L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE di Terry Gilliam

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Dopo tanti anni, Gilliam riesce a consegnarci la sua opera concettualmente più ambiziosa e artisticamente più desiderata: ma lo spettatore cosa vede, esattamente? Il problema del film di Gilliam è la sua irriconoscibilità in quanto sistema: è un insieme di parti continuamente centrifughe, un maremoto di ispirazioni, stili, sovrapposizioni di intenti, convergenze umorali, libertà sintattiche. E’ veramente troppo il carico cui viene sottoposto lo sguardo del pubblico, che ha il compito di decifrare, cucire gli strappi, creare ipotesi. E anche se si abbandonasse qualsiasi tentativo di analisi o ricostruzione strutturale, una semplice visione passiva diventa impossibile perchè il film di Gilliam eccede lo sguardo.

Lo eccede in senso deteriore: al cinema totale, inseguito da Gilliam in questa opera-maelstrom che tutto contiene – dalla creazione del testo filmico, alla sua estetica ed ermeneutica – si sostituisce un accumulo “fenomenico” di espressioni artistiche nel loro manifestarsi. La fantasia di Gilliam si dispiega grezza, disordinata, non cerca un’armonia tra le parti.
Nella vicenda di Toby (un Adam Driver pronto a tutto), regista pubblicitario che sembra aver perso negli anni gli ideali e la passione giovanili, Gilliam concentra il ritratto dell’Artista, la sua lotta con l’ardore poetico e l’innocenza dell’arte, il quotidiano scontro con la brutalità annicchilente del reale; ma lo scopo di Gilliam è anche quello di montare/smontare la Macchina dei Sogni, trascinarci all’interno dei meccanismi che muovono la messa in scena – dall’ispirazione alla materializzazione del sogno attraverso la tecnica, fino all’illusione che prende il sopravvento tanto da divorare il suo creatore.

L’immaginazione di Gilliam è rimasta fedele a se stessa, così come il suo linguaggio prediletto: prospettive deformate, smarrimento della figura umana nello spazio, primissimi piani di volti che diventano perturbanti paesaggi; il tutto dispiegato in fantasticherie storico/oniriche e gusto dell’avventura in senso cavalleresco. Gilliam è un creatore di mondi alla maniera di Ariosto e Cervantes: in lui converge il desiderio, il senso del magnifico e del folle, la consapevolezza della limitatezza umana.

Toby ritrova nel vecchio pazzo (Jonathan Pryce, commovente) la fede nel sogno e nel cinema: ma il tutto è pervaso da un senso di morte, di senilità, che Gilliam esprime attraverso una smaccata teatralità della rappresentazione (maschere, fondali, danze, effetti elementari, cgi scopertamente falsa come ad esempio nella ricostruzione del sangue o del fuoco). Toby va donchisciottescamente alla ricerca del suo cinema, di un mondo ormai ridotto a cartapesta: i giganti alla 7th Voyage of Sinbad, un senso parossistico dell’azione tipico del muto, il fantastico alla Melies, le donne fatali e le creature angelicate. Gilliam/Toby si ostina ad inseguire il rimpianto di un “reale oltre il reale” e resta inceppato nelle meccaniche del sogno.
C’è qualcosa di sgangherato in Toby, nel suo mondo felliniano alla Sceicco Bianco; Gilliam ne fa affettuosamente il suo alter ego, e firma un testamento elegiaco ed obsoleto: L’Uomo che uccise Don Chisciotte non è destinato ad attraversare il tempo, ma a farsi polvere, come oggetto troppo malato di nostalgia per poter interpretare il presente.

BLACKKKLANSMAN di Spike Lee

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Spike Lee, con BlacKkKlansman, crea un ibrido che non trova riposo: è nostalgia blaxploitation, tentativo di excursus storico, commedia, quadro umanista; una pluralità di intenzioni che si riflette in un accumulo di stili in contrasto e in una sceneggiatura poco equilibrata. Le parti peggiori sono quelle in cui Spike Lee insegue ambiziosamente la Storia: è lì che il suo cinema si appesantisce, si fa sermone grondante retorica, del tutto privo del potere di denuncia propri dell’incendiario Detroit o, sul versante documentario, del colto e toccante I am not your negro. Il discorso di Kwame Turè, nella prima parte del film, è estremamente rappresentativo delle caratteristiche deteriori della regia di Lee: una scena didascalica, pedante, in cui il desiderio del regista di farsi propugnatore di un pensiero ed una missione interferisce con il cinema, caricandolo di inutili ampollosità linguistiche (come i primissimi piani sui volti estatici degli astanti; una involontaria parodia dei video dei Jackson 5).

