MISS SLOANE di John Madden

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Nell’America della restaurazione, della paura e della rabbia, Miss Sloane è stato dipinto come un’opera faziosa e pericolosa, mera propaganda volta a cancellare un diritto sancito dalla Costituzione; e a poco è servita la candidatura della Chastain al Golden Globe. Il film di Madden racconta la storia di Elizabeth Sloane, lobbista algida e brillante, decisa a contrastare la potente lobby delle armi a favore di un decreto che ne regoli il possesso; una vicenda fischiata e derisa dalla National Rifle Association e dalle destre, che hanno affossato il film, giunto a noi con un anno di ritardo dopo un clamoroso tonfo al botteghino.

Ed è un peccato che le strumentalizzazioni abbiano banalizzato il film, penalizzandolo; Miss Sloane è imperfetto e sovraccarico, ma colmo di fascino, uno di quei film “di parola” riallacciato idealmente alla tradizione americana dei grandi sceneggiatori. Il lavoro dell’esordiente Jonathan Perera si fonda su quel dialogo ritmico, arguto, incalzante nato in seno alla commedia classica per poi deflagrare in altri generi. E’ il thriller politico, oggi, è il vero oggetto del desiderio degli scrittori di cinema: nel dialogo smagliante, senza sbavature, affilato d’amara ironia non si giocano più (o non solo) le guerre tra i sessi, ma i conflitti politici e sociali. La parola, in film come Miss Sloane, è un’arma politica. Il film andrebbe visto in lingua originale per capire a che punto l’arte dialogica, tra i professionisti statunitensi, abbia raggiunto un tale livello di musicalità ed astrazione da farsi “forma” sonora di un contenuto scottante. La bellezza della frase la rende più acuminata, più potente. E la Miss Sloane della Chastain è un’artista della comunicazione: capace di distruggere, portare alla luce, innescare un’azione semplicemente con la parola. Ci troviamo di fronte a un’irrealistica intensificazione della realtà: i confronti verbali tra Miss Sloane e i suoi interlocutori traducono la situazione storico/sociale che viviamo in forma sintetica, e la trasfigurano artisticamente.

Il film di Madden è meno concentrato, teso e nervoso della sua protagonista: lascia zone d’ombra, passaggi di disperato abbandono, in cui alla parola si sostituisce il volto solitario di Miss Sloane: una donna che ha intenzionalmente rinunciato alle mollezze femminili, ad illusori romanticismi, fin quasi alla propria umanità. La Chastain è talmente brava da farci intuire il tormento del suo personaggio in uno sguardo, in una tremula linea del viso; i brevi incontri sessuali con un gigolò amplificano la sua consapevolezza di una volontaria esclusione dalla vita.
Le musiche di Max Richter, dalle atmosfere notturne, prevalentemente ottenute per mezzo di onirismi elettronici, rappresentano i luoghi oscuri, le “notti” di Miss Sloane. Elizabeth è messa a nudo nelle proprie contraddizioni, tra granitico desiderio di successo e vulnerabilità controllata dagli psicofarmaci. Il suo autolesionismo la smaschera, e ce la rende cara.

THE DEVIL’S CANDY di Sean Byrne

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Dopo una parte introduttiva anonima e riempitiva, The Devil’s Candy si inoltra, inaspettatamente, in un territorio oscuro e poco praticato dal cinema commerciale: un percorso che adombra, metaforicamente, lo spettro della pedofilia, attraverso la figura di un killer obeso e patetico, sporco in tutti i sensi (un bravissimo Pruitt Taylor Vince). La sua attrazione per i bambini “dolci come caramelle” culmina in una scena di grande disagio per lo spettatore: vediamo il carnefice giacere accanto alla sua giovane vittima, corpo immondo contrapposto ad un corpo innocente, in contiguità. Lo schermo è invaso dai due profili ravvicinati, sullo stesso cuscino, le labbra quasi a toccarsi. Un momento destabilizzante, estraneo a gran parte degli horror mainstream.

Nella rappresentazione del suo assassino, il regista e sceneggiatore Sean Byrne è attento ai dettagli, come il sacco dell’immondizia indossato per evitare gli schizzi di sangue. Una precauzione tanto maniacale quanto grottesca: sotto la plastica gli indumenti intimi sono lerci e ingialliti dal troppo uso. The Devil’s Candy non teme di mostrare il marcio, la corruzione: Byrne gioca con il “brutto” e con il cattivo gusto, incurante di trovarsi in una contemporaneità che ha fatto dell’ horror un genere compromissorio e ripulito. Coerentemente a questa prospettiva, la sfrenatezza urlata della musica metal (che ha una precisa funzione narrativa) si rivela non pretestuosa, ma il perfetto corrispettivo sonoro dell’indecenza delle immagini.

