LA VITA STRAORDINARIA DI DAVID COPPERFIELD di Armando Iannucci

Dev Patel e Rosalind Eleazar

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Non c’è davvero molto da dire su David Copperfield, se non che ci troviamo di fronte a un “incubo nell’incubo”: già piegati dalla pandemia, assistiamo impotenti alla morte del cinema, non solo come dato oggettivo risultante dalla contingenza storica (chiusura delle sale, mancate distribuzioni) ma sul piano del linguaggio. Mesi di lockdown e adattamento agli standard seriali dello streaming hanno avuto come conseguenza lo stemperamento del linguaggio cinematografico in modelli spuri: di qui nuovi prodotti spacciati per film, ibridati con la televisione, realizzati con in mente numeri, statistiche e privi di tensione artistica.
Un prodotto come David Copperfield – ma lo stesso discorso vale per un film coevo come Enola Holmes – di cinematografico non ha più nulla se non una parvenza denotativa: non ci sono codici nè consapevolezza dell’immagine come “specifico” del film.

David Copperfield nasce falso e dichiara la sua corruzione in ogni minuto di girato: falsi i costumi e i cappelli, freschi di reparto sartoria; falso il paesaggio levigato in digitale, falsa l’immaginazione di un passato antistorico e antinaturalistico, popolato da una varietà di etnie conviventi in armonia. E ancora, falso l’occhio del regista, che invece di far emergere il dato sensibile interviene continuamente per imboccare lo spettatore (incapace): se nella scena i personaggi si ubriacano, la mdp sbarella; se sono in spiaggia, la mdp ondeggia; nelle scene concitate la macchina è a mano, in quelle idilliache danza armoniosamente avvolgendo il paesaggio. Mai viene data la possibilità di vedere e interpretare, perchè un film come David Copperfield non prevede la (pericolosa?) partecipazione del pubblico in funzione attiva. Piuttosto, il regista si adopera per colmare ogni vuoto, ogni lacuna, ogni spazio in cui il libero pensiero possa muoversi in libertà: con un’ottundente colonna sonora, e ancor di più una onnipresente deformazione prospettica che anticipa il nostro stupore, la meraviglia, l’avventura della presunta favola.

Cosa rimane del grandissimo Dickens? Un artista che qualche anno fa il Festival del cinema muto di Pordenone celebrava come “padre della sceneggiatura”, per via della sfrontatezza narrativa, per l’uso di metafore e figure retoriche successivamente riprese dal cinema (da Griffith alla Nouvelle Vague), viene impoverito e ridotto a pretesto. Non vi è traccia, in David Copperfield, dello sperimentalismo dickensiano: semmai, vi è una criminale semplificazione.

La voce fuori campo spiega senza posa gli eventi sullo schermo, dal momento che il montaggio pedestre non riesce a raccordare le parti del racconto. Il quarto muro viene infranto più volte (sebbene non in forme esasperate come in Enola Holmes) e gli attori recitano in stato costante di sovraeccitazione, trasformando il dramma in farsa e evitando di mostrare tutto ciò che è sgradevole o anche solo evocarne la sensazione. In David Copperfield il dolore è pulito, la rabbia anche; non c’è sporcizia, nemmeno quando si dorme per strada; non c’è violenza, nè pulsioni. Tutto è alleggerito, proiettato in un non-mondo in cui non esistono i sentimenti umani nè la storia, ma solo la loro falsa e detersa rappresentazione.

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