Ma quando il film abbandona l’ambizione dei toni alti e si fa puro racconto, il regista ritrova la verve talentuosa e la capacità di analizzare fatti e personaggi, sintetizzando l’azione con movimenti essenziali e focalizzazioni narrative. La parte centrale, che vede l’infiltrazione nel gruppo KKK, è la più riuscita ed appassionante: e non solo per l’economia del racconto di cui è capace Lee, ma soprattutto per la presenza di un attore come Adam Driver. Misurato e naturale, Driver non sembra mai recitare: semplicemente è. Affida a poche sfumature, a cambiamenti impercettibili dell’espressione, ad un uso naturale ed espressivo del corpo la caratterizzazione di Flip Zimmerman. Al contrario, il suo alter ego John David Washington nei panni di Ron Stallworth resta un simulacro, imitazione compiaciuta e caricaturale dei miti della blaxploitation. La recitazione manierata di Washington è la diretta conseguenza delle incertezze di Lee, indeciso se fare di BlacKkKlansman un divertissement settantesco (in omaggio a film come Shaft, Superfly e Coffy) o un biopic impegnato. Driver, spontaneo e taciturno, ci conduce all’interno della cellula KKK, i cui membri Lee sa dipingere in pochi tratti efficaci. Nella loro ignoranza e follia redneck vi è il cuore oscuro, rurale e violento dell’America.

Tutta la parte centrale è tesa, claustrofobica, un constante confronto di sguardi e corpi come “ingombri” fisici in competizione, alla ricerca di uno spazio e di una identità. Lee usa alla perfezione il contesto spaziale – la povertà delle abitazioni, la fredda natura del Colorado, le strade di quartieri retrogradi, bloccati in una sospensione temporale. Questo è il Lee migliore, brillante narratore e umanista; ma viene soppiantato dal predicatore, che si serve delle facili armi del sensazionalismo “sporcando” un cinema altrimenti capace di equilibrare pulizia narrativa e risposta emozionale.

LA TRUFFA DEI LOGAN di Steven Soderbergh

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I film americani migliori, ultimamente, sono quelli in cui vi è la valorizzazione di luoghi e spazi: luogo “antropologico”, nel suo valore di tradizione, formazione, in ultimo identità. Dopo la Georgia di Tonya, il finto Missouri (in realtà monti Appalachi) di Tre Manifesti a Ebbing, La Truffa dei Logan parte dal territorio per definire una condizione dello spirito: tra il North Carolina e il West Virgina c’è l’America rurale dei rednecks, dei luna park (State Fairs), delle corse Nascar; un’America lontanissima dalle metropoli, immersa nei boschi, in cui la distanza tra due città è coperta da ore di guida attraverso impersonali interstate lungo paesaggi senza fine. Qui Soderbergh dà vita al suo personale vaudeville, con un film che pur servendosi di un genere già esplorato in tutte le sue varianti – un crime movie corale, intriso di commedia – trova le sue origini nel cinema della Hollywood classica, per il suo decoupage di intatta perfezione, la sua scrittura musicale e matematica, e una regia funambolica che non contiene una singola inquadratura di troppo.
Soderbergh maneggia la sceneggiatura di Rebecca Blunt come se fosse scritta da Ben Hecht, e valorizza la complessità di una trama che scivola via dipanandosi in scene essenziali: in tal senso, La Truffa dei Logan può essere considerata un vero manuale di regia. La bravura di Soderbergh sta nell’iniettare un’idea classica di cinema con una sperimentazione che trasforma ogni suo film, anche quelli meno riusciti, in un affascinante incontro di passato e futuro.