E’ palpabile l’entusiasmo di Byrne nella sua riscoperta di un piacere grezzo: i personaggi sono ridotti a mere funzioni, l’azione procede sospinta da eventi prevedibili e dialoghi accessori; ma il poco materiale a disposizione si trasforma in fervore immaginifico. Un vetro smerigliato è sufficiente per trasfigurare l’assassino in una massa informe e minacciosa; il sonoro diviene segno che prelude alla presenza demoniaca; mentre tecnicamente Byrne si affida all’uso reiterato di una tecnica basilare come il montaggio alternato, vivificato da iperboli cromatiche: i colori del quadro, realizzato dal cristologico protagonista, si mescolano al sangue che scorre.

Si ravvisa un’allusione evangelica, con un Gesù terreno messo alla prova dal demonio, e spinto a compiere il “sacrificio” del proprio sangue: ma Byrne sfiora senza impegnarsi, preferendo (per fortuna) la furia visiva all’approfondimento della parabola narrativa. Con la sua passione volgare e istintiva, lontana dagli smussati professionalismi di James Wan, The Devil’s Candy è puro guilty pleasure.

POLYTECHNIQUE di Denis Villeneuve

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Polytechnique (2009) è la drammatizzazione dei tragici eventi del 6 dicembre 1989 all’École Polytechnique di Montréal, quando quattordici studentesse furono uccise per mano di un giovane folle e misogino. Il film è uno studio sulla natura umana che ricorda, in parte, L’Haneke di Benny’s Video, ma privo della componente di black humour: Haneke inquadra il male da entomologo, senza porre distanze, affascinato di fronte alle peculiarità della nostra specie; Villeneuve invece si concentra sullo spazio e sulla sua divisione, materiale ed anche etica. In Polytechnique, il male è “altro”, entità compresente e separata, esplosione irrazionale pronta a liberare il caos in uno spazio razionale e quotidiano.

Polytechnique si serve della voce fuori campo per raccontarci i pensieri dell’assassino; il film tenta di estrarre una tesi, far rientrare l’orrore in un possibile ordine delle cose indagandone le cause: l’esistenza delusionale del giovane, la sua apatia, l’odio per l’emancipazione “privilegiata” femminile come causa della propria sofferenza. Al senso di minaccia incombente egli oppone la sua perversa logica: i proiettili, l’eliminazione fisica.

Ma non è questa “filosofia dell’orrore” la parte migliore del film: Polytechnique è insufficiente sul piano speculativo, ma radicale sul piano puramente visivo. Le sue immagini, forse oltre la stessa volontà dell’autore, prendono il sopravvento sul “discorso” e si fanno grandissimo cinema: rovesciamenti prospettici, alienate steady-cam, spazi geometrici paranoicamente deformati dall’innesto di una presenza estranea. Il familiare assume la forma della vertigine, il male è obliquo, trasversale, profondo.

La scena, emotivamente devastante, della sparatoria è quella in cui Villeneuve divide, formalmente, lo spazio del carnefice e lo spazio delle vittime. I sopravvissuti osservano l’assassino da sotto un tavolo, celati al suo mirino; lo guardano attraverso uno sguardo tangente e contingente, acquattati al pavimento, mentre lui è eretto, dominatore. Il fucile è un’estensione del suo occhio e del suo potere; salvarsi vuol dire non trovarsi all’interno del suo spazio.
Villeneuve muove la macchina da presa in una “fuga” fluida: corre dai soffitti ai corridoi, sfiora terra, per poi bloccarsi su un corpo inerte: si ferma sulla morte. La scelta del bianco e nero sottrae emozioni sensoriali, ci evita il colore e l’odore del sangue.

Villeneuve, uomo di cinema, riprende derive dell’essere con un’intensità superiore a qualsiasi psicologismo analitico. La sua macchina da presa sa “comprendere”, incrociando i territori del bene e del male, quel caos della realtà che sfugge alle spaurite stanze della logica.

