LE NOSTRE BATTAGLIE di Guillaume Senez

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E’ “solo” un piccolo film, Le nostre Battaglie: con un titolo che è un manifesto, alla ricerca di un cinema “umano” – quello esplorato, con diverse sensibilità, da autori come i Dardenne, Joachim Lafosse, ma anche Loach – in grado di imitare la vita; un cinema che si serve di un linguaggio sofisticato, di un’accuratissima messa in scena per ricostruire un realismo attento ad ogni dettaglio, a volti e gesti, alla spontaneità dei dialoghi (anche l’improvvisazione necessita di un lungo lavoro preparatorio).

Il film di Guillaume Senez si mette al servizio di una realtà studiata e ricreata attraverso il cinema. Nulla è lasciato al caso: solo un grande lavoro d’amore, una perfetta padronanza di tecnica e linguaggio, una dedizione rispettosa dei sentimenti umani possono portare all’apparente semplicità di Le Nostre Battaglie, opera dotata d’una precisa forza autoriale. Luminoso, colmo di affetto, mai retorico, il film è un vero e proprio canto all’uomo; alla sua fragilità e alla capacità di risorgere persino nei momenti più bui.
Non c’è un solo frame di troppo in questa tesissima vicenda familiare. Olivier, stimato capo operaio sul cui corpo leggiamo la fatica del vivere (le linee del viso, la resistenza fisica, le mani screpolate, proletarie) si ritrova improvvisamente solo con due bambini. Abbandonato dalla giovane moglie, egli è costretto ad affrontare un vuoto, una perdita, e contemporaneamente a ritrovare il rapporto con i figli quanto con se stesso.

E’ un percorso magnifico, doloroso, spaventoso; si prova, da spettatori, quasi una gratitudine per l’accesso che ci viene dato al mondo intimo di Olivier; una messa a nudo di scoperte sentimentali ed esistenziali che l’eccezionale Duris affronta con una intensità che lascia il segno, fin quasi a ferirci. Avvertiamo il suo dolore, le prese di coscienza, le cadute; e il regista è bravissimo nel narrare la complessità delle giornate, scandendo tempi narrativi perfetti.
Senez ci immette in un flusso quotidiano talmente naturale che è quasi un miracolo. Tutto è rispettato: il pudore dei sentimenti, la sofferenza delle crisi, la bellezza dell’amore; tutto appartiene ad un “tempo” umanissimo che scorre davanti ai nostri occhi e ci rende partecipi della battaglia del protagonista: una battaglia che diventa “nostra”, come parte di un mondo perfettamente familiare.

Grande cinema umanista dunque, in cui Senez si rivela, pur con l’umiltà dell’artefice “invisibile”, un regista dotatissimo: si veda la composizione delle inquadrature nello spersonalizzante ufficio spedizioni, in cui la figura di Olivier appare comunque forte, dominante; o l’essenzialità dei campi/controcampi nelle scene più tese (come alla centrale di polizia), fino alla potenza struggente dell’ultima, semplice immagine che chiude il film. Una chiusa perfetta che ci ricorda la dolcezza dell’essere umani.

UNA NUOVA AMICA di François Ozon

nuovamicaSono i molti i registi che hanno vissuto o vivono nel sogno di Hitchcock. E Una nuova amica inizia proprio come un Hitchcock interiorizzato, rarefatto, trasformato in ricordo da Ozon, che ne riproduce i movimenti di macchina e l’emotività sofferente. Ma il film si distacca subito da questa passione “necrofila” per un cinema passato, e si anima di vita propria: in pochi minuti ricostruisce un’esistenza, in una sintesi di tempo ed emozione. La giovinezza è un minuetto spezzato (stupenda la scena che mostra le amiche adolescenti al cinema, reminescente di Gli anni in tasca di Truffaut). Da questo intenso prologo, Ozon costruisce un percorso di identità, che riveste d’una luce ideale. Lontano dal pessimismo di Sirk quanto dal grottesco di Almodovar, Ozon compone un melodramma misurato, geometrico, in cui prevale l’atto del guardare/guardarsi. Virginia diventa uno specchio per Claire (sono molte le scene in cui i gesti dell’una sono ripetuti dall’altra). Lo sguardo come scoperta: il montaggio alternato in cui Virginia e Claire si truccano allo specchio nell’ansia di rivelare la propria femminilità è un crescendo emozionale. Qualcuno l’ha definito un film “corretto”, io l’ho trovato un film che, anche in quel finale così sognato e ideale, senza tempo né realtà, aspira al superamento di tutti i limiti dell’esistenza.