I MITCHELL CONTRO LE MACCHINE di Mike Rianda e Jeff Rowe

***1/2
Malgrado la solita retorica familiare e una trama davvero poco originale (dalle inquietudini del coming-of age agli scontri generazionali che l’animazione made in USA ha ormai consumato fino all’osso), I Mitchell contro le macchine è strabiliante come laboratorio artistico e tecnico. Sperimentale come Spider-Man: un nuovo universo e The Lego Movie (i produttori sono gli stessi: i visionari e audaci Phil Lord e Christopher Miller), il film comprime e magnifica stili, deliri prospettici, assalti surreali, 2D e 3D in immagini che lasciano affiorare l’essenza dell’estetica contemporanea immergendola in un sogno acquerellato.

La vicenda messa in scena ripropone i classici confronti genitori/figli e tòpoi ormai usurati sull’adolescenza; la famiglia Mitchell, uguale e contraria a quella de Gli Incredibili di produzione Pixar, è il nucleo protettivo e autoreferenziale cui anela la società americana. Le parti migliori del film vanno ricercate nei segmenti più sfrenatamente nonsense: i robot “buoni” sembrano rubati a un film di Blomkamp o a Il castello nel cielo di Miyazaki, mentre la sequenza della rivolta dei Furbys è un vero attacco all’immaginario nostalgico, un incubo infantile che si moltiplica e serializza fino a deflagrare sullo schermo.

Opera raffinata e cinefila (nonostante le troppe concessioni agli “strumenti del comunicare” contemporanei, dai social agli assistenti virtuali) il film di Rianda si addentra nel territorio avanguardistico di film come Promare di Hiroyuki Imaishi, pur non raggiungendone la folle sinestesia sensoriale. Da segnalare la bellissima colonna sonora di Mark Mothersbaugh.

SPIDER-MAN – UN NUOVO UNIVERSO di Peter Ramsey, Robert Persichetti e Rodney Rothman

SPIDER-MAN: INTO THE SPIDER-VERSE*****
Spider-Man – Un nuovo universo
restituisce allo spettatore tutto ciò che il grande cinema mainstream americano gli ha sottratto: la stratificazione dell’immaginario, la libertà di muoversi all’interno dello spazio dell’inquadratura, e soprattutto un’ambizione sperimentale che fa del film di Peter Ramsey, Robert Persichetti Jr. e Rodney Rothman una vera e propria opera d’arte contemporanea. Un’opera che rispetta fino alle lacrime lo spirito e la specificità dell’arte di Stan Lee e che è protesa a rendere le due forme espressive – cinema e fumetto – due dimensioni comunicanti, interlacciate ma mai annullate l’una nell’altra.

Into the Spiderverse diventerà, siamo certi, seminale nel rapporto tra animazione e fumetto; non solo è un film che finalmente libera l’animazione americana da uno standard sempre più ripetitivo, stanco e autoreferenziale, sorta di coazione a ripetere di stili e codici avvinghiati in una stretta isterica sempre più accelerata; ma nel suo rapporto con il fumetto trova una nuova ispirazione, un desiderio di rinnovamento che lo trasforma in un grande paesaggio contemporaneo.
Ramsey, Persichetti e Rothman sono fedeli a Stan Lee sia nella riproposizione della mitologia del personaggio che nella sua rappresentazione grafica. In Spider-Man – Un nuovo universo troviamo tanto la divisione in “vignette” che un uso dello spazio cinematografico in prospettive infinite: lo spazio è totalmente reinventato, con la potenza del cinema messa a servizio dell’immaginario fumettistico. La vignetta in realtà non è mai un quadrato rigido, ma una forma che può essere spezzata, allargata, esplorata in ogni sua dimensione: anche se visto in 2D, il film possiede una straordinaria profondità. Solamente il modo in cui viene ricreato il “fuoco” cinematografico (con un tratto di indefinitezza a riprodurre la sfocatura) ci parla della cura e consapevolezza linguistica di quest’opera.

Spider-Man – Un nuovo universo è infatti straordinariamente raffinato: porta su di sè i “segni” dell’animazione mondiale – non è un caso se spesso si bagna nella palette cromatica di Akira (1988), di cui riproduce anche una metropoli immersa nella malinconia tecnologica – e possiede la follia e l’abisso estetico/filosofico dei film di Satoshi Kon; ma il film è soprattutto immerso nelle sue radici americane, non soltanto quelle dei Looney Tunes – “that’s all, folks”, commenta con ironica nostalgia Spider-Ham – ma anche del cinema noir con uno Spider-Man Noir perennemente chiaroscurale, solitario come i Nighthawks (1942) di Edward Hopper e disilluso come il Bogart del Mistero del Falco (1941).
Spider-Man – Un nuovo universo prende i vari universi sematici e segnici significativi del ‘900 e li fa “reagire” con la contemporaneità: da questa collisione nasce lo straordinario (dis)ordine di Into the Spiderverse, inteso come creazione di visioni nuove, al cui interno sono reperibili tracce culturali e artistiche storiche sino ad una compresenza con il futuro, esplosiva e sinestetica per lo spettatore.

In tutto ciò, lo Spider-Man di Lee risulta soprendentemente rispettato a livello filologico; i registi riconoscono l’antecedente di Raimi, cui pagano commoventi tributi, ma il film è autenticamente devoto e teso alla corretta ricostruzione/interpretazione dell’originale, tuffato in un presente sperimentale in cui tutto il mondo – o meglio, tutti i mondi – sono “figli” dell’immaginario di Lee; e questo lo rende il film definitivo, il più innamorato, colto e straziante.
Spider-Man – Un nuovo universo bagna di pianto e nostalgia un presente orfano di Lee; ma allo stesso tempo dona al suo fantastico un potere immortale, facendone un’arma artistica con cui attraversare estetiche e sogni.