DUNKIRK di Christopher Nolan

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Maturato in oltre 25 anni, Dunkirk è, per Nolan, il film della vita: un’esperienza artistica dai molteplici livelli, capace di coinvolge lo spettatore su tutti i fronti – un vero film “in quattro dimensioni”, tanto è potente il suo assalto sui sensi. Più semplicemente, Dunkirk ci ricorda cosa sia il cinema, slargando letteralmente il nostro sguardo oltre i limiti imposti dalla nostra umanità; è un’opera renitente allo schermo televisivo, pronta a infrangere i confini orizzontali e verticali, per renderci simili a dèi.
Nolan riesce nell’intento di farci vivere gli eventi dal punto di vista dei soldati, senza soggettive ma rendendoci parte – camera a mano, attraverso fughe angosciate e concitate – dell’azione; e allo stesso tempo ad offrirci il dominio sul tempo e sullo spazio, ponendoci in una posizione spazio-temporale privilegiata e inedita. E’ un lavoro enorme, frutto di una visione non solo ambiziosa, ma irriducibile. Nolan si è proteso con tutto se stesso nel trasformare questa visione – chiara e pura come le sue immagini – in cinematografia concreta. Dunkirk è un progetto a base matematica: la struttura numerica, simmetrica del film è il suo elemento distintivo, in cui far confluire l’esperienza umana collettiva.

La matematica come cifra stilistica per razionalizzare/rappresentare, esteticamente e filosoficamente, l’orrore della guerra: eppure in Nolan non vi è alcuna freddezza. Il numero è la sua arma visiva: come accadeva nel muto, l’immagine si fa musica. La guerra diviene una sinfonia di corpi, e l’ordine che vediamo nei movimenti accentua l’orrore: la reazione della massa possiede una segreta armonia che Nolan coglie e ci fa esperire. L’esistenza umana, mostrata nel suo indistinto brulicare, è ridotta anch’essa a numero, ad una quantità: la morte è statistica. Ma Nolan estrae, da questa muta coreografia, il Mito.

Song of two humans”, “Symphony of a city” erano i titoli di celebri film del muto, da Murnau a Lang: c’era, nel cinema antecedente al sonoro, una più accentuata sensibilità al legame tra cinema e musica. Nolan si ispira a quell’antico sentire per dare un futuro al cinema: Dunkirk ha un’audacia avanguardistica, frantuma i codici del film di guerra per dargli nuova forma. Il suo film non lascia scampo: i tre piani temporali creano un complesso contrappunto, la geometria visiva accoglie ampiezze cui l’immaginazione non è preparata, e la colonna sonora è la vita stessa dell’immagine, la sua impalcatura, la sua regola. E’ un film titanico, un canto dell’uomo, la cui sopravvivenza è il vero eroismo.

FEBRUARY (The Blackcoat’s Daughter) di Oz Perkins

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Con il suo arcano, inafferrabile esordio dal titolo The Blackcoat’s Daughter, Oz Perkins (figlio del celeberrimo Anthony) si presenta al pubblico con un cinema personale, memore di suggestioni horror di cui cogliamo la presenza spirituale ma in grado di costituirsi come dimensione a se stante; una dimensione che schiude un varco al nostro voyeurismo di spettatori. Il regista difatti pone una costante attenzione al “framing” dell’immagine: le sue giovanissime attrici vengono osservate attraverso porte ed entrate, dalle quali spiarle con l’occhio perverso del cinema. Perkins è cosciente della morbosità intrinseca nel suo lavoro registico, ma sa trasfigurarla attraverso un meticoloso lavoro formale.

Acerbe e vulnerabili, le tre protagoniste attraversano quella fase di passaggio all’età adulta che è fonte di costante ispirazione per l’horror. Perkins vi si approccia con attitudine poetica, cogliendo la disperata malinconia di un’età che per sua natura è un’iniziazione alla solitudine. La consistenza delle scelte compositive del regista ne sottolinea il pensiero: ogni ragazza viene inquadrata tendenzialmente da sola, come figura umana isolata in un contesto spaziale spoglio e geometrico. Perkins ripete serialmente questo tipo di inquadratura, in un ipnotico flusso di graduale angoscia che evidenzia l’impossibilità di comunicare con il mondo esterno. Le tre giovani vivono uno stato di emarginazione interiore – accentuato dal regista anche tramite studi prospettici e l’uso di sfocature – che è il filo rosso che ne lega il destino, votato all’oscurità.

