THE WOMAN IN THE RUMOR, Mizoguchi Kenji (1954)

Film del 1954 e ultimo film di Mizoguchi interpretato da Tanaka Kinuyo, che per il regista incarnò moltissimi personaggi differenti – geishe, contadine, mogli ridotte in povertà, amanti tradite, prostitute, madri – donando a ciascuna di loro un carattere intenso e unico, complesso e chiaroscurale. Mizoguchi spesso confinò le sue figure femminili in un astratto idealismo e martirio; ma Tanaka era un’artista troppo intelligente per non sfuggire a tale prigionia attraverso la ricchezza densa e profonda, talora misterica, delle proprie interpretazioni. Anche Hatsuko, la “mistress” di The Woman in the Rumor, è una donna dalla personalità sfumata. Coordinatrice inflessibile di un bordello di lusso – una tradizione di famiglia che rivendica con orgoglio – Hatsuko conosce però i tormenti e l’infelicità dell’amore, e nutre segretamente il sogno di una vita “rispettabile” e di un impossibile matrimonio con un dottore più giovane di lei. Nel bordello è ospite la figlia di Hatsuko, Yukiko: una ragazza dall’aspetto elegante e urbano, istruita e sensibile, ostile alla professione materna che però le ha consentito di portare a termine gli studi. Anche Yukiko è dunque un personaggio che vive di tensioni opposte e inconciliabili, divisa tra il privilegio della propria posizione ed il disprezzo per l’attività del bordello, che di quella posizione è il fondamento economico.

Mizoguchi, nel tratteggiare con grande finezza ogni aspetto delle due protagoniste – dai kimono variopinti e sensuali della sorridente Hatsuko ai completi scuri e rigorosi di una silenziosa e ombrosa Yukiko – ci pone davanti a due caratteri che mutano davanti ai nostri occhi, talora ponendosi in aperta opposizione, altre volte confondendosi fino a scambiarsi i ruoli. Entrambe innamorate del giovane ed opportunista dottore (un altro di quei personaggi maschili vili e mediocri che costellano la filmografia di Mizoguchi), madre e figlia troveranno nel sentimento la chiave per mettersi reciprocamente a nudo, scarnificarsi, fino a rivelare un nucleo di verità che le porterà a comprendersi e avvicinarsi. Le due donne diventano quindi parte di un’unica personalità femminile dalla natura multiforme: istintiva e materna, passionale e protettiva, cinica e innocente al tempo stesso. Questo confronto graduale, via via più intenso sino a diventare emotivamente sconvolgente tanto per i personaggi quanto per lo spettatore, prende vita in un contesto spaziale – quello dell’ampio e labirintico bordello – che Mizoguchi filma con una maestria a sua volta imperscrutabile e rarefatta. La sua macchina da presa si pone a distanza per registrare uno spazio profondo, attraversato ora da linee rette, ora da prospettive oblique. Gli elementi in scena sono numerosi e stratificati: in una singola inquadratura vive una complessità di gesti, storie, di figure umane in primo piano o sullo sfondo. Mizoguchi seziona l’immagine, la stringe grazie a porte, elementi architettonici o dell’arredo; le esistenze pulsano e scorrono dietro una tenda, in fondo a corridoi, ai margini o al centro dell’inquadratura. Le prostitute appaiono non solo come corpi di consumo, ma ciascuna di esse ha una sua specificità, un momento di gloria dato da un gesto significante, una riga di dialogo struggente o da brevi quanto vivide sottotrame.
I piani sequenza si muovono assecondando la pluralità di vicende umane, l’incrocio di destini: sullo schermo passa la Storia, quieta e dolorosa, fatta di ombre e pianti, mentre un cielo notturno particolarmente opaco (bellissima la fotografia di Miyagawa Kazuo, che predilige un buio grigio e privo di romaticismo) ne è testimone distante e immoto.

LA DONNA NELLA RETATA (Hijōsen no Onna, 1933), OZU Yasujirō

Articolo pubblicato in occasione del restauro del film, proiettato al festival “IL CINEMA RITROVATO

Sono diventato assistente di Ozu ai tempi di La donna nella retata (1933). Lo ammiravo enormemente ma rimasi sorpreso da quanto fosse duro il lavoro. (…) Ozu continuava a spostare gli oggetti dopo ogni ripresa: c’era questo quadro su una parete, e lui continuava a spostarlo di una frazione di centimetro. (…) Se fare cinema è così problematico, io smetto!, pensai; e chiamai la mia famiglia per dirglielo.”(Kinoshita Keisuke, intervista contenuta nel documentario I lived, but…, 1983.)

Nel comporre un’immagine Ozu si faceva carico di tutto: l’arredamento degli spazi, ornamenti e carte da parati, disposizione millimetrica di ogni elemento all’interno dell’inquadratura, trucco e costumi degli attori. Una meticolosità che fece impazzire molti suoi collaboratori, e che troviamo anche nelle sue prove di genere. È bello vedere Ozu alle prese con il gangster movie, da lui molto amato (aveva già realizzato Passeggiate Allegramente!, 1929, e La moglie di quella notte, 1930) e di cui propone una personalissima versione. Se formalmente i codici vengono riprodotti con grande attenzione – fotografia chiaroscurale, economia del racconto, recitazione stilizzata degli interpreti e attenzione al contesto urbano – il film contiene segni del suo cinema futuro e rivela la sua propensione allo studio dei rapporti umani e familiari.

Tokiko (Tanaka Kinuyo) è una splendida e gelosa donna del bandito, sorta di Jean Harlow amorale ma segretamente alla ricerca di una redenzione; a lei si contrappone Kazuko (Mizukubo Sumiko), la brava ragazza innocente (alla Janet Gaynor) che suscita in Joji, il gangster, una profonda crisi morale.
In questa “relazione a tre” quasi lubitschiana, Ozu mescola non solo carrellate, prospettive inedite, profondità di campo, ma anche una varietà di influenze: ci sono immagini spersonalizzanti di uffici, scrivanie e centinaia di impiegati come ne La folla di King Vidor; sfilate astratte di cappelli e di macchine da scrivere, porte che si aprono e si chiudono a suggerire la “sinfonia di una grande città”; sequenze comiche (quelle ad esempio in cui Ozu “gioca” visualmente con l’immagine del cane Nipper, simbolo della celebre etichetta discografica RCA Victor); ma è forte anche la suggestione del melodramma spirituale alla Borzage.

La vicenda si dipana in notti ambigue e misteriose, tra gangsters e locali fumosi: si intuisce l’influenza di Josef von Sternberg nell’uso della luce. Trionfa però la passione di Ozu per i sentimenti e le emozioni umane, i confronti in interni, gli sguardi e i dettagli. Elementi apparentemente casuali sono metafore di stati d’animo e sentimenti (una scarpa abbandonata sul pavimento, un’insegna dalla luce intermittente); l’aspirazione dei personaggi è a una vita migliore, alla “luce del sole”, lontana dai vicoli e dalle tenebre.

Regia:  Ozu Yasujirō; Soggetto.: James Maki [Ozu Yasujirō]. Sceneggiatura: Ikeda Tadao. Fotografia: Shigehara Hideo. Int.: Tanaka Kinuyo (Tokiko), Oka Joji (Jyoji), Mizukubo Sumiko (Kazuko). Prod.: Shōchiku.