KONG: SKULL ISLAND di Jordan Vogt-Roberts

king-kong-skull-island-brie-larson-tom-hiddleston**1/2 (4 stelle la prima parte, meno di 2 la seconda)

Kong: Skull Island verrà ricordato, forse, come il peggior ruolo di Tom Hiddleston: il più improbabile degli action heroes, penalizzato da una scrittura fiacca e inane. Tom cammina smarrito nella foresta, concede lunghi sguardi silenziosi all’orizzonte, e nell’unica scena d’azione che lo vede coinvolto è sostituito da uno stunt con maschera antigas e spada in mano, volteggiante in puro stile Douglas Fairbanks.
Hiddleston è troppo pensoso, troppo debole; eppure il prologo del film ce lo aveva presentato in un localaccio dei bassifondi, col viso sudato e la barba trascurata, sbruffone come il Clark Gable di Red Dust. Ma questa è solo una delle promesse non mantenute del film, che nella prima parte si offre alla visione con una inconsueta freschezza di approccio: dalla prima apparizione di Kong, magnificato da una potenza iconica tale da rendere onore al suo passato e alla sua mitologia; al ritmo incalzante delle scene, orchestrate in un crescendo cronologico e soffuse di apocalittica urgenza; all’inferno attraversato in elicottero, una sequenza densa di passato ma dal montaggio moderno e spezzato, con numerose inquadrature in soggettiva che immobilizzano letteralmente lo spettatore nell’abitacolo.

Nel corso della prima ora, il regista dimostra un talento eccezionale nel mettere a contrasto sguardo umano e fenomeni naturali: riesce a enucleare la violenza in entrambi, il senso primitivo di lotta. In uno scenario guerresco che cita Apocalypse now, ma adotta anche lo stile leggero di David O. Russell (Three Kings) nel combinare azione militare e canzoni anni ’70, ecco apparire i mostri: King Kong, ma anche ragni giganti, monumentali insetti/stecco, enormi pterodattili. Immediatamente ci sentiamo catapultati nel passato, nelle Mysterious Islands dimenticate dal tempo e popolate dalle creature di Ray Harryhausen. Skull Island non possiede solo uno spirito avventuroso, ma convoglia l’anima del B-movie intriso di terrore alieno: si respira un paranoico senso di minaccia incombente, e il personaggio di Samuel L. Jackson interpreta l’urgenza di una difesa psicotica e irrazionale (perfettamente in linea con la schizofrenia americana d’oggi).

Dopo questa lunga introduzione, brillante per azione e messa in scena, il film purtroppo perde completamente la sua furia visiva e fantastica per calare in un anonimato descrittivo: lo scontro con l’elemento naturale lascia il posto a lunghi dialoghi, le scene di raccordo si trascinano, i soldati vagano per l’isola raccontando se stessi. Kong: Skull Island diventa un film d’avventura per ragazzi, privo di zone oscure e vera tensione, e soprattutto privo di pathos: Kong quasi scompare, e non viene mai instaurato un rapporto con lui.
Il gusto del melodramma, tratto principale del capolavoro originario di Cooper&Schoedsack, è ridotto ad una vaga, informe allusività. Kong non si innamora, Kong non è umiliato dall’uomo e esposto al ridicolo: la sua tragedia è smussata, e l’uomo non viene dipinto in tutta la sua immorale bassezza (in fondo il Kong del 1933 non è differente dai Freaks di Browning).

Kong: Skull Island resta un divertimento adolescenziale, ben lontano dalle cupezze adulte del Godzilla di Gareth Edwards. Sul finale, il film lancia un messaggio sociale di solidarietà ai veterani: un tema con cui, prima o poi, l’America dovrà fare i conti seriamente, senza sublimarlo in immaginari fuori dalla realtà.

CRIMSON PEAK di Guillermo del Toro

crimson-peak2Crimson Peak, magnifico ritorno al gotico da parte di Guillermo del Toro, ha suscitato numerose (sebbene non prevalenti) voci negative all’interno della critica; un coro riprovevole nei confronti della sceneggiatura “debole” cui è affidato il compito di sorreggere il delirio visivo. Questo atteggiamento ricorda l’ostilità di cui fu oggetto, in passato, il nostro maestro dell’horror gotico: Mario Bava. Un parallelismo significativo, che mette in luce le corrispondenze “d’amorosi sensi” tra il regista messicano e il grande artista italiano.
Sin dalle primissime inquadrature, difatti, Crimson Peak si tinge dei rossi e dei blu de La frusta e il corpo, o mette in scena la brutalità evocativa dei paesaggi baviani immersi nelle nebbie. E come molti film di Bava, Crimson Peak è di una bellezza da togliere il fiato: cinema di vertigine.
La macchina da presa si muove sinuosa e circolare, con l’intenzione di disorientare lo spettatore, avvolgerlo in uno spazio tattile, denso. Del Toro è il cineasta contemporaneo del sogno e del romanticismo, stordisce i nostri sensi col colore, la densità stratificata delle inquadrature, la bellezza malata della morte: le farfalle, la polvere e le ragnatele sembrano uscite dalle opere surrealiste di Max Ernst. Una varietà di suggestioni visive ed artistiche si moltiplica nelle immagini, in cui si respira l’onirismo di Cocteau, la follia di Corman, il sublime della Hammer.

Contrariamente alle direttive dell’horror contemporaneo (found-footage e simultaneità), il regista messicano torna al passato, al dolore dei fantasmi, ai castelli malati di perversione, alle mura che urlano d’angoscia. Un ritorno che si fa cinema puro, di straziante bellezza scenografica: il maniero al centro della storia è tra i protagonisti più vivi mai apparsi in questa stagione cinematografica, dotato di un’anima messa a nudo nel suo pianto, nella sofferenza, nelle deformità della colpa e del ricordo.
Del Toro predilige una scarna emblematicità dei personaggi, tanto più riusciti perchè essenziali nell’incarnare un sentimento, e li pone all’interno del classicismo circolare del suo racconto. Una classicismo che molta critica ha liquidato, appunto, come “povertà di trama”: a distanza di decenni, non muta la miopia accademica di tanti recensori, che si limitano ad assensi stiracchiati di fronte ad una genialità troppo grande e sregolata per i loro occhi.
Per Guillermo del Toro la trama è un respiro abbozzato da cui far fiorire lo stupore e l’audacia visiva: è un cinema che vive di spazio, luce e colore, esaltati sino al parossismo per innalzare l’emozione alla sua massima intensità.
Crimson Peak è un film di visioni e sentimenti, cui si perdona qualche compromesso produttivo (una cgi che toglie fascino), e di cui si ammira la libertà d’approccio ai materiali d’ispirazione, da Poe a Baudelaire, da Henry James a Edith Wharton.
Del Toro, come tanti grandi incompresi (non solo Bava, ma anche Fulci, sino a Carpenter) possiede il segreto delle lacrime e del sangue.