Significativo il titolo che il regista aveva scelto per il film in un primo momento (mantenuto nell’edizione italiana): February. In esso è racchiuso il cuore dell’opera: la crudeltà fredda e spietata dell’inverno, il suo sospiro funebre, la sospensione temporale, il buio precoce. Classificarlo banalmente come film su una possessione demoniaca significherebbe impoverire un esordio che vive di chiaroscuri, lampi rivelatori, flashback tra sogno e realtà. Il film di Perkins sparge indizi e ci strazia con verità possibili: appartiene al regno dell’indefinito. Ciò che conta, per il regista, è stabilire il legame tra fragilità adolescente ed un Male in cui alleviare la sofferenza.

Una menzione particolare va a Kiernan Shipka, la più giovane delle interpreti: la sua intensità si imprime su un corpo sempre più provato in cui scorgiamo tangibili i segni dell’orrore. Tramite il suo volto realisticamente tumefatto ed emaciato ritroviamo un contatto con un’”oscenità” corporale che tanto horror contemporaneo, per assecondare l’imperante primato estetico, sembra sempre più restìa a mostrare.

ATOMICA BIONDA di David Leitch

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David Leitch è, insieme a Chad Stahelski (con cui ha diretto il primo John Wick), tra i più significativi esponenti occidentali dell’action movie stilizzato, basato non sugli effetti in cgi ma sugli stunt corporali, immersi in un contesto di specchi, luci al neon, arredamenti di design inquadrati con perfetto gusto simmetrico. Si tratta di film d’azione inseriti in un universo parallelo in cui il movimento è espresso secondo coordinate geometriche: ogni combattimento, per quanto violento, è regolato da una matematica interna che lo trasforma in piacere estetico; vere e proprie coreografie improntate alla ferrea armonia delle arti marziali.

Interpretato da una Theron superomistica, ma dalle segrete corde vulnerabili, Atomica Bionda fornisce una variazione al tema della figura maschile solitaria ed individualista, introducendo un personaggio femminile dai pochi tratti essenziali: la bellezza, l’esperienza, il malinconico cinismo, le abilità fisiche ed una cieca abnegazione alla causa; una caratterizzazione appariscente ma schematica, che in breve diviene schiava dei propri clichè. Lo stesso dicasi per i (numerosi) personaggi di contorno, la cui funzione nella struttura narrativa è semplicemente quella di porsi come ostacolo ai movimenti della protagonista.
Leitch ha uno spiccato senso compositivo ma si dimostra impacciato nell’organizzazione del racconto: le scene appaiono giustapposte e si fatica ad individuarne la consequenzialità. Si finisce con l’assistere passivamente ad una collezione di immagini slegate quanto scintillanti, dominate da una Theron aliena, avvolta in abiti che ne fanno un oggetto del desiderio feticizzato e distante: materia onirica fredda e irraggiungibile.

Atomica Bionda, per gran parte della sua durata, non esce dal perimetro del gioco estetico prevedibile; ma Leitch riesce a trovare il riscatto nella seconda parte del film, assecondando la sua passione per il corpo. Se infatti Atomica Bionda è prevalentemente un’operazione di meta-marketing che non esce dalla pubblicizzazione della propria apparenza, Leitch ha un umanissimo moto di ribellione che lo porta a filmare una scena meravigliosa di combattimento in un piano sequenza di 8 minuti, senza accompagnamento musicale (altrove invadente), senza fotografia glamour, nelle squallide scale di un palazzo; otto minuti di pura anarchia in cui regna solo il corpo, il rumore dei colpi, il viso della Theron segnato dalla luce naturale, e il movimento della lotta in tutta la sua purezza ed essenzialità. E’ questa la scena migliore e più autentica del film, quella in cui la Theron è davvero nuda e spoglia (senza la “maschera” della lingerie e degli stivali di latex) ed in cui Leitch mette in scena, brevemente, la trionfante ossessione amorosa dello stuntman per il corpo.

