Ho avuto la fortuna di vedere, anni fa, Broken Lullaby (1932), l’opera bellissima e dimenticata di Lubitsch che è il materiale d’ispirazione per Frantz; ed è un peccato che oggi sia così introvabile, perchè un raffronto tra i due film consente di comprendere fino in fondo quanto per Ozon la cinefilia sia la fiamma che accende un immaginario – ed un cinema – vivo e personale.
In Frantz il movimento indietro diviene libera reinterpretazione. Se Broken Lullaby era un film moderno e rigoroso, strutturalmente disciplinato per distillare emozioni insostenibili (la pulsione di morte, il trauma, la scoperta), Frantz si fa carico di queste emozioni liberandole in una forma nuova. Il cinema di Ozon è, sotto molti aspetti, opposto a quello di Lubitsch: la sua gestione del tempo e dello spazio è più ondivaga, incontrollata. Lubitsch fondava il suo cinema su una perfetta costruzione per sottrazione, in cui la progressione si realizzava attraverso reticenze e allusioni, mentre Ozon sceglie di mostrare. La sua mdp ci porta dentro il “non visto” lubitschiano: ci apre la porta dei pensieri del protagonista Adrien, ce li visualizza dall’interno, in un sogno cromatico che contrasta con la brutalità in bianco e nero del reale.
Il colore, in Frantz, è il dato dell’irrealtà (secondo la tradizione hitchcockiana) e del sogno, irriducibili esperienze umane: Adrien si inventa un passato colorato in cui ricomporre i propri dissidi interiori. La speranza, l’illusione, un’altra realtà possibile in senso poetico lo salvano dal grigio della morte; ed è il suo legame con Anna a riaccendere il paesaggio in modo indistinto, impressionistico, come un risveglio dello spirito nei corpi disseccati dalla guerra.
Ozon ha il coraggio della sperimentazione: si serve delle possibilità del digitale come linguaggio, usandolo per esprimere una visione del mondo – se vogliamo anche ingenua – in cui l’effetto coloristico si fa segno umanistico. Ma è proprio l’innocenza del suo cinema a renderci particolarmente caro questo autore, fedele ai propri ideali ed immaginazioni senza temere il ridicolo (basti pensare alle ali di Ricky, o alle derive favolistiche di Una nuova amica).
Frantz è un affresco che affonda la propria anima in un senso novecentesco del racconto, capillare, interiorizzato, una messa in scena di un flusso di coscienza in cui i personaggi traducono soggettivamente il reale contaminandolo con l’illusione e la memoria; ed è allo stesso tempo l’opera contemporanea di un autore aperto a suggestioni artistiche differenti, pronto ad assorbirle nella propria sensibilità e appropriarsene.
Estraneo ad una fredda filologia, Frantz trasforma storia e ricordo in passione presente e prismatica, che moltiplica mondi attraverso percezioni contraddittorie delle cose. Ozon fa il cinema che vuole; il suo amore del passato lo ha reso libero.
Un film curioso, Demolition: in quanto irrimediabilmente datato. Già visto e superato, tanto è un prodotto che attinge al secolo scorso: non sul piano formale quanto su quello delle tematiche – più che cinematografiche, letterarie.
***1/2


La serie diretta da James DeMonaco affonda miserevolmente con il capitolo Election Year: una rozza deviazione rispetto all’intrattenimento non banale e formalmente curato degli episodi precedenti. Non solo Election Year è appesantito da strascichi moralistici e messaggi di frainteso progressismo, in una isterica mescolanza di patriottismo, ipocrita celebrazione della working class e nazionalistici ritorni all’ordine; ma viene a mancare anche quel disegno strutturale alla base del successo dei capitoli precedenti.
Non è un corto “rivoluzionario” il ricercato Queen Kong di Monica Stambrini: il film ripropone la contaminazione tra impulsi sessuali e personificazione della “bestia” annidata all’interno dell’essere umano, un tema caro all’arte in tutte le sue espressioni: si pensi alla mitologia greca, alla pittura medioevale, alla poesia romantica; o, nel cinema, a L’uomo, la donna, la bestia di Cavallone, al Ferreri de La donna scimmia, al Gondry di Human Nature, o a Possession di Zulawski (per citare titoli noti, sebbene diversissimi tra loro).
Sbagliato parlare di “new wave iraniana”, nel caso del fantastico film d’esordio A girl walks home alone at night. Perchè la regista, Ana Lily Amirpour, è nata da genitori iraniani, ma è cresciuta a Miami; e sebbene nel film, girato in lingua Farsi, sia presente un’idea, una traccia, un’atmosfera di Iran sognato più che reale (si pensi alle insegne e targhe d’automobili), la cultura che informa A girl walks home alone at night è soprattutto americana, nelle sembianze di cinema e musica indipendenti vissuti come ricordo/ossessione, aggiornati con sensibilità postmoderna. E americana è la fotografia: un bianco e nero contrastato e spirituale, che rievoca Nicholas Ray e Edgar G. Ulmer fino al Francis Ford Coppola di Rumble Fish.