L’America de La Truffa dei Logan, con i suoi personaggi che vivono ai margini del sogno, derelitti, afasici, destinati ad essere per sempre “mancanti” di qualcosa (il Clyde di Adam Driver è un veterano che ha perso una mano nella guerra in Iraq), sebbene virata nel grottesco, è un’America che ha origini nella letteratura di Steinbeck, attraversa il cinema da John Ford (La via del Tabacco, 1941) al comico dei Fratelli Farrelly fino ad approdare alla revisione di Soderbegh. Il regista fa dei suoi personaggi antieroi emblematici, i vinti di un’illusione americana impossibile da raggiungere, metaforizzata attraverso i concorsi di bellezza e soprattutto le sfavillanti corse Nascar: un sogno di velocità e colore postmoderno, cui è sottesa una stritolante macchina economica nutrita di cheeseburger, bevande spazzatura e sentimenti patriottici.
Si tratta di perdenti cui Soderbergh guarda con amore, che indossino divise da carcerati come in I Am a Fugitive from a Chain Gang (1932) o si ammantino di romanticismo come in un film sentimentale anni ’40 (molto bella la sequenza tra Channing Tatum e Katherine Waterston, trionfo di allusioni e non-detto). La Truffa dei Logan è quasi un musical, in cui i personaggi “danzano” in coreografie che trasfigurano il pessimismo del reale in un volteggiare leggero: cinema-spettacolo che affonda le sue radici in una consapevole amarezza.

STAR WARS – GLI ULTIMI JEDI di Rian Johnson

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STAR WARS VIII
di Johnson è un film in frantumi le cui schegge bruciano, si agitano, fuggono animate da una forza centrifuga in mille direzioni diverse. Il regista ha scritto una sceneggiatura eccitata, senza pace; il film si dirama in innumerevoli sottotesti, mentre stilisticamente si trasforma davanti ai nostri occhi: tragedia shakespeariana, buddy comedy, dramma dickensiano, science-fiction retrò, film d’avventura alla Douglas Fairbanks, fantasia surrealista, installazione avant-garde. Un continuo morphing che talora scivola con naturalezza, altre volte soffre all’interno di un montaggio impacciato. Star Wars VIII è talmente un sogno che sogna se stesso da indurci a riflettere sul destino del cinema, forma artistica che danza pericolosamente sul limitare della morte, ma pronta a rinascere e reinventarsi.

Si ha la sensazione che Johnson abbia voluto ascoltare fino allo spasimo le mille voci che la Saga, nel corso del tempo e per mezzo dell’immaginario collettivo, ha disperso in uno “spazio” parallelo; il suo sforzo è stato quello di trasferire ciascuna di queste suggestioni – che vanno a costituire l’architettura di un mondo fantastico ormai entrato nel Mito eterno – all’interno del suo film. Star Wars VIII è nostalgico ma tende al futuro: i suoi protagonisti sono fedeli a se stessi ma anche alla dialettica che è propria della saga. Guardare le stelle è, poeticamente, divenire; e il film di Johnson si dibatte, talora fallisce, ma continua a mutare pur sottostando al Logos, perenne e armonico, della Forza. Star Wars VIII è un’opera profonda e complessa, sempre pervasa da un senso di incompiutezza, ma umana come i personaggi che insegue, spia, circonda d’amore e analizza per poterne carpire i segreti. Il film dispiega un intreccio romanzesco complesso e ariostesco per lo spirito che lo percorre: un nuovo Orlando Furioso, strutturalmente basato su quell’entrelacement che caratterizzava la letteratura medievale. Armi, amori, sovrapposizione di generi; apertura di nuclei narrativi quasi sanguinanti, che talora restano inconclusi o poco approfonditi, ma che vanno a comporre una grande opera contemporanea.

Star Wars VIII cerca un’identità ed in questo tanto assomiglia ai suoi personaggi: lo spettatore attraversa continuamente “stanze” narrative, ciascuna con un design artistico/architettonico distintivo. Il luogo è specchio interiore del personaggio: il fanatismo goebbelsiano di Hux si dispiega in parate naziste all’insegna di un’estetica feticista; Kylo Ren (un Adam Driver superlativo) è distruzione, ambienti freddi e scabri su cui proiettare il suo fuoco: egli è il vero lucifero miltoniano, l’ambizione dell’angelo che conosce la propria disperazione; Riley si specchia nel colore naturale – grigioverde – dell’armonia con le cose; Luke è sturm-und-drang, tempesta e impeto, eroe tra elevazione e fallimento, ritto su una roccia come il celebre dipinto “Il viandante sul mare di nebbia” di Friedrich. Snoke siede in una stanza che è pura astrazione geometrica e coloristica, simbolo di un potere del tutto disumanizzato.