INDIVISIBILI di Edoardo De Angelis

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La scena iniziale di Indivisibili ha valore di figura retorica: una parte per il tutto. De Angelis apre il film con un lento piano sequenza; attraversa il mare, accarezza una statua del redentore abbandonata sulla spiaggia, volge lo sguardo su edifici fatiscenti e sui volti silenziosi di prostitute che ritornano a casa dopo la notte. Con poche immagini, il film ci ha già introdotto in un mondo di disperazione, illusione religiosa, povertà; un’alba su una comunità nuda, disseccata ma viva. L’occhio del regista continua a spostarsi sinuoso, senza stacchi, ed entra nella casa delle gemelle siamesi Viola e Dasy; e lì si sofferma su un’immagine di grande potenza: Dasy si masturba, mentre sul volto della sorella dormiente si dipinge il piacere. Chiunque abbia visto Freaks (1932) di Tod Browning non può non pensare al momento in cui una delle due gemelle bacia il suo fidanzato, mentre l’altra reagisce con eccitato godimento, chiudendo gli occhi.

Da questo incipit, il film di De Angelis si ramifica in una varietà di ispirazioni, stili, generi: vira dal macabro melodramma (che trova ne La donna scimmia di Marco Ferreri il modello di riferimento) alla sceneggiata meridionale più smaccata; corteggia il body horror, ma porta evidenti su di sé anche l’immaginario felliniano e le sue contemporanee mutazioni nel manierismo di Sorrentino; e si sofferma sulla ritualità popolare intrisa di arcaismi e superstizioni, già oggetto di studio da parte di registi come Garrone, Rohrwacher, o il Mereu di Bellas Mariposas. Nella sequenza della processione, che vede le due gemelle velate d’azzurro come madonne del popolo, balena alla mente persino l’essenzialità scabra, pregna di misticismo, dell’apparizione religiosa ne La Orca di Eriprando Visconti.

Indivisibili è squilibrato, agitato tra memorie di cinema passato ed un futuro possibile; ma si tratta di una instabilità suggestiva e colma di vita. Il regista ama il suo film, ama i suoi personaggi, e nel suo desiderio di animarli e renderli presenti allo spettatore non esita a sovraccaricarli di cinema. Un peso che viene accolto con abnegazione dalle gemelle Angela e Marianna Fontana, volti e corpi talmente intensi da impossessarsi senza sforzo del desiderio dello spettatore. Guardando Indivisibili si spera sempre che la mobilissima, irrequieta mdp di De Angelis si posi, come spesso fa, sulla presenza angelica delle due ragazze, in grado di infondere al film una trascendenza: Viola e Dasy hanno un viso che riluce di storia, di bellezza martire immolata alle credenze di un’umanità disgraziata. Lo schermo ce le mostra ora sante ora ribelli, adolescenti sensuali e statue disincarnate; e la grazia delle due interpreti è tale da permettere loro di muoversi con leggerezza tra capitoli slegati e contesti incoerenti. Indivisibili, nella sua imperfezione, è cinema colmo di fede e di passione; manca di disciplina, ma ha il coraggio della giovinezza.

SCAPPA – GET OUT di Jordan Peele

 

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Sarò impopolare, ma considero Scappa – Get Out di Jordan Peele un film estremamente modesto e privo di identità nonostante il suo successo (o forse, il successo è proprio dovuto alla trivializzazione dell’horror, che lo rende di facile accessibilità).
Jordan Peele, ragazzone americano no-nonsense, dotato del tipico pragmatismo dei professionisti dello spettacolo statunitense, ha avuto un’idea: trasportare il discorso antirazzista all’interno di una struttura horror. Per farlo si è ispirato, per sua stessa ammissione, a classici del genere: da La notte dei morti viventi di Romero, a Shining di Kubrick e Halloween di Carpenter. Di ciascun film ha riprodotto una componente, e il risultato finale è piaciuto molto al pubblico: un pubblico ormai vittima della serializzazione televisiva, reso passivo da script che elargiscono metafore di facile interpretazione, ma inserite in un formato di brillante ironia e calcolata paranoia; prodotti manipolatori e capaci di illudere chi guarda d’esser dotato di una perspicacia rivelatoria.

Get Out di Peele inserisce l’osservatore in una dimensione solo apparentemente inquietante: in realtà i contenuti allegorici sono apparecchiati senza ambiguità, e i simboli sono di facile ubicazione. E manca, cosa davvero grave, un disegno formale, che è sempre alla base degli horror classici e più belli. Se pensiamo proprio a Romero, citato dallo stesso autore, non possiamo scindere La notte dei morti viventi dalla sua cupa, espressionista, artistica e accurata forma stilistica. Un autore come Romero, cresciuto all’ombra di Powell & Pressburger (tra le sue più grandi ispirazioni) non poteva ignorare la forza semantica che si sprigiona dal significante: il cinema è immagine, la metafora è figlia della capacità rivoluzionaria e destabilizzante della forma e della composizione cinematografica. La notte dei morti viventi è un gioiello perfettamente compiuto, in cui la precisa connotazione dell’immagine e lo studio della sua organizzazione in racconto creano il contenuto perturbante. A Get Out invece lo studio formale manca completamente: è un assemblaggio di parti prive di un centro, di una forza motrice, di una profonda pulsione estetica.

