DISOBEDIENCE di Sebastián Lelio

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Se Una donna fantastica era un film tanto bello quanto fuggevole – quasi poggiasse su una casualità viva e vibrante, in cui il talento del regista si incontrava con una protagonista talmente brava da “divenire” il suo personaggio e trasmetterci l’emozione nel suo farsi – Disobedience è opera che nasce da una differente necessità: il regista ricorre ad un impianto strutturale “forte” che la rende più complessa, ma anche meno libera.

Lelio placa l’intensità coloristica e il movimento quasi in presa diretta della sua regia precedente: ne risulta un film controllato, meno vitale, eppure di grande fascino nella sua imperfezione. La scelta di una struttura circolare ed una sceneggiatura estremamente rigida limitano il respiro di Disobedience, girato quasi totalmente in interni. La Londra è quella delle case soffocanti, sviluppate in verticale, dai piani stretti e dai tetti spioventi; le dolenti protagoniste interagiscono quasi sempre con le “spalle al muro”, bloccate metaforicamente quanto spazialmente. Lelio cede allo stereotipo del paesaggio urbano grigio e nuvoloso e lo riflette sui volti delle sue attrici: struccate, sbiancate da perenne luce invernale, Ronit (Rachel Weisz) e Esti (Rachel McAdams) interpretano sulla propria pelle l’assenza, il vuoto; scambiano sguardi e poche parole scarne, con una costante allusione ad un altrove e un non detto.

La forzata tensione tra Ronit e Esti è spesso enfatizzata eccessivamente da Lelio, che pone le sue protagoniste in uno stato di angoscia artificiosa, unita ad una certa teatralizzazione dei dialoghi (con echi da Cechov a Tennessee Williams). Tutti gli attori in verità sembrano far parte di un grande allestimento scenico, ciascuno con una parte da “ripetere” più che da interpretare: e qui, paradossalmente, risiede anche il fascino di Disobedience: Lelio insegue il dramma in quanto genere, lo ripercorre con la memoria attraverso le sue declinazioni e ne afferra brandelli per farne un film-fantasma, sui cui aleggia costante un sentimento di morte.

Nella sua ricerca di un’autorialità Disobedience molto spesso fallisce, ma reca il segno di uno stile, l’ambizione ad un’altezza. Lelio ci offre una “natura morta” in cui serpeggia l’inquietudine, incarnata non tanto dalla fredda passione tra le due donne, quanto dal vero germe estraneo: il personaggio del giovane rabbi (un grande Alessandro Nivola). Mutevole e sofferente, il Dovid di Nivola è il cuore sentimentale del racconto: si libra sui numerosi cliché della sceneggiatura, rende impalpabili le forzature di trama ed è la vera “disobbedienza” che scuote la ricercata cerebralità del film. Dovid offre la sfocatura, la vertigine; salvando Disobedience dalla sua stessa cifra stilistica.

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