DA 5 BLOODS di Spike Lee

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Da 5 Bloods
è, tristemente, un film Netflix: approssimativo, frammentato serialmente (per un pubblico ormai abituato a fluttuazioni narrative in blocchi autonomi di racconto), e viziato da un perverso piacere metafilmico che consente a Spike Lee di analizzare ludicamente i generi, tra giustapposizione e rivisitazione dei codici.
Quelli che sono da sempre i punti deboli del talento di Lee (la discontinuità, la trascuratezza in fase di montaggio, la predilezione per una narrazione epifanica, tra voragini di sceneggiatura e intuizioni visive scintillanti) diventano, paradossalmente, modello di quell’estetica standardizzata, imbrattata di cinefilia e soggetta a schemi narrativi auto-generativi propria dei prodotti Netflix.
Spike Lee struttura il suo film come un ipertesto in cui si aprono continuamente pop-up spaziotemporali: digressioni a carattere sociale, flash-backs, sequenze autonome di dialogo in stile sit-com (mancano solo le risate registrate), scene di guerra vissute attraverso il filtro della memoria, rappresentato dalla scelta del 16 mm, che è cambio di formato e di “tessuto” filmico.
Da 5 Bloods è una serie mancata, i cui episodi vengono accorpati in un unico blocco audiovisivo ipertrofico e diseguale. Questo aspetto esercita un fascino perverso: nell’opera di Lee è facile individuare un ibrido tra cinema e televisione, un “mostro” in transizione davanti ai nostri occhi.

Il regista americano non è nuovo a cadute sensazionaliste, che spesso nel suo cinema si elevano a cifra stilistica: Da 5 Bloods è la massima espressione della poetica fiammeggiante, retorica, didascalica dell’autore. In questo viaggio a ritroso nell’inferno del Vietnam, l’ovvietà della finzione grottesca – costituita da tipizzazione dei caratteri, assurdità beckettiane, ondivago fluttuare tra comicità e fantasie splatter/gore – viene inframmezzata da immagini di repertorio che producono il voluto effetto shock ma appaiono brutalizzate dall’intento strumentale di Lee. In Da 5 Bloods reale e finzione combattono una guerra a parte, cupa e sanguinosa, orchestrata da un regista che non si fa scrupoli pur di giungere al nucleo pulsante e scarnificato di un discorso inseguito sin dai primi anni della sua carriera.

Da 5 Bloods si trascina stancamente, tra sequenze manieriste che riecheggiano, in fome involute, il cinema della violenza da Peckinpah a Tarantino; e mette in scena spenti squarci di guerra che nulla hanno da aggiungere alla brillante lezione del war movie realista, da Spielberg alla Bigelow.
E’ un film instabile, arrabbiato, disincantato; non di rado si abbandona a una scoperta mancanza di ispirazione, camuffata dalla colonna sonora di Blanchard. E’ curioso come spesso la musica appaia del tutto aliena rispetto all’immagine; ricca di quella sonorità drammatica del cinema anni ’90, la creazione di Blanchard stenta a trovare una rete visiva in cui salvarsi, e vaga solitaria tra i boschi, finchè non giunge Marvin Gaye a tenderle la mano.

BLACKKKLANSMAN di Spike Lee

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Spike Lee, con BlacKkKlansman, crea un ibrido che non trova riposo: è nostalgia blaxploitation, tentativo di excursus storico, commedia, quadro umanista; una pluralità di intenzioni che si riflette in un accumulo di stili in contrasto e in una sceneggiatura poco equilibrata. Le parti peggiori sono quelle in cui Spike Lee insegue ambiziosamente la Storia: è lì che il suo cinema si appesantisce, si fa sermone grondante retorica, del tutto privo del potere di denuncia propri dell’incendiario Detroit o, sul versante documentario, del colto e toccante I am not your negro. Il discorso di Kwame Turè, nella prima parte del film, è estremamente rappresentativo delle caratteristiche deteriori della regia di Lee: una scena didascalica, pedante, in cui il desiderio del regista di farsi propugnatore di un pensiero ed una missione interferisce con il cinema, caricandolo di inutili ampollosità linguistiche (come i primissimi piani sui volti estatici degli astanti; una involontaria parodia dei video dei Jackson 5).

Ma quando il film abbandona l’ambizione dei toni alti e si fa puro racconto, il regista ritrova la verve talentuosa e la capacità di analizzare fatti e personaggi, sintetizzando l’azione con movimenti essenziali e focalizzazioni narrative. La parte centrale, che vede l’infiltrazione nel gruppo KKK, è la più riuscita ed appassionante: e non solo per l’economia del racconto di cui è capace Lee, ma soprattutto per la presenza di un attore come Adam Driver. Misurato e naturale, Driver non sembra mai recitare: semplicemente è. Affida a poche sfumature, a cambiamenti impercettibili dell’espressione, ad un uso naturale ed espressivo del corpo la caratterizzazione di Flip Zimmerman. Al contrario, il suo alter ego John David Washington nei panni di Ron Stallworth resta un simulacro, imitazione compiaciuta e caricaturale dei miti della blaxploitation. La recitazione manierata di Washington è la diretta conseguenza delle incertezze di Lee, indeciso se fare di BlacKkKlansman un divertissement settantesco (in omaggio a film come Shaft, Superfly e Coffy) o un biopic impegnato. Driver, spontaneo e taciturno, ci conduce all’interno della cellula KKK, i cui membri Lee sa dipingere in pochi tratti efficaci. Nella loro ignoranza e follia redneck vi è il cuore oscuro, rurale e violento dell’America.

Tutta la parte centrale è tesa, claustrofobica, un constante confronto di sguardi e corpi come “ingombri” fisici in competizione, alla ricerca di uno spazio e di una identità. Lee usa alla perfezione il contesto spaziale – la povertà delle abitazioni, la fredda natura del Colorado, le strade di quartieri retrogradi, bloccati in una sospensione temporale. Questo è il Lee migliore, brillante narratore e umanista; ma viene soppiantato dal predicatore, che si serve delle facili armi del sensazionalismo “sporcando” un cinema altrimenti capace di equilibrare pulizia narrativa e risposta emozionale.