PRIMETIME di Lance Oppenheim (2026)

Nel 2006, il giornalista della NBC Chris Hansen collabora con un gruppo di vigilanti online per attirare presunti predatori sessuali in case dotate di telecamere nascoste, trasmettendo i loro confronti in diretta tv nel programma To Catch a Predator. Lo show riscuote un enorme successo e trasforma Hansen in una celebrità nazionale, finché un’operazione ad alto rischio in Texas finisce in tragedia.

Qualche riflessione su Primetime, un film di cui si è parlato poco (in Italia) ma che personalmente ho trovato molto affascinante: una discesa nella realtà spettacolarizzata, nella tv che fagocita il tragico per risputarlo in intrattenimento da prima serata, consumando moralmente chi la produce. Il regista, Lance Oppenheim, è giovane e viene da un lungo percorso nel documentario; una formazione percepibile, che dà specificità alle immagini conferendo loro una convulsa urgenza. Prospettive differenti vanno a comporre un “tutto” prismatico, pieno di luci e ombre, in cui si alternano le esperienze, le emozioni e le pulsioni dei personaggi. La narrazione è sussultoria e frammentaria, quasi una sinfonia postmoderna.

Da questo insieme magmatico, in una moltitudine di cromatismi e riverberi, non emerge una “verità” ma solo sue continue modulazioni, e questo credo sia un elemento molto apprezzabile. Il regista non ci vuole consegnare un’interpretazione univoca, bensì vuole porsi delle domande insieme al pubblico.
Il film non si limita a imitare il linguaggio televisivo ma tenta di smontarne il dispositivo. La realtà passa attraverso l’occhio della telecamera e lo sguardo del cinema: il “documento” (o la sua finzione) si stratifica di senso. Ma soprattutto: la spettacolarizzazione intacca il film stesso e lo corrode. Oppenheim oscilla tra denuncia e adozione delle stesse pratiche incriminate, trascinando lo spettatore in un disagio voyeuristico estremo.

Primetime non affronta un discorso nuovo, ma le sue scelte stilistiche lo investono di un torbido particolarmente inquietante. L’immagine accoglie i turbamenti della psiche, scivola nell’horror – si vedano i primi piani espressionisti, ma ancor di più le “visioni” del male rappresentato come un demone che attraversa l’inconscio collettivo.
Straordinaria l’interpretazione di Pattinson, un volto continuamente cangiante, incarnazione di un uomo scisso tra trauma, ferocia e desiderio di spettacolo.

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