Get Out, con la sua simbologia pesante, la recitazione teatrale, l’incapacità di gestire il tempo e di strutturare le immagini in un continuum stilistico, è completamente, banalmente proteso alla resa efficace della sua figura retorica prediletta: la similitudine. Il cervo/vittima, il nucleo dei bianchi/oppressori, lo spazio profondo/smarrimento, il body invasion/espropriazione dell’identità; tutto in Get Out è molto elementare, privo di oscurità. E’ uno degli horror sicuramente più chiari, espliciti, incapaci di una sola sfumatura, d’uno spazio incerto in cui lasciare lo spettatore; quindi, è un non-horror. Il genere viene usato come variante della stand up comedy in cui si è formato Peele. L’horror come strumento, mezzo d’espressione di un concetto e messaggio sociale – con numerose scivolate nella battuta, nel numero comico – e non come fine. Get out è un film educativo, ed è questa la cosa più spaventosa, orrorifica di tutte.

SONG TO SONG di Terrence Malick

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Rivedendo proprio ieri Badlands (1973), l’esordio di Terrence Malick, individuavo la coerenza dello stile del regista, accusato di aver tradito, con le opere recenti, la sua ispirazione più autentica.
Nessun tradimento in realtà, poiché l’analisi ci rivela una serie di costanti tra la sua carriera passata e presente: dalle medesime composizioni dell’inquadratura, all’inafferrabilità dei personaggi (che nonostante la voce off rimangono spesso opachi, impenetrabili), fino alla tendenza a dialoghi rarefatti e apparentemente insignificanti; inoltre, ricorre la spiritualizzazione della figura femminile, la trasformazione dei suoi gesti in grazia e danza, contrapposte ai personaggi maschili più “pesanti” e legati alla loro natura terrena.

Quello che forse non piace, ai detrattori di Malick, è la radicalizzazione del suo stile: la rarefazione che si fa sempre più aerea, ai limiti dell’inconsistenza; lo studio estremo dell’immagine, che ora può servirsi di tecniche differenti per una composizione sempre più tendente all’esplorazione libera dello spazio e degli esseri umani che lo abitano; le voci off che da semplice narrazione diventano flussi di coscienza disordinati, sospiri, interrogativi, sofferenza trasformata in parola; infine la ricerca della bellezza femminile che si esprime mediante movimenti con funzione simbolica – la mimica, il ballo, il muoversi nervoso delle mani.

Malick ha intravisto un percorso nella propria arte e lo ha perseguito senza esitazione, senza compromessi e condizionamenti; e Song to Song è l’ultimo capitolo di questa ricerca, uno studio sull’amore affrontato con tutti gli strumenti a disposizione del regista – la poesia, il digitale, la libertà delle GoPro, la filosofia che diviene sguardo, angolazione, ritmo, e soprattutto luce.
A differenza di Knight of Cups, Song to Song è un lavoro che cerca un’immediatezza, una ripresa del presente nel suo farsi. Knight of Cups si caratterizzava per un distacco dato dalla memoria e dall’analisi attraverso il tempo; in Song to Song invece i personaggi non hanno il tempo di elaborare il proprio pensiero, ma ce lo esprimono parallelamente al suo formarsi nella coscienza. Lo stream of consciousness è presente, doloroso, contraddittorio; la parola è inscindibile dal sentimento che porta con sé.

Malick cerca di dare forma visiva a questo sentimento con un linguaggio di grande irrequietezza, spezzato, mobile e infinito come la poesia; la sua macchina da presa si sofferma su volti, occhi, mani; il cuore vuole “fermare” l’altro, possederlo, e così fa la macchina da presa, che avvolge i corpi in una stretta amorosa. Ma non solo: il sentimento cerca il proprio specchio anche nei paesaggi, nelle acque, nei tramonti, e nelle bellissime scene notturne della città. Il sentimento è lirico, incolpevole e arcano come la musica: di qui il titolo Song to Song. I brani musicali sono momenti eterni in cui fermare uno stato d’animo; le vicende dei quattro protagonisti si rincorrono, si afferrano, azzerano il tempo attraverso la musica.
Song to Song è l’illusione dolorosa dell’amore, mai interamente posseduto; guardare il film di Malick è come leggere una poesia del surrealista Robert Desnos: “Oh dolori dell’amore! Come mi siete necessari e come mi siete cari. I miei occhi si chiudono su lacrime immaginarie, le mie mani si tendono senza tregua verso il vuoto.”

