SOLDADO di Stefano Sollima

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Considero Soldado di Sollima un testo filmico di passaggio dalla scrittura cinematografica a quella televisiva: si vocifera di una trasformazione di Sicario in serie tv e il film di Sollima è un perfetto strumento di transizione. Paragonato all’opera di Villeneuve, Soldado subisce una serie di mutazioni e un imprinting al movimento: Sicario era fondamentalmente cinema immanente, metafisico, capace di trasformare la realtà in tragica astrazione. Lo spazio convergeva all’infinito e il personaggio di Kate (Emily Blunt) era il fondamento, la misura attraverso cui confrontarsi con la profondità del Male. I suoi antagonisti, Alejandro e Matt, erano estremamente definiti, due caratteri il cui nichilismo ammantava di sé ogni motivazione: figure pulsionali e amorali. Lo scontro tra la purezza addolorata della Blunt, martire segnata nel corpo e nello spirito dalla discesa nell’inferno del reale, e i due agenti – ormai investititi dal male in ogni fibra – costruiva la struttura tragica ed essenziale di Sicario.

Soldado riporta tutto alla terra: all’epos sostituisce un racconto ordinario; rompe lo spazio geometrico di Villeneuve e ridefinisce nuove coordinate e direzioni, trasforma uno spazio mentale in strade, deserti, case, moltiplicando le prospettive o meglio confondendole.
In tutto e per tutto, Soldado diventa un action tanto professionale e superbamente girato quanto convenzionale (si pensi anche alla funzione enfatizzante dello score). La sceneggiatura di Sheridan, nonostante aderisca con sconvolgente precisione all’attualità sociale e politica dell’America di Trump, perde compattezza, forza metaforica e si frantuma in una varietà di sottotrame; l’assenza di Kate, anima di Sicario, ci introduce nel classico universo maschile degli action thriller, dove le presenze femminili sono vittime o accessorie. In tal senso, Soldado è profondamente conservatore.

Le delusioni maggiori vengono dai personaggi interpretati da Del Toro e Brolin: questo nuovo capitolo li snatura, li rende opachi, smussa la punta acuminata che ne faceva macchine inarrestabili, impulsi ad uccidere; Brolin resta nell’ombra mentre Del Toro viene umanizzato, psicologizzato, dotato di compassioni, ripensamenti, pietà. Del Toro assume le sfaccettature dell’eroe, al punto da essere quasi dotato di immortalità.
In tutto questo, Sollima riesce comunque a dimostrare il suo talento brillante ma Soldado lo rende un anonimo, quanto capace, shooter. Si notano assonanze col cinema della Bigelow, ma manca a Sollima, in questo suo prestarsi al cinema di Hollywood, uno sguardo forte, una visione che sorregga la sua abilità con la macchina da presa. Bellissima la sequenza della bomba al supermercato, e altrettanto notevole il controllo di Sollima sull’ipercinetismo della scena del rapimento: lampi di vera grandezza in un film di “aurea medietà” che non trova la sua personale luce.

SICARIO (2015) di Denis Villeneuve

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Villeneuve possiede una cifra stilistica talmente distintiva da informare persino il cinema di genere del suo sguardo autoriale: un cinema d’autore che però non ha pesantezze intellettuali, bensì è in grado di parlare allo spettatore con grande immediatezza. Il cinema di Villeneuve è la sua visione del mondo: pensiero e filosofia trasformati in immagine, condizione dello spirito resa attraverso la luce.

Sicario è un film “americano” che si ibrida con la sensibilità di Villeneuve per un risultato dalla bellezza arcana: al regista interessa rivelare il valore iniziatico della storia che racconta. Scritta dal grande Taylor Sheridan (Hell or High Water, I Segreti di Wind River), cui si devono gli script più esistenzialisti, rarefatti eppure radicati nella brutalità del reale degli ultimi anni, la sceneggiatura possiede la qualità dell’epos tragico: Kate Macer (una Emily Blunt di sconvolgente bravura) è l’anti-eroe al centro di un passaggio esperienziale – tanto concreto, fisico, spaziale, quanto interiore – al termine del quale si troverà cambiata. Simbolicamente, questo “viaggio” infernale, discesa nel Male, inizia con la scoperta di una “casa dell’orrore” in cui si trovano decine di cadaveri marcescenti: una visione orrorifica che Villeneuve rappresenta in tutta la sua corporale ripugnanza, sapendola però rivestire di una “sacralità” – attraverso volti ormai maciullati e irriconoscibili, sangue e carne esplosi in sacchetti di plastica – in cui semantizzare il senso di una profanazione: una macabra apparizione del Male.

Questa violenta epifania , amplificata dallo score perturbante del compianto Jóhann Jóhannson, schiude l’iniziazione di Kate ad una realtà talmente malvagia da portare Villeneuve a “smaterializzarla” per poterla rappresentare sullo schermo: Sicario è un film costitutito da poco movimento (siamo lontani dagli stilemi dell’action) ma da grandissima attenzione alle scelte luministiche e alla composizione dell’inquadratura. La bravura di Villeneuve sta esattamente nel costruire il movimento dentro l’inquadratura, come facevano i pittori rinascimentali: spesso riusciamo ad individuare tre differenti campi all’interno dell’immagine, attraverso i quali egli costruisce un percorso che punta all’infinito. Villeneuve racconta attraverso cambi di fuoco, spostamenti essenziali, modulazione fotografica. Kate è investita di luce spirituale; analogamente, lo spazio esterno è spesso invaso dalla luce, all’interno della quale i movimenti di automobili, aerei, mezzi di vario tipo appaiono astratti, misteriosi.

Villeneuve è perfettamente in sintonia con l’idea di frontiera che emerge dalle sceneggiature di Sheridan: un non-luogo senza legge, in cui le pulsioni più basse, la più fredda e crudele amoralità, la contrapposizione elementare “uomo contro uomo” assumono dimensione esasperata, formalizzata in una metafisica scarnificazione. In Sicario prevale il nichilismo più assoluto, tradotto in luoghi resi irriconoscibili dalla tecnica di Villeneuve, che trasfigura le cose in paesaggio lunare e fantascientifico (come nella bellissima sequenza del tunnel). La grandezza di Villeneuve risiede proprio nell’anima del suo cinema: la volontà di rappresentare un Male senza fine attraverso lo spirito.