SICARIO (2015) di Denis Villeneuve

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Villeneuve possiede una cifra stilistica talmente distintiva da informare persino il cinema di genere del suo sguardo autoriale: un cinema d’autore che però non ha pesantezze intellettuali, bensì è in grado di parlare allo spettatore con grande immediatezza. Il cinema di Villeneuve è la sua visione del mondo: pensiero e filosofia trasformati in immagine, condizione dello spirito resa attraverso la luce.

Sicario è un film “americano” che si ibrida con la sensibilità di Villeneuve per un risultato dalla bellezza arcana: al regista interessa rivelare il valore iniziatico della storia che racconta. Scritta dal grande Taylor Sheridan (Hell or High Water, I Segreti di Wind River), cui si devono gli script più esistenzialisti, rarefatti eppure radicati nella brutalità del reale degli ultimi anni, la sceneggiatura possiede la qualità dell’epos tragico: Kate Macer (una Emily Blunt di sconvolgente bravura) è l’anti-eroe al centro di un passaggio esperienziale – tanto concreto, fisico, spaziale, quanto interiore – al termine del quale si troverà cambiata. Simbolicamente, questo “viaggio” infernale, discesa nel Male, inizia con la scoperta di una “casa dell’orrore” in cui si trovano decine di cadaveri marcescenti: una visione orrorifica che Villeneuve rappresenta in tutta la sua corporale ripugnanza, sapendola però rivestire di una “sacralità” – attraverso volti ormai maciullati e irriconoscibili, sangue e carne esplosi in sacchetti di plastica – in cui semantizzare il senso di una profanazione: una macabra apparizione del Male.

Questa violenta epifania , amplificata dallo score perturbante del compianto Jóhann Jóhannson, schiude l’iniziazione di Kate ad una realtà talmente malvagia da portare Villeneuve a “smaterializzarla” per poterla rappresentare sullo schermo: Sicario è un film costitutito da poco movimento (siamo lontani dagli stilemi dell’action) ma da grandissima attenzione alle scelte luministiche e alla composizione dell’inquadratura. La bravura di Villeneuve sta esattamente nel costruire il movimento dentro l’inquadratura, come facevano i pittori rinascimentali: spesso riusciamo ad individuare tre differenti campi all’interno dell’immagine, attraverso i quali egli costruisce un percorso che punta all’infinito. Villeneuve racconta attraverso cambi di fuoco, spostamenti essenziali, modulazione fotografica. Kate è investita di luce spirituale; analogamente, lo spazio esterno è spesso invaso dalla luce, all’interno della quale i movimenti di automobili, aerei, mezzi di vario tipo appaiono astratti, misteriosi.

Villeneuve è perfettamente in sintonia con l’idea di frontiera che emerge dalle sceneggiature di Sheridan: un non-luogo senza legge, in cui le pulsioni più basse, la più fredda e crudele amoralità, la contrapposizione elementare “uomo contro uomo” assumono dimensione esasperata, formalizzata in una metafisica scarnificazione. In Sicario prevale il nichilismo più assoluto, tradotto in luoghi resi irriconoscibili dalla tecnica di Villeneuve, che trasfigura le cose in paesaggio lunare e fantascientifico (come nella bellissima sequenza del tunnel). La grandezza di Villeneuve risiede proprio nell’anima del suo cinema: la volontà di rappresentare un Male senza fine attraverso lo spirito.

UN POSTO TRANQUILLO di John Krasinski

Quietplace

***1/2
A quiet place – Un posto tranquillo fa parte di quel “new horror” dai risvolti sociologici e dalla rinnovata sperimentazione stilistica che comprende, tra gli altri, titoli come It Follows, It Comes at Night o 10 Cloverfield Lane. Si tratta di un movimento che va nella direzione opposta rispetto all’ormai esaurito filone del found footage, la cui estetica dello sfasamento puntava a confondere lo spettatore mediante soggettive formalmente indisciplinate. Il new horror cui fa riferimento A quiet place è estremamente essenziale ed organico: il film di Krasinski cerca ordine e coerenza, comunicando con lo spettatore attraverso un linguaggio di elevata significanza. Ogni singola inquadratura agisce con le altre per offrirci indizi, e i dati sensibili – suono e immagine – concorrono a creare un’unità di senso, ora sovrapponendosi, ora sostituendosi l’uno all’altro. A Quiet Place richiede una partecipazione attiva, ci rende vigili nell’attesa dell’estraneo/nemico, la cui presenza inconoscibile è una minaccia concreta e spirituale, un castigo sovrannaturale che riduce l’umanità ad uno stato di primigenia sopravvivenza.

Nell’immediato futuro descritto in A Quiet Place, un’invasione aliena costringe i sopravvissuti a vivere nel silenzio, rinunciando alla comunicazione mediante la parola. Ciò ha un valore simbolico altissimo: il film mostra come senza la “verbalizzazione” la conoscenza del mondo sia limitata. Il nucleo familiare al centro della vicenda vive in uno stato di costante afasia, dove anche l’espressione dei sentimenti assume connotati di incertezza. Il silenzio ed il pericolo hanno trasformato la famiglia americana in una sorta di cellula arcaica e biblica, in cui i ruoli sono rigidamente assegnati (Padre-eroe, Madre-focolare). La madre, interpretata da Emily Blunt, aspetta un quarto figlio e il film presenta il momento del concepimento come portatore di crisi: la maternità diviene rottura di equilibri, catalizzatore di vita e morte.

Krasinski affronta la sfida di un film “muto” e di grande densità metaforica con risultati diseguali ma lodevoli. Se alcune sequenze appaiono faticosamente orfane dei dialoghi, incapaci di allestire un universo visivo sufficientemente espressivo (il cinema muto delle origini, con la sua perfetta musicalità di immagini e montaggio è ben lontano), altrove Krasinski trova soluzioni semplici quanto efficaci: un campo, un silos, un fruscìo, pochissimi elementi sono sufficienti per affinare le nostre percezioni e coinvolgerci in un “discorso” di pura suggestione. A Quiet Place è una sorta di esercizio zen, un piccolo film ribelle (prodotto da Michael Bay) alla ricerca di una nuova purezza cinematografica, lontano dagli inquinamenti acustici, dalla velocità che lobotomizza.