Continuo a sentirmi molto in sintonia con i Safdie Brothers, anche dopo la loro separazione. Trovo che abbiano due anime differenti, messe in evidenza dai rispettivi lavori: Benny (regista di The Smashing Machine) è il più introspettivo e spirituale, con un debito nei confronti della Nouvelle Vague e più propenso a un cinema fatto di ellissi, sospensioni temporali, legato all’interiorità dei suoi personaggi. Il cinema di Josh Safdie – in sala con l’irresistibile Marty Supreme – è invece una macchina narrativa inarrestabile e travolgente, con un controllo straordinario sulle continue metamorfosi del racconto. In una sorta di stupefazione scivoliamo da una situazione all’altra, in un esplosivo concatenarsi di causa-effetto che attraversa anche la storia dei generi classici: dal dinamismo di Raoul Walsh, ai bassifondi di Robert Wise, al western, sino a tocchi di teatralità in stile Tennessee Williams/Elia Kazan. Il tutto con un’ironia che però non ha la cinica freddezza del postmoderno: Josh Safdie resta un sognatore, e lo prova la commozione che attraversa molte scene (come la stupenda fuga del cane tra coltri di fumo) e l’uso di una colonna sonora elettronica/onirica (del grande Daniel Lopatin, suo storico collaboratore).
Trovo anche che Marty, come altri personaggi dei Safdie, rappresenti, con i suoi continui errori, quell’America che reclama la propria individualità, il diritto a un umanissimo caos. Mi sembra che gli autori americani più interessanti mettano proprio l’accento su personalità “sbagliate” (penso anche ad Anora di Sean Baker, o al protagonista di Mastermind di Kelly Reichardt), che fanno dei propri errori quasi un’arma per affrontare la vita. Un ritorno all’umano, all’errore, una nuova controcultura nell’America “blindata” contemporanea.
“Un turbine di cazzotti e sentimenti”. Solo un regista senza paura e deciso a seguire il proprio istinto, oltre le secche dell’immaginario in cui stagna gran parte del cinema italiano, poteva realizzare La Città Proibita: colmo di cinema, di ricordi, di action hongkonghese innestato nella commedia all’italiana; il film di un autore che ama la multiculturalità e ci mostra una Roma viva, bellissima, gremita di diversità ma allo stesso tempo unica e riconoscibile (le riprese in esterni sono un commosso atto d’amore alla città). Gabriele Mainetti, da vero visionario, fa convivere omaggi a Bud Spencer (quelle botte da orbi con un pesce!) e memorie di Vacanze Romane, tra giri in scooter e romanticismi nel Foro Romano. Yaxi Liu è una diva, mentre gli attori del nostro cinema danno il meglio di sé, in un film che è scatenato, affettuoso, nostalgico, e soprattutto girato con talento strabiliante. Il regista seziona il tempo e lo spazio, filma corpi senza peso nella coreografia della lotta e ci fa innamorare di un nuovo cinema (o un nuovo mondo?) possibile.
Nella “bottega da rigattiere del mio cuore” (mi piace tanto questa definizione di Yeats) c’è un film che continua ad affacciarsi ed è diventato già ricordo affettivo, immagine d’amore. Si tratta di Straume (Flow), il “mio” film dell’anno. L’animazione è il cinema delle forme possibili, e Flow è un movimento musicale, una corrente viva e dolorosa. Tra resti di civiltà umane remote e acqua che invade la terra, sopravvive un piccolo consorzio di animali. La loro umiltà mi commuove e mi incanta: nessun lamento, nessuna filosofia, solo il vagabondare tra paura e bellezza. Il piccolo corpo svelto di un gattino è origine di meraviglia e avventura. L’animazione digitale restituisce un mondo di pienezza sensoriale, di specchi d’acqua, di profondità e ombre. E mi piace l’idea di un futuro senza l’essere umano e le sue crudeltà.
Mickey Barnes, un uomo in difficoltà economiche, si arruola per una missione spaziale finalizzata alla colonizzazione del pianeta Niflheim. Il suo incarico, però, è tutt’altro che ordinario: viene scelto come “sostituibile”, un lavoratore destinato a compiere missioni ad alto rischio e a essere rimpiazzato con una copia clonata ogni volta che muore.