Ma la parte più bella, inaspettata nella sua squisitezza primonovecentesca è senza dubbio il contatto tra Riley e Kylo Ren, che si sviluppa nel sogno surrealista di una comunicazione oltre il reale, oltre i limiti dell’umano. Come in Sogno di Prigioniero (1931) di Henry Hathaway, i due comunicano da luoghi diversi, arrivando a vedersi e toccarsi: Hollywood è ancora capace di darci vertiginosi deragliamenti dalla nostra triste quotidianità. Star Wars possiede ancora la chiave del sogno, e la sua inconsapevole anima artistica affiora, innocente, dal blockbuster.

SILENCE di Martin Scorsese

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Scorsese legge Silence, di Shūsaku Endō, nel 1988. E’ un romanzo che lo turba profondamente e decide, dopo due anni, di acquistarne i diritti per una trasposizione cinematografica, ma non si sente pronto: la gestazione di questo progetto finirà con l’attraversare più di due decenni, nel corso dei quali il regista si sentirà costantemente inadeguato di fronte alla potenza del libro. Allo stesso tempo però il romanzo si sedimenta nell’animo del regista, lo accompagna, diviene la luce attraverso la quale egli realizza altri progetti; come afferma nell’intervista a Antonio Spadaro, “ho vissuto la mia vita attorno ad esso”.
Proprio con la stessa sensazione di inadeguatezza ci si deve accostare, oggi, al film: e non per mera, ipocrita reverenza, ma consapevoli della sua inafferrabilità, della sua complessità estetica quanto della riflessione profonda che è in grado di indurre nello spettatore “devoto”: e per devozione si intende una devozione al cinema, ma anche allo spirito dell’uomo. Perchè la grandezza di Silence risiede nel suo coraggio di mostrare, nella povertà spirituale del contemporaneo, il rapporto tra l’uomo e la fede: una fede che è sguardo sulle cose, forza al contempo rivelatoria e distruttrice.

Silence affronta le complesse problematiche che ruotano attorno alla fede non solo in prospettiva storica, calandosi nel Giappone del Seicento; ma lo fa in modo essenzialmente soggettivo, riportando, attraverso la figura di Padre Rodrigues, i tormenti, i dubbi, le elevazioni e le cadute che sono state del regista stesso. Scorsese, chierichetto da bambino e seminarista da ragazzo, abbandona l’idea di farsi prete e sceglie il cinema: ma, come racconta nel documentario A Personal Journey Through American Movies, non vede poi molta differenza tra la chiesa e la sala cinematografica: due luoghi in cui vi è sempre, anche quando non è esplicita, una ricerca di spiritualità.

Silence è un film sulla Grazia, sulla capacità di vedere e riconoscere la Grazia come velo che avvolge le cose anche in quello che è un apparente “silenzio” divino: il viaggio attraverso l’esistenza è sempre un viaggio spirituale, cosa che l’epoca contemporanea sembra aver dimenticato.
Scorsese ce lo ricorda, ci racconta di creature umili disposte ad abbandonarsi alla sofferenza e alla morte pur di non perdere il loro credo spirituale, la fede che si concentra, nella disperazione di un’esistenza di stenti, in un oggetto-feticcio, un grano di rosario, una croce, una promessa di Paradiso. Illusione o forza liberatoria? E’ una domanda che ci si pone continuamente di fronte a queste anime che ci appaiono bellissime nel loro martirio.
Scorsese, da sempre affascinato dalle vite dei santi e dalle loro rappresentazioni, ripercorre iconograficamente Dreyer, Rossellini, Pasolini, Cavalier. Concentra, in una sequenza di inquadrature che si imprimono nella mente, tutta la sua suggestione, l’amore e la devozione di ragazzo per il volto di Cristo: un volto che oggi, con lo sguardo esperto dell’adulto, si sovraimprime di significati ma non perde la sua capacità di smarrire e far vacillare l’anima umana.

