HUBIE HALLOWEEN di Steven Brill

Adam Sandler nei panni di Hubie DuBois

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“Se non ottengo [una nomination all’Oscar per Uncut Gems], tornerò e ne farò uno così brutto solo per farvi pagare tutti.” – Adam Sandler, 2019

Attore comico, drammatico, produttore (con la Happy Madison da lui fondata), sceneggiatore e musicista: Adam Sandler è un uomo di spettacolo straordinario, le cui numerose e contraddittorie esperienze non hanno mai inaridito il suo desiderio ludico di “fare cinema”. Un vero artista dall’anima divisa in due: da una parte, il cinema popolare di cui è stato emblema negli anni ’90, contribuendo con una commedia corporale, surreale, basata sull’invenzione di personaggi elementari ma profondamente ancorati alla tradizione comica americana (dallo slapstick del muto al dadaismo di Pee-wee Herman); dall’altra, l’incursione nel cinema d’autore in cui Sandler è stato una vera rivelazione: come in Punch Drunk Love di P.T. Anderson, film di cui materializza penombre, fragilità emotive e passione sentimentale. Scrisse di lui Roger Ebert: “Sandler, liberato da ruoli formulaici, rivela profondità inaspettate. Guardando questo film è possibile immaginarlo in ruoli alla Dennis Hopper. Ha oscurità, ossessione e potere. Non può continuare a fare quelle commedie stupide per sempre, vero?”

Profeticamente, Ebert anticipava la sua performance più folle, nera e burrascosa: quella nel recente Uncut Gems dei Safdie Brothers, cui si deve la consacrazione di Sandler a mito, attore irraggiungibile e capace di tutto: rabbia, leggerezza, ossessione, superficialità, dolore, vissuti con tutto il corpo ed espressi alla velocità della luce – come il febbrile ruolo richiedeva – e con una naturalezza impressionante. Sandler è uno di quei rari attori per il quale recitare è una categoria dell’essere: qualsiasi cosa faccia, non lo vediamo mai impersonare un ruolo: egli ne è totalmente posseduto.

Che Sandler vada in collera (come accade tradizionalmente nelle sue commedie), che si trasformi in innamorato di toccante romanticismo o si cali nei panni dell’imbranato, egli è sempre perfettamente limpido: possiede il dono della sincerità, che consegna candida nelle mani degli spettatori. Anche quando sbaglia film, la sua presenza esprime sempre una sorta di verità primitiva. Cosa aspettarsi da questo Hubie Halloween, dopo aver visto Sandler toccare i vertici della propria arte in Gems? L’uomo-impermanente dei Safdie, groviglio di pulsioni e in preda al demone dell’azione, del dinamismo scombinato e irrazionale, ridiventa un mimo semplice e monocorde. Accantonata la potenza proteiforme del suo personaggio precedente, Hubie è l’ennesima variazione dei suoi tipici personaggi targati Happy Madison: lo scemo (ma non troppo) del villaggio caduto sulla terra, il ragazzo innocente la cui generosità restaura l’illusione della pace e dell’amore collettivo.

Con uno smagliante production design che gioca sulla classica estetica del macabro, imprimendole una vitalità dinamica e astratta (velocità, colore, pulizia, ricercatezza), Hubie Halloween confeziona i temi tipici del genere in un involucro tanto piacevole per gli occhi quanto intrinsecamente rozzo. Sandler, in una sospensione dell’incredulità relativa alla sua età anagrafica, è di nuovo il ragazzo sprovveduto: anche se probabilmente l’attore è troppo intelligente per non aver considerato tale sfasatura. Hubie Halloween è principalmente nostalgia: un ritorno al microcosmo Happy Madison offerto al pubblico americano proprio quando più ne ha bisogno. Un film rassicurante per l’immaginario; una commedia del ricordo, profumata di torte, zenzero e nido familiare. Il cast vede collaboratori regolari di Sandler, come Ben Stiller, Steve Buscemi e Maya Rudolph, più Noah Schnapp di Stranger Things per attrarre il pubblico più giovane.