Quando un regista ha successo, il mondo sembra aspettare con ansia la sua caduta, l’opera “non all’altezza”. Bong Joon-ho ci serve su un piatto d’argento, con gusto anarchico, la “grande delusione”: un film-caos che è simultaneamente omaggio a Nausicaa di Miyazaki, cinema slapstick che guarda al muto, viaggio avventuroso dell'(anti)eroe, metafora sci-fi alla Verhoeven, il tutto rielaborato in uno stile personale e riconoscibile. Per quanto mi riguarda ho amato molto Mickey 17. Vi ritrovo un autore innamorato del cinema e fedele a se stesso e alle proprie ossessioni (la lotta di classe, la rapacità che dilania l’animo umano, la struggente debolezza degli ultimi, l’ambientalismo). E come dimenticare l’assoluta indifferenza che circonda Mickey e le sue “insignificanti” morti? Il tono ludico cela immagini nerissime, una riflessione sulla natura del potere e sulla spettacolarizzazione della morte. Ma c’è anche lo smagliante piacere visivo, quell’occhio formidabile per la dissezione degli spazi e la stratificazione dell’inquadratura. A mio parere un film imperfetto e meraviglioso, fieramente “multiplo e sacrificabile” come il suo protagonista.
– BREVE ANNUNCIO DEL LUNEDÌ – È nato un mio piccolo sito di cinema giapponese: NUBI FLUTTUANTI. Ho deciso di raccogliere un po’ dei miei appunti sparsi sui social e altrove, e di dare una casa alle mie riflessioni. Naturalmente è un inizio (imperfetto), è tutto autoprodotto, ci sono al momento 39 articoli, alcuni lunghi, altri brevi. Sostenetemi se vi va. Crescerò. Si vive anche di questi piccoli progetti d’amore. Graditi commenti e suggerimenti
Sono passati 34 anni dal primoBeetlejuice: un film”puro”, nato dall’immaginazione di un Tim Burton appena trentenne e ancora turbato dalle proprie immaginazioni. Il film dell’88, difatti, assieme all’estro sfrenato, al desiderio di commedia bizzarra e slapstick e alla natura orgogliosamente artistica e cinefila, possedeva una malinconia elegiaca che ne costituiva l’essenza. C’è, nel primo Beetlejuice, una radice filosofica e poetica, l’inestirpabile consapevolezza della finitezza umana e della separazione tra mondo dei morti e mondo dei vivi; quella stessa, sorridente tristezza che si respira nell’aldilà di film come Heaven can wait (1943) di Ernst Lubitsch o A Matter of Life and Death (1946) di Powell e Pressburger. Nel 1988 Burton giocava con la morte, vi opponeva una figura come Beetlejuice a sfidare, in forme di giovanile surrealismo, ogni tabù sul cupio dissolvi, sull’idea della fine come paura (i Maitland) o desiderio (Lydia Deetz); ma nel film aleggiava un rimpianto, la lacrima versata sulla tomba, il desiderio di un impossibile ritorno alla vita (emblematizzato dai silenzi della dolcissima coppia dei Maitland).
Il film del 1988 prediligeva dialoghi scarni (ad eccezione delle esplosioni screwball di Beetlejuice), gag brutali, effetti in stop motion dal carattere tangibile e rozzo, incerto come solo accade negli incubi. La separazione tra vita e morte veniva data come definitiva e sacrale, un confine da non attraversare per non scatenare l’ira delle cose. Oggi, Burton è un “ex disadattato”, un uomo di 66 anni completamente inserito nel sistema produttivo americano, del quale ha appreso e incorporato le modalità, perdendo l’innocenza di opere “buffe” come Pee-Wee’s Big Adventure (1985). Beetlejuice Beetlejuice è un prodotto “altro” e prono al compromesso senza troppi dilemmi morali. Lontanissimo dalla purezza dell’originale, dalla sua struttura da film di serie B debitore dell’espressionismo e delle avanguardie, il sequel è figlio del proprio tempo e rifiuta – con una scelta intelligente – la nostalgia. Le epoche e gli artisti cambiano: Burton resta obbediente alla propria ispirazione, che nel 2024 vuole essere popolare e commerciale, consapevole dei nuovi modi narrativi e di fruizione. Beetlejuice Beetlejuice perde la struttura ellittica da comica del muto e accumula materia narrativa, la segmenta in sottotrame (dal personaggio di Delores alla teen romance tra Astrid e Jeremy) e aumenta vistosamente la quantità di dialoghi assecondando le abitudini degli spettatori contemporanei. I personaggi parlano e parlano, seduti a un tavolo, su una panchina, all’aperto o nell’aldilà. Il nuovo pubblico ha bisogno di spiegazioni, di racconto verbale, di riprese paratelevisive in primo piano o mezzo primo piano. Le allusioni, i silenzi dell’adolescente Lydia Deetz, le sue frasi sfilacciate “… anche io mi sento strana e inusuale” vengono sostituiti dai piccoli sermoni femministi di Astrid o dalle proteste per i propri diritti.