Silence mette alla prova il credente quanto l’ateo: è un film che scuote l’essere e rimette in discussione i pilastri spirituali, di qualunque tipo essi siano, scelti per erigervi l’esistenza. Scorsese non offre risposte ma racconta un’esperienza, espone dubbi, racconta l’incertezza, il mistero, allo stesso tempo come tenebra e come luce. Lo fa con i mezzi del cinema, quei mezzi che hanno fatto di lui il più grande regista americano vivente e il più grande storico del cinema: in Silence squarciano lo schermo visioni di Ozu, John Ford, Sam Peckinpah, Ingmar Bergman.
Tra i più umili registi del mondo, Scorsese ha sempre dichiarato di nutrirsi di ogni tipo di cinematografia per “arricchire la sua tavolozza” e perché “c’è così tanto da imparare”: in Silence è come se ogni film visto riemergesse per comporre un nuovo, straordinario affresco che mescola generi, stili ed epoche; e che ci illumina con composizioni dell’inquadratura classiche e moderne, fotografia di ascendenza pittorica, immagini ancestrali rubate all’inconscio e al sogno, cariche di inesprimibile potenza figurativa.

Scorsese parla della fede attraverso il cinema, perchè ci sono cose che la parola non può dire, ma l’editing delle immagini, la loro sequenza, può far scaturire nel pensiero di chi guarda. Padre Rodrigues, un meraviglioso Andrew Garfield, contiene in sé purezza e orgoglio, innocenza e colpevolezza. Il suo percorso magnifica le contraddizioni, il buio dell’esperienza umana. Mentre Kichijiro, come afferma Scorsese stesso, è la sua guida: lo conduce attraverso l’errore, innesca un duro processo verso la salvezza.
Silence è, per il pubblico contemporaneo, ciò che i romanzi di Proust e Joyce furono in letteratura per i lettori del primo ‘900: un’opera che non vuole un pubblico passivo, ma chiede attenzione, riflessione, in un viaggio magmatico attraverso il dolore, la bellezza e la grazia dell’esperienza umana.

PATERSON di Jim Jarmusch

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Come il protagonista Paterson torna ad un senso di umanità semplice e umile, che non ha bisogno di telefoni cellulari o computer, così Jarmusch torna ad una regia artigianale e aurorale, a scrivere il suo cinema su un taccuino di immagini in amorosa corrispondenza. Paterson è un film fatto di variazioni sulla quotidianità, in cui ogni giorno è uguale e diverso, ogni strada e ogni volto si colorano di una luce nuova; un film bello e raro innanzitutto perchè indaga il processo poetico nel modo più autentico, cercando di riprodurlo attraverso il cinema. Troppo spesso i film hanno descritto la vocazione poetica come una sorta di furore che si manifesta in un sedersi alla macchina da scrivere colti da improvvisa illuminazione; un esempio su tutti, il recente Giovani Ribelli in cui Daniel Radcliffe, nei panni di Allen Ginsberg, collezionava ogni possibile cliché sulla predestinazione del poeta.
Jarmusch no: mostra la poesia come scelta e attitudine quasi religiosa, come dedizione coltivata giornalmente e che consente, lentamente, alle cose di rivelarsi. Paterson (straordinario Adam Driver, l’attore più sensibile della sua generazione) vive in una sorta di serena medietà emozionale, ed in questo stato di quieta concentrazione lascia che il mondo lo attraversi e si manifesti.

La ripetizione, la vita scandita dalle ore e dalle abitudini, assume il sapore di un rito al contempo terreno e mistico: Paterson non si sottrae snobisticamente all’umiltà di un vissuto anonimo, ma vi si immerge come cosa tra le cose; è solo così, con l’arresa ai gesti, ai doveri e alle responsabilità che il mondo acquisisce ai suoi occhi un valore metafisico. L’ascolto segreto di un colloquio, l’osservazione degli incroci affollati della città, la testimonianza di un’umanità “di passaggio” all’interno dell’autobus fanno della vita di Paterson una continua, rinnovata esperienza poetica; ed è nella solitudine, seduto nei rifugi a lui familiari, che il protagonista lascia emergere le voci stratificate nel corso della giornata. Ecco allora che Jarmusch usa immagini sovraimpresse in trasparenza, per mostrarci visivamente la “spaccatura” nel reale da cui scorre la poesia. Poesia liquida, poesia come acqua: un’immagine che torna più volte, e che fa del poeta una creatura “naturale” (al punto che l’unico personaggio altrettanto “naturale” è il cane Marvin, con cui Paterson ha un rapporto di parità).

