ROCKETMAN di Dexter Fletcher

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Dopo aver sostituito Bryan Singer alla direzione di Bohemian Rhapsody, salvando il film e trasformandolo in un successo planetario, Dexter Fletcher può finalmente mostrare il suo talento senza il bagaglio di un “girato” che non gli appartiene. Ma la vera libertà è ancora lontana: nonostante Rocketman sia stilisticamente superiore al biopic sui Queen, si avverte la forte presenza di una produzione che appiattisce il narrato e lo schematizza sul modello del film che l’ha preceduto. Fletcher però scalpita, spinge, mira al cielo: pur tra le maglie di un vendibile prodotto commerciale, che inevitabilmente innesca un senso di déjà vu e di cui è facile prevedere lo schema sequenziale, il regista riesce ad apportare momenti di bellezza anarchica e orgogliosamente kitsch.

Abbracciando senza riserve il musical come genere amato e studiato attraverso i suoi codici mutevoli nel tempo, Fletcher sceglie di raccontare la vita di Elton John partendo proprio dalla musica. Ogni canzone innesca un ricordo, un movimento; Fletcher fa della musica uno strumento narrativo e una suggestione estetica, organizzando i movimenti di macchina e il ritmo delle sequenze affinchè si integrino perfettamente alla colonna sonora. Il brano diviene esso stesso storia – stato d’animo, ferita o sogno – attraverso la voce di Elton quanto degli altri personaggi, trasfigurando artisticamente l’esperienza esistenziale. Fletcher eleva il valore di ogni canzone a esperienza collettiva rafforzata attraverso il tempo, trasformata in illusione cinematografica e musicale.

Il suo istinto registico e l’amore per il genere lo portano a riattraversare il musical in percorso fatto di squarci e visioni, attraverso il quale riconosciamo lo spirito dei grandi – da Busby Berkeley a Bob Fosse, fino a Ken Russell di cui Fletcher fa la propria guida spirituale. E’ chiaro che quella di Fletcher è solo un’aspirazione: egli guarda alle fantasmagorie deliranti di Russell come si guarda alle stelle, con una tensione e un desiderio magnifico di cui permea ogni scena.
Talvolta Rocketman ricorda la grandezza della rock-opera Tommy (1975), sia nella potenza immaginativa (si pensi alla sequenza del razzo) che per intensità drammatica: e sarebbe stato bello se Fletcher avesse perseguito la sua inclinazione più autentica e naturale, quella alla follia, all’ebbrezza, all’onirismo iniziatico di cui Russell rappresentò l’artista d’elezione, il più colto e talentuoso, purtroppo oggi quasi dimenticato.

Ma Rocketman resta un instant movie, nato in seno a una tendenza e quindi riscrittura meno rigida di una fabula a noi nota, convenzionale e aderente alle regole del mercato. Bravissimo Taron Egerton, un Elton John vulnerabile e desiderante, finalmente non desessualizzato, mostrato nell’evidenza di pulsioni mai ammantate di puritanesimo; Fletcher sceglie la franchezza e si rifiuta di ascrivere il suo protagonista nell’empireo angelico dove risiede il Freddie Mercury di Bohemian Rhapsody.

BOHEMIAN RHAPSODY di Bryan Singer

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“Il cinema è meglio della vita. Nel cinema non esistono delusioni, tempi morti, è tutto lineare, tutto perfetto” dice Truffaut in Effetto Notte. E Bohemian Rhapsody fa esattamente questo: lungi dall’essere una ricostruzione fedele della vita di Freddie Mercury e dei Queen, aderisce al Mito eliminando tutto ciò che potrebbe essere disturbante o innecessario; una formula su cui Hollywood, soprattutto in epoca classica, si è basata per produrre una infinità di biografie filtrate attraverso polvere di stelle. Paradossalmente, nel film i membri della band rifiutano il concetto di “formula” per riuscire ad imporre proprio Bohemian Rhapsody, brano non classificabile secondo schemi conosciuti; la regia di Singer (e del suo sostituto Dexter Fletcher, non accreditato), invece, asseconda l’idea del manager della EMI: “le formule funzionano”.

I due registi traggono, dallo schema del biopic virato al meraviglioso, conforme all’ideale, permeabile all’immaginario collettivo, un film che è incessante intrattenimento “staccato” dal reale. Del resto, un film su Freddie Mercury è forse ancora più fedele se ambisce all’idea pura dell’artista, se asseconda il suo spirito “larger than life”: “il pubblico vuole toccare il paradiso” afferma in una scena il cantante, anch’egli alla ricerca di una dimensione anestetica che lo metta al riparo dalla realtà.
Bohemian Rhapsody, con un flusso trascinante di immagini la cui forza risiede in un’organizzazione strutturale senza cedimenti, una scalata scintillante, ritmica e avvolgente verso un climax che offre proprio il cielo al posto di una realtà documentaria. Fondamentale, per il progetto, l’apporto di John Ottman, montatore e compositore, cui si deve l’organizzazione delle scene in forma di partitura musicale.

Singer e Fletcher riescono, con una professionalità spaventosa e con la passione di chi vuole ritrarre tutta la luce possibile che emanava dal personaggio, a regalare al pubblico un film “platonico”: un ritratto puro e disincarnato. E’ un Freddie “universalizzato”, in grado di parlare ai cuori di chiunque, interpretato da un Rami Malek talmente devoto da esaltarne la vulnerabilità oltre al talento. Per rispondere a questo bisogno popolare, viene escluso quasi completamente dal film l’aspetto del corpo: è un Freddy non carnale, di cui viene censurato qualsiasi aspetto meramente fisico e pulsionale: niente a che vedere, ad esempio, con Dietro i Candelabri, la bellissima (e decisamente più sperimentale) biografia di Liberace realizzata da Steven Soderbergh, dove la sensualità veniva mostrata in tutta la sua trionfante evidenza.

Bohemian Rhapsody invece indossa un velo di puritanesimo: l’identità sessuale di Freddie, le sue incursioni nei club, gli incontri, le solitudini affogate nel vizio vengono appena accarezzate con un controllato senso del pudore; il film allude, taglia, si sofferma su clichè, e mai abbiamo la sensazione di toccare fino in fondo l’uomo oltre l’artista. In questo quadro, anche la diagnosi di AIDS viene fatta in un contesto quasi religioso, in una luce martirizzante. Ma è il prezzo da pagare per un’opera che ambisce ad essere trasversale e di massa: una perfetta macchina spettacolare ed emozionale, l’immagine allo stesso tempo pudica e potente di una star angelicata.