ALIEN: COVENANT di Ridley Scott

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Come già accaduto con Prometheus, anche Alien: Covenant ha scatenato reazioni negative che dovrebbero portarci, ancora una volta, a domandarci cosa sia il cinema. Fondamentalmente le critiche si incentrano su due nodi principali: l’indefinitezza narrativa e la verosimiglianza. In poche parole, il film non “fornisce risposte” e costruisce il proprio microcosmo su una sospensione dell’incredulità troppo audace. Due istanze cui il cinema, a mio parere, non è tenuto a rispondere.
Alien: Covenant, difatti, è la generazione di un’idea purissima di cinema: un film che si estende orizzontalmente, cercando costantemente di spingere i limiti del nostro sguardo. Lo spazio, in Covenant, è infinito a destra e sinistra dell’immagine; mentre la profondità va oltre la nostra capacità di percezione. Ridley Scott è, come l’androide David, innamorato del concetto di creazione, di un’idea di “sovrumanità” che concerne l’artista; il suo progetto è infrangere i limiti tanto del reale quanto del visibile.

Criticare Covenant perchè non fornisce risposte chiare a determinati grumi di trama significa rendere il cinema piccolo, ridurlo a dilemmi di natura televisiva e seriale: Covenant invece va ammirato per la seduzione spaziale, per il piacere che reca nel suo tendere ad un’immagine ultraterrena. La ieraticità dello spazio profondo, il silenzioso movimento dell’astronave tra le stelle hanno una qualità magica; le sue vele dorate, che si accartocciano durante un brillamento e poi tornano integre, splendenti, sono un’immagine tanto irreale quanto sbalorditiva: quell’oro ci rimanda ad odissee leggendarie. Non ammirare la vaghezza di Alien: Covenant vuol dire abdicare al sogno, e dunque, come diceva Flaiano, masturbarsi con la realtà.

Ridley Scott ha creato un’opera rara, gettandosi alle spalle gran parte delle convenzioni del genere: se visivamente il suo universo resta consistente, di nuovo e sfrenato vi è l’afflato letterario e poetico che lo anima. L’androide David, chiaramente il cuore del film (e si deduce anche dal fatto che il resto del cast sia anonimo, quasi ad avvalorare la convinzione di David della mediocrità della razza umana) ha fatto di arte e letteratura la propria spinta ideale; circondato da paradigmi rinascimentali di bellezza, appassionato di poesia romantica, egli considera la capacità creativa come unica, nobile giustificazione dell’esistenza. Un’idea che si fa ossessione, attraverso la quale Scott ripropone la tragedia del Frankenstein di Mary Shelley, la sfida col divino, la tensione creatrice.
David, come Leonardo da Vinci, studia anatomia, disegna corpi: lo sventramento dei personaggi femminili testimonia la sua spasmodica ricerca del segreto della vita. Il confronto di David con l’androide/fratello Walter è la parte più affascinante, shakespeariana del film: il terreno di una ricerca poetica e filosofica che Scott traduce in un immaginario grandioso, sfruttando il potere disorientante del doppio in seno all’inquadratura.

Eppure, nonostante la sua qualità classica, e le sfide a colpi di Byron e Shelley (non saremo mai abbastanza grati al film per questi dialoghi), Scott non dimentica che Alien è un prodotto popolare, e non si fa scrupoli di contaminare la raffinatezza della sua sceneggiatura con un gusto esploitativo del tutto pulsionale: un appetito sensuale per corpi che esplodono, sangue, mutazioni genetiche, decomposizioni. In Alien: Covenant resta intatto il gusto perverso di vedere un organismo marcescente. Del resto, come dichiara l’androide David, la razza umana è morente e non merita di risorgere. Nella caduta luciferina di David c’è una grandezza nietzschiana che Scott sposa ad un universo sempre più ignoto ed indicibile.