso: una qualità che nel regista significa ricerca costante, ambizione al disvelamento di un grumo di verità artistica, viaggio attraverso una condizione dello spirito che non lo ha mai abbandonato, diventando personale filtro misterico. Il Signor Diavolo attinge al medesimo, antico contenuto “iniziatico” che ha informato il suo cinema horror precedente – quella cultura contadina densa di leggende, credenze popolari e suggestioni estetiche – rinnovandone la poetica: il regista ricostruisce un paesaggio familiare e caro a molti spettatori, abitandolo di un nuovo terrore.
Tratto dal romanzo omonimo pubblicato da Avati nel 2108, Il Signor Diavolo mette in scena un male ineluttabile e ancestrale: la sofferenza spira attraverso l’indistinto, le nebbie, l’invisibile; ma è anche rintracciabile nei volti dalla forza espressionista, solcati dalla fatica e dalle pulsioni, lividi di terrore o brutalità. I luoghi, che la fotografia di Cesare Bastelli popola di memorie fantasmatiche, alludono costantemente a una dimensione altra.

Al movimento, la macchina da presa preferisce la suggestiva fissità di inquadrature in grandangolo: la deformazione prospettica è indizio del male, ma anche chiave antropologica, presa diretta su una cultura che osserva le cose con occhio deviato da paura e superstizione. Avati è uno straordinario osservatore in cui si sovrappongono il cattolico praticante, l’artista visionario, lo scienziato razionalista: questo sguardo plurimo amplifica il senso del Sacro (e il suo deragliamento), che il regista coglie in tutto ciò che filma.
Ogni inquadratura è già passato, apparizione dai tratti mitici, in un trionfo di “gotico maggiore”: la trascendenza del Delta del Po, i quadri di quotidiano orrore, le immagini di malattia e morte, l’angoscia dei vinti. Su tutto si posa la religione, cappa nera che sottrae luce (razionale) e inchioda l’umanità ad un destino di peccato e colpa.

Non è, Il Signor Diavolo, un film perfetto: le debolezze sono soprattutto ascrivibili alla sua ascendenza letteraria, ad una verbosità talvolta farraginosa e irrefrenabile (come nel faticoso prologo): ma Avati è capace di dipingere un quadro mirabilmente vivo del nostro passato, tra storia e immaginazione, tra ritualità arcaiche e respiro spirituale. La sua ispirazione scorre limpida, la sua volontà d’artista non è affatto minata da stanchezza ma ancora scossa da orrore puro, di cui il suo cinema è il linguaggio magico, codice interpretativo tra sogno e trauma.

2 thoughts on “IL SIGNOR DIAVOLO di Pupi Avati

  1. “La sua ispirazione scorre limpida, la sua volontà d’artista non è affatto minata da stanchezza ma ancora scossa da orrore puro, di cui il suo cinema è il linguaggio magico, codice interpretativo tra sogno e trauma.” incornicerei questa frase che illumina l’uomo affascinato da un gotico ancestrale ma autentico che il nostro cinema (troppo ispirato da americanofilia) ha colpevolmente trascurato. Con le proprie radici si devono fare i conti, sempre, poi l’artista deve trovare la forza per scrollarsi di dosso le eventuali scorie di sudditanza e i timori. Per me, comunque, se la batte alla pari con Mario Bava, diversissimo per talento e poetiche, per autenticità di emozioni e ribolliture sommesse d’inconsci incastrati al proprio vissuto. Il resto va alla storia del nostro cinema che è fatto di luci ed ombre, genialità e mestiere, povertà e ricchezze di momenti, testardaggini provinciali e pochi ma furibondi squarci di sublime.

    Il 02/09/19, Frammenti di cinema – di Marcella

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