Lo “spiritello” Beetlejuice, d’altro canto, appare facilmente domabile e ha persino timore di una donna (la strega interpretata dalla Bellucci con fenomenale gusto istrionico). Ma ciò che distingue totalmente le due opere, oltre all’aspetto strutturale e a uno script “seriale” e dialogico è la banalizzazione della morte, il controllo sul passaggio tra i due mondi. Si entra ed esce dall’Aldilà senza difficoltà, tutto appare a portata di mano così come vuole il nuovo verbo hollywoodiano, che da anni erode la paura della morte annullando il “void”, la voragine, il vuoto. Non si muore mai davvero, e se il primo Beetlejuice ironizzava sugli aspetti burocratici della vita dopo la morte (ma del resto lo avevano fatto anche Powell e Pressburger), questo sequel spinge l’ironia al completo annullamento del terrore sacro.
L’aspetto, forse, meno apprezzabile del nuovo film è la concessione a certe trivialità tipiche da “produzioni Netflix”, segno della grande presunzione americana di piegare sia il mondo visibile, quanto l’invisibile, alle proprie leggi. Beetlejuice Beetlejuice diverte ma non perturba; la morte non può e non deve disturbare le faccende terrene e l’affermazione di un sé mediaticamente esposto. Si fa molta fatica ad accettare una Lydia Deetz, che ricordiamo fragile ed elusiva, nei panni di “popolare” star televisiva. Eppure, nonostante l’abisso teorico che separa i due film, Beetlejuice Beetlejuice riesce a farsi amare. C’è qualcosa, nella regia di Tim Burton, in grado di elevare il film a qualcosa di più della somma delle sue parti. L’analisi coglie ancora, con penetrante ironia, gli aspetti più eclatanti del ridicolo contemporaneo: Delia Deetz performer à la Abramovich, il trionfo del falso incarnato dal detective di Willem Dafoe, la tragedia dell’office work emblematizzata da Bob sono stoccate lucidissime. Ma soprattutto resta, in Burton, e nonostante Burton stesso, la vena artistica insopprimibile, il gusto del cinema che emerge nell’autocitazione e nell’omaggio all’espressionismo e al gotico, in un maelström scaltro ma di grande piacere estetico. La scena dei matrimonio ha l’anarchia di un film dei fratelli Marx, e la coppia Keaton-Ryder non ha perso nulla del carisma originale. Tutti noi “strani e inusuali” siamo grati a un Burton sicuramente più “corrotto”, ma ancora in grado di trasformare in commedia la nostra incapacità di essere normali.
E’ il 1934 quando Ernst Lubitsch, indiscusso maestro della commedia sofisticata, il regista più originale, brillante, spregiudicato della storia di Hollywood, consegna Design for living alle sale americane. Incentrato su un ménage à trois tra il pittore George, lo scrittore Tom e la musa Gilda, il film di Lubitsch mette in scena, in 90 minuti di ellissi, mirabili ed essenziali inquadrature, metafore visive e composizioni eleganti e allusive, la verità di un rapporto amoroso umanissimo e sfuggente alle ipocrite convenzioni della società. Legati da un’attrazione e un riconoscimento che li porta a ripudiare le banalità del romanticismo sentimentale e monogamo in nome di un sentimento insopprimibile – fondato sulla libertà quanto su uno sguardo ironico e giocoso nei confronti della vita – Tom, George e Gilda vivono una relazione dapprima illudendosi di disciplinarla attraverso regole, poi scoprendo l’impossibilità di domare l’impulso amoroso. In un vaudeville di tradimenti, abbandoni e riconciliazioni, i tre sperimentano un sentimento rivoluzionario, consapevoli della sua natura complessa. Il loro Design for living – progetto di vita – sfugge a categorizzazioni e rifiuta il concetto di amore come cellula sociale, base strutturale produttiva. Come scrisse Baudelaire: “Essere un uomo utile mi è sempre sembrato qualcosa di molto repellente”. È questo dandysmo a informare la personalità di Tom, George e Gilda, e a renderli innocentemente incapaci di vivere secondo la morale comune. Affiancato da Ben Hecht, autore di una sceneggiatura affilata e impudente che sfidava il Codice Hays, Lubitsch non dimentica però gli aspetti più teneri e appassionati della romance. I tre si amano profondamente, il romanticismo è profondo e sincero, al punto da indurli a “bruciare” i simboli del successo – gli abiti eleganti, il cappello a cilindro – per non tradire la natura bohémien del loro sentimento.