Consumato tra le pareti domestiche di questo 2020 in lockdown, Hubie Halloween è evasione misurata: il film si svolge tutto all’insegna di una comicità a denti stretti. Sandler crea un personaggio schivo, quasi paralizzato in volto, dalla voce innaturale e soffocante.
Ma nel quadro si inserisce una stonatura che ha il sapore di un’amara riflessione sociale: l’ingenuo Hubie è vittima di un bullismo spietato da parte di tutti gli abitanti del paese. Si va oltre il mero scherzo: è un vero e proprio accanimento verbale e fisico, una morsa di cui Hubie si libera solo nel riscatto finale. Questo aspetto è il lato oscuro di un film confezionato all’insegna dell’happy: non sorprende che Sandler abbia colto in filigrana la nuova violenza del sociale, la “normalizzazione dello scherno”. Tra le pieghe della comedy, Hubie Halloween espone la brutalità di un presente caratterizzato da forme di aggressività talmente persistenti e pervasive da essere diventate quasi socialmente accettabili.

GOOD TIME di Josh e Benny Safdie

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(Parte di una serie Safdie Brothers che comprende anche Uncut Gems e Heaven Knows What)

Può un film essere al tempo stesso la sintesi dello stato di allucinata frenesia contemporanea e un canto doloroso dell’uomo e del suo smarrimento esistenziale? Good Time spesso interrompe l’azione e le ampie vedute spaziali con stacchi laceranti sui volti: primi piani essenziali, lontanissimi dall’abuso che oggi si fa di questo tipo di inquadratura, ormai sfruttata per estorcere allo spettatore una risposta emotiva. I primi piani dei Safdie sono cassavetesiani – c’è solo un profondo, sofferto umanesimo nell’avvicinarsi dei due registi ad un volto, colto nella sua nudità, nella sua disperazione, in un hic et nunc che è linguisticamente elevato a paradigma. I Safdie si fermano su quella “parte per il tutto” che è il paesaggio del volto, poi tornano con una rapidissima macchina da presa “dentro” la città, dentro le strade, dentro le case. E’ una macchina da presa convulsa e immersiva – come in Uncut Gems, lo sguardo cinematografico dei Safdie è sempre un “penetrare” le cose, addentrarsi, che sia un budello urbano, un claustrofobico pianerottolo, o le molli pareti di un colon. Cinema veramente interiore, che parte da un “totale” metropolitano per poi individuarne le storie, il particolare.

Good Time racconta una vicenda di amore e disperazione, di legami familiari, di personaggi (interpretati magnificamente da Robert Pattinson e Benny Safdie) che deragliano per la loro incapacità di assimilarsi all’alterità del presente. Un distacco digitale informa il film, i cui colori sono acidi e irreali: rosa, gialli, luci nere e psichedeliche; la rappresentazione di uno stato di impossibile vita naturale, all’interno del quale l’essere umano risulta intrusivo. Il rosso del sangue, il pallore dell’incarnato cozzano con l’artificiosa palette dell’algida società liquida.
Analogamente, il synth astrale della colonna sonora di Oneohtrix Point Never magnifica l’onirismo del racconto, sospeso tra incubo e viaggio inziatico: l’antieroe Connie è il rovescio di una figura mitologica antica – agisce mosso da un istinto pulsionale, le sue azioni non hanno alcuna spinta etica se non il primigenio sentimento per il fratello Nick; il loro legame selvaggio, profondo conferisce a questa notturna odissea un senso di necessità ineluttabile.

A sua volta, Nick riconosce in Connie l’unica forma di amore: Good Time concentra molti primissimi piani su Nick, e sono immagini cariche di un dolore quasi insopportabile, che si insinua nella struttura “di genere” del film per disgregarla. Quello dei Safdie è un thriller dalla sensibilità acuta e esistenzialista, uno spaccato iperrealista che turba e commuove. Ma i Safdie non smettono di stupire, e così come l’azione è puro dinamismo e movimento, anche il genere in Good Time è in perpetua mutazione: dallo slapstick, alla comicità alleniana (la scena della rapina non può non ricordare Prendi i soldi e scappa), alla malinconia delle fughe cinematografiche settantesche fino ad un futurismo al neon in cui ogni realtà pare sfaldarsi. Per i Safdie “pace is in a sense a character”, ovvero il ritmo è, in un certo senso, un personaggio*: e questa è una dichiarazione teorica, un manifesto di stupefancente intelligenza, che sintetizza la capacità dei due giovani registi di comprendere e ritrarre il contemporaneo.

*(da un’intervista al Los Angeles Times)

collegato: UNCUT GEMS di Josh e Benny Safdie