LORO 1 di Paolo Sorrentino

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Rozzo, squilibrato, volgare: con Loro 1 Sorrentino dimostra definitivamente di non avere le doti artistiche necessarie per trasformare corruzione e vizio in un affresco potente e sperimentale (si confronti con lo scorsesiano The Wolf of Wall Street). Eppure, Loro 1 ha un’indubbia forza cinematografica che si nutre anche dei propri errori: il regista ha un’ambizione ed una sfacciataggine tali da conferire fascino ad un sistema linguisticamente limitato, ma forte di un innato senso di grandezza.
Loro 1 è simile all’Italia: paraculo, sbruffone, improvvisato, con lampi di raro ma indiscutibile genio. Nel film di Sorrentino troviamo innervato l’atteggiamento italiano di fronte alle cose: un parassitismo dichiarato (le “influenze” di tanto cinema precedente sono chiaramente riconoscibili ed enumerabili), un’attenzione quasi esclusiva alla superficie (evidente nel tratteggio di situazioni e personaggi), la volgarità cafona, esibita ed esagerata come misura stilistica.

Un inizio grottesco, chiaramente ispirato al cinema di Roy Andersson ( Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza), ma privo della sua ironia ed artistica concentrazione, tenta di aprire il racconto con un prologo bizzarro che dovrebbe definire un universo; ma è solo una velleità. Riccardo Scamarcio ci guida invece alla parte più viva e interessante del film: assistiamo all’ascesa sgangherata e volgare di Sergio Morra, personaggio “sporco”, contemporaneamente corrotto e fragile e non privo di una luce; assaporiamo il mito e il sogno racchiusi semplicemente nell’idea di “Lui”; ma soprattutto, godiamo di uno spettacolo di innegabile suggestione incentrato sul femminile.

Giovani, spregiudicate, ingenue, arriviste, puttane, madri fallite, erotiche, vendute, finite: in scena è una donna che con Berlusconi è nata e si è affermata. L’intelligenza di Sorrentino sta nell’aver individuato la più grande rivoluzione (in negativo) operata da Berlusconi, ovvero il cambiamento di immagine e pensiero in relazione al femminile e la sua percezione. Prima con la televisione, poi nella politica e nella cultura, Berlusconi ha creato un nuovo “ideale” di donna disponibile, decorativa, dalle funzioni elementari; vestale e concubina, imprenditrice del proprio corpo, dotata di un potere genitale (dichiarato sin dalle primissime scene).

Quello di Loro 1 è un circo femminile strabiliante; Sorrentino chiede “aiuto” agli artisti più disparati – da Fellini, a Korine, persino a Kubrick in una pallida allusione a Eyes Wide Shut – per predisporre un apparato visivo al cui centro vi è una musa “al contrario”, nuda regina di un contesto banale e degradante quanto abbellito dallo scintillio favolistico del potere. Ed è indubbio che questo triste spettacolo femminile abbia un suo fascino, la stessa attrazione di uno spettacolo televisivo trash, immondizia e piacere colpevole.

L’immondizia infatti esplode e vola poeticamente in una delle sequenze più tipicamente sorrentiniane, un ralenti di eccessi e decadenza. Politici da Bagaglino si susseguono in un quadro di elementare comicità, che nulla aggiunge all’immaginario popolare. La spettacolare apparizione di B. con un vestito da odalisca (o forse più simile alla cantante milanese Myss Keta, il cui inno è “Sushi e coca”) è un’immagine di puro spaesamento che introduce la parte più debole del film, quella del romanzo familiare, del ritiro in luoghi di incontaminata bellezza su cui esercitare il proprio deviato senso del vivere: le giostrine nel verde, le sfilate di pantaloni e mutande appesi ad asciugare, pecore e agnelli presenti come “intrusi” in un habitat malato.
Sorrentino tenta quadri di pittura metafisica, improntati a solitudine, atemporalità, rappresentazione di corpi come manichini immobili. Anche in questo caso, un bluff di un regista che non si rassegna ai propri limiti e tenta l’iperbole artistica, ma che tra tanta infondata vanteria apre, a sorpresa, squarci di grande cinema.

YOUTH di Paolo Sorrentino

Youth-1I redattori dei Cahiers, dopo la proiezione di Youth, hanno definito Sorrentino “Il peggior regista del mondo”. Una provocazione estrema che non va presa alla lettera, ma va intesa come “frusta” (nel senso della famosa “Frusta letteraria” del settecento); in fondo la critica ha anche il dovere, quando necessario, di smitizzare l’autore e la sua aureola. Youth è un film freddo, che tende a modelli viscontiani riattualizzandoli con tocchi ruffiani alla Anderson; è l’opera meno riuscita di Sorrentino, la più insincera, un vero compendio dei vizi dell’autore partenopeo, ma è anche profondamente anticinematografica: la sua natura è quella dell’aforismario illustrato.
E’ un film che non esisterebbe senza la parola: una parola didattica, sentenziosa, incalzante; un discorso che si fa continuamente morale, rivelatorio, Scrittura. L’immagine boccheggia e ansima, sopraffatta da tanto parlare: è raffigurazione della lectio, illustrazione panoramica di un labirinto di Verità assolute; non è mai autonoma e non vive di se stessa. Youth è incapace di trasformare la propria filosofia in visione pura ed emozione, esattamente come è incapace di trasformare le sue figurette in uomini.
La struttura del film, estremamente frammentaria, è quella di un monumento già in pezzi e ridotto a reperti museali, simboli (le terme, l’hotel, la sala da pranzo, i volti contorti da espressioni significanti). Tutto è già fermo-immagine, momento illuminante. Il virtuosismo tecnico di Sorrentino è riconoscibile e segue uno schema reiterativo di cui è facile individuare le tappe: dalla musica intra/extra diegetica, ai dolly a volo che aprono ineffabili onirismi, alle apparizioni magiche (la giraffa del film precedente diviene qui un tibetano levitante). La sensazione è che Sorrentino sia un abilissimo videoclipparo, un talento dell’epifania visiva a breve termine. Ma Caine e Keitel, personaggi-emblema, assieme alla varia umanità che costella il film, non sono mai percorsi da vita vera: tutto è parabola.
Resta l’impressione che Youth sia il remake intellettualizzato, fintamente checoviano, del più modesto, imbranato, umanissimo Land Ho, altra storia di una coppia senile e grande successo statunitense dello scorso anno.