Queste considerazioni introduttive ci servono a riflettere sullo stato non solo del cinema, ma anche dell’amore e della società nel 2024, a 90 anni di distanza dall’opera di Lubitsch. Challengers di Luca Guadagnino prende le mosse da una vicenda che ha molto in comune con Design for living: il rapporto tenero, ambiguo tra Art e Patrick e il ruolo di Tashi, musa e arbitra degli equilibri tra i due giovani. Al posto di soffitte parigine e ambizioni artistiche e anarchiche, troviamo il mondo del tennis con le sue contraddizioni: il lusso, la ferrea disciplina, l’ossessivo potere del marketing che permea le vite dei protagonisti. Se Gilda inorridita dichiarava: “Vendi tutto quello che vuoi, ma non me. Sono stufa di essere un marchio di fabbrica”, per Tashi l’esposizione pubblicitaria è necessaria. Le immagini patinate che compongono una personalità vincente e affascinante, affisse su pareti, billboard o esposte sugli schermi, offrono consistenza a un carattere che vive di autocensure emotive e frustrazioni, e considera la debolezza dell’amore un affronto da reprimere. Se Gilda invitava Tom e George ad avere fiducia in se stessi, il ruolo di musa svolto da Tashi si riflette sulla vita di Art e Patrick in forma di umiliazioni (psicologiche e sessuali) e perenne insoddisfazione.
Le relazioni, in Challengers, sembrano muovere esclusivamente da provocazioni, competitività, narcisismo; ingoiato dall’individualismo e allestito in forma di parata sportiva, l’amore non è totalizzante, né generoso o libero. Un sentimento fondamentalmente narcisistico come quello messo in scena da Challengers trova il contesto d’elezione nel campo da tennis, spazio aperto al pubblico e quindi esibizionistico. Nel film di Guadagnino il ménage à trois è meramente formale, l’incontro di tre personalità distinte e separate che entrano in relazione senza però mai comunicare né godere del rapporto a tre – come entità, mondo in cui riconoscersi. Nel suo splendore visivo, Challengers è un film di superfici (la bellezza dei corpi, la nitidezza degli esterni, il valore accessorio dei dialoghi, spesso sovrastati dalla colonna musicale) composte in un nucleo strutturale postmoderno. La scelta di una cronologia frammentaria e non lineare accentua lo scintillio degli istanti. Il regista immette nel suo lavoro di direzione l’ammirazione per il cinema del passato e si esibisce in citazioni hitchcockiane, tecnicismi, tour de force virtuosistici della macchina da presa. Il montaggio segue i ritmi dinamici del gioco, la pallina acquista una sua soggettività, il contre-plongée rende il campo trasparente, spingendo il voyeurismo fin nel sottosuolo. Ma non c’è profondità dietro il lussuoso movimento delle immagini (instagrammabili e forti di un’estetica saldamente aggrappata alla contemporaneità). Manca calore umano così come le riprese point of view sono prive di soggetto. È un cinema che eccelle nel fare marketing di se stesso e vendere la propria confezione.
Patrick e Art restano gusci vuoti, personaggi sorretti da pulsioni elementari (competizione e desiderio di possesso dell’oggetto-Tashi). A sua volta la ragazza, pur nella sua radicale determinazione, è del tutto asservita all’immagine sociale e incapace di trovare la radice del proprio desiderio se non attraverso il transfert tennistico. Il tennis, in Challengers, non è la magnificazione dell’amore o una sua metafora, ma il grande Spettacolo in cui celarlo e reprimerlo, fino ad avvilirlo con le stantìe dinamiche del tradimento. Metonimicamente, Art, Patrick e Tashi giocano perché impreparati all’amore.
Conoscevo Pablo Berger per il bellissimo Blancanieves, film muto e in bianco e nero del 2012. Il regista resta affascinato dall’immagine pura, priva di dialoghi, anche in Robot Dreams, in Italia tradotto pedestremente Il mio amico robot; ma questo titolo tradisce la ragion d’essere del film, ovvero il sogno di natura surrealista, materia inconscia che si stringe indissolubilmente al reale tanto da confondersi con esso, in un unico magma di vissuto pulsante e allucinatorio. Ambientato in una Manhattan paradossalmente “più vera del vero” nonostante i suoi abitanti antropomorfi, Robot Dreams insegue le tensioni della vita, il desiderio, l’amore, le disillusioni. Aderendo fedelmente ai disegni di Sara Varon, autrice della graphic novel originale, Berger crea un film cinefilo e struggente che sarebbe piaciuto a Satoshi Kon (l’artista assoluto di quella “dreaming machine” cinematografica in cui sogno e realtà sono indissolubili). Con una passione debordante per la settima arte, Berger intesse l’animazione di citazioni: da Il mago di Oz a The Shining, dal dolly zoom di Hitchcock alle squisitezze astratte di Busby Berkeley, dal romanticismo di Woody Allen alla follia anarchica di Duck Amuck, celebre cartone metacinematografico di Chuck Jones. Similmente a Duffy Duck, il robot protagonista si “stacca” ed esce dalla scenografia, rivelando la natura della finzione in visioni di sfrenata immaginazione.
