AKIRA (1988) di Katsuhiro Otomo

akira*****
Guardare Akira oggi significa poter godere di un’opera d’arte che nulla ha perso in potenza, veggenza e complessità filosofica. Film fondamentale, Akira fu il risultato di uno sforzo produttivo monumentale che convogliava al suo interno un ribollire di tensioni estetiche ed etiche ancora informi: Otomo seppe captare la necessità di una nuova forma di animazione – convergenza di tecniche tradizionali e digitale – dallo stile scrupolosamente realistico su cui aprire squarci di assoluta visionarietà. La Neo-Tokyo del 2019 intercettava l’immaginario post-atomico dei decenni a venire, variamente declinato ma con la costante di una malinconia accresciuta dalla freddezza tecnologica stagliata su ogni superficie visibile.
Grattacieli, strade, agglomerati di edifici luminosi, schermi perenni a riempire i vuoti di un’esistenza alla deriva: Otomo imprime al suo paesaggio urbano uno stile unico, spezza linee, irrompe con luci oblique, movimenta l’immagine-cinema con la libertà espressiva del fumetto, reinventando le prospettive.

Il film contiene sequenze di strabiliante modernità, tra cui l’avanguardistica corsa delle motociclette: Otomo segmenta molto la scena, orchestra perfettamente la velocità alternando inquadrature dall’alto, panoramiche, dettagli, soggettive, con risultati di eccitante dinamismo. Paradossalmente, l’immersiva scena della gara di Ready Player One (2018), giocata tutta in una desensibilizzante soggettiva, appare più datata delle spezzature futuriste di Otomo.

Akira è una summa del pensiero, delle tendenze artistiche e delle paure di un’epoca. Grava pesantissima sul film l’ombra dell’atomica, l’orrore della guerra e delle sue conseguenze disumanizzanti. Il potere è interpretato in ogni sua connotazione demoniaca fino allo sfacelo fisico dell’adolescente Tetsuo, investito di una forza che va oltre le sue possibilità organiche. Akira anticipa, insieme al cinema di Cronenberg, una nuova fascinazione/orrore per l’organico e la sua decandenza; e contemporaneamente metaforizza la paura di un potere ipertrofico nell’immagine di un corpo senza controllo, degenerato in mostro straziato da innesti tra uomo e macchina. Nel film di Otomo infuria la stessa sinfonia di carne e metallo che ritroveremo, un anno dopo, in Tetsuo The Iron Man (1989) di Shinya Tsukamoto.

Sarebbe infinito l’elenco delle suggestioni offerte dal capolavoro di Otomo a tutto il cinema a venire: dalle guerriglie urbane al nichilismo desertico alla Mad Max, dalla fantascienza mistica ed evangelica ad un epos delirante ed ultramoderno. Persino l’Eleven di Stranger Things trova le sue radici negli Esper di Akira, un film che continua a trasformarsi ed attraversare il tempo, rinnovandosi ad ogni nuovo periodo storico di cui continua, magicamente, ad interpretare le coordinate.

 

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