Jarmusch compone il suo poema filmico organizzandone le interne corrispondenze, individuando figure retoriche e variazioni, accostando assonanze e armonie. Paterson emerge, a sua volta, come un personaggio su cui è possibile sovraimprimerne un altro: l’autista e il poeta, il marito quieto e l’uomo che “brucia” per la sua donna (come un fiammifero); un matrimonio fondato sulla mutua comprensione, ma anche su segrete paure (“se mi lasciassi, mi toglierei il cuore per non rimetterlo mai più al suo posto”). La poesia è, per Paterson, la composizione armonica delle sue scomposte passioni, l’unico modo per rivelarle a se stesso; e Jarmusch, nell’apparente semplicità del suo poema, crea un universo di segrete simmetrie, di inconsci dejavù, di equilibri visivi: i colori, le forme, gli spazi. E’ un universo simile alla pittura di Hopper, che isolava istanti sottraendoli al tempo (la quarta dimensione) per offrire l’umanità nuda e fragile all’occhio di chi osservava.
“Una pagina bianca a volte presenta molte possibilità”: il film di Jarmusch, come raramente il cinema riesce a fare, è un invito a coltivare il giardino segreto all’interno della nostra anima. E risuonano le parole di Williams Carlos Williams, il poeta di Paterson: “Nessuna idea, se non nelle cose”.

STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA di J.J. Abrams

Star-Wars-The-Force-Awakens-Han-Solo-ChewbaccaQuesto film è un regalo inaspettato e francamente la marea montante di critiche negative (per fortuna bilanciate da altrettante positive) ci lascia sorpresi. J.J. Abrams ha portato a compimento un lavoro difficile ed eroico: offrire un nuovo sogno al pubblico di oggi, senza contemporaneamente distruggere la memoria del passato. Due lembi del sogno si sovrappongono ed è una sorta di miracolo.
Il più grande mistero che Star Wars: Il risveglio della forza riesce ad operare è proprio l’annullamento del tempo. Le sue immagini possiedono un carico di memoria, ma recano anche i segni del presente: sono immagini passate/presenti. Ciò che sembrava morto, ormai solo una fotografia vagheggiata nel ricordo, è di nuovo qui, presente, vivo e mobile.

I detrattori hanno accusato Abrams di non essere stato capace di imporre una visione personale, di non essere un autore; ma cosa vuol dire esserlo? Ciò che il regista mette in atto è qualcosa di magico. Ci vuole un mago per leggere nell’immaginario collettivo di milioni di persone, e Abrams c’è riuscito. Tanta critica non ha compreso che Abrams è “sparito”, autorialmente, per scelta: proprio per riportare alla luce un sogno collettivo, con il pudore ed il rispetto con cui ci si avvicina ad un mondo creato da altri e divenuto da decenni proprietà fantastica di un numero infinito di fan. Un mondo da non distruggere con le interferenze di una “vena personale” o una originalità che non avrebbe avuto senso.

La Storia era già fatta, la mano del creatore Abrams doveva solo riportarla alla luce. E lo fa tramite la scrittura del veterano Kasdan, che è splendida, piena di colpi di scena, di emozione, di mito e di pathos, di tutti quegli elementi che conosciamo e che ci sono familiari. Non è una semplice “ripetizione” del già visto e vissuto: è un ritorno. E’ la vita che ritorna insieme al cinema. Abrams è un genio e lo dimostra con una regia capace di aggiornare la meraviglia originaria alla percezione contemporanea. Più velocità, più effetti, ma il cuore è lo stesso. Un film sbalorditivo. E sfidiamo chiunque a non aver tremato vedendo un semplice soldato – gli stormtroopers sono sempre rimasti anonimi, meccanici, privi di individualità – prendere consapevolezza di se stesso. Quel sangue sul casco bianco. Quel fermarsi e resistere alla guerra, quel senso di orrore che egli prova, e che lo induce a ripensare il proprio mondo. Ecco, chi dice che il nuovo Star Wars è un giocattolo senza vita, non ne ha nemmeno afferrato il valore politico.