Con una regia di puro movimento, Berger segue i personaggi affiancandoli nei piani sequenza, spalanca vertigini con improvvisi zoom, attraversa lo spazio e il tempo in un susseguirsi di panoramiche, dolly, inquadrature dall’alto. Il suo cinema onirico e profondamente umano si affida esclusivamente alle immagini, alle quali consegna l’emozione. Ogni sentimento, percezione e ricordo ha un corrispettivo visivo: Robot Dreams è una dolce dimostrazione di come la mente elabori il vissuto alla maniera di un film. Particolarmente bello “l’intermezzo degli uccellini”, parentesi autonoma e memore della delicatezza romantica de “Il principe felice” di Oscar Wilde; mentre il finale ci offre uno degli split screen più toccanti del cinema recente. Così come altri registi prima di lui (ad esempio Stanley Donen con il suo Indiscreto) Berger ci mostra la possibilità di essere “insieme” anche separati, in una dimensione dove passato, presente e futuro coincidono. Si esce dal cinema in lacrime, commossi e con l’anima più luminosa.
Wim Wenders trasferisce in Perfect Days tutto il suo amore per una cultura – e un cinema – osservati lungamente nel corso del tempo. Ed è significativo che anni di studio, riflessioni e uno sguardo meticoloso – in parte incantato, in parte entomologico – confluiscano in un’opera semplice e apparentemente fatta di nulla. Mu, identificato dall’ideogramma 無, quel niente cui aspirava Ozu (al punto da sceglierlo come epigrafe finale della sua esistenza) è anche il centro di Perfect Days, un film che fa del suo protagonista l’emblema di una vita in comunione con il tutto, vivente tra le cose viventi del mondo, devoto al proprio quotidiano naturalmente ripetitivo. Così come il sole sorge ogni giorno, Hirayama leva lo sguardo al cielo e sorride. Dopo i riti preparatori – la cura personale, la predisposizione di divisa e attrezzi – Hirayama inizia la propria giornata, ascoltando Lou Reed, Patti Smith, Van Morrison. Wenders posa l’occhio della macchina da presa sul volto di Yakusho Kōji, tra i pochissimi attori in grado di portare sulle spalle questo “nulla” e farne pieno cinema: un viso che esprime ogni sfumatura emozionale e si fa paesaggio, manifestazione di pensiero e sentimenti nella loro fuggevolezza trasformativa.
Così come la strada scorre, mentre Tokyo mostra i suoi volti più differenti – dai grandi palazzi che si tagliano silenti, agli angoli brulicanti, tra luci e scorci ripresi in campi lunghi o dettagli – le percezioni si affastellano rapide in Hirayama, scintillando negli occhi in movimento o manifestandosi nella piega delle labbra. Yakusho, questo attore straordinario che, come notò Kurosawa Kiyoshi, mantiene sempre un’aura di mistero indecifrabile (caratteristica, questa, anche del volto pensoso di Hara Setsuko), è l’uomo comune che nella sua riservatezza cela un mondo infinito e imperscrutabile. Nella cura dei suoi gesti vi è un senso d’orgoglio e dignità muti, e i suoi ritorni a casa, sempre uguali, sempre scanditi da tappe prestabilite (il bagno pubblico, la cena nel ristorante) lo conducono nel rifugio di una casa-anima, illuminata da un’abat-jour, dove il silenzio si accende di immaginazione (nella lettura di Faulkner o Patricia Highsmith). La vita di Hirayama è pura e immaginifica: e un’esistenza così interiore e luminosa non può che essere ricompensata da notti senza fine, in cui prendono vita i fantasmi dell’ombra. I sogni di Hirayama sono tra le cose più belle che ci è dato vedere in Perfect Days, una sorta di accesso all’inconscio, allo spirito denso e fluttuante dell’uomo. Wenders filma le ombre cogliendone la filigrana evanescente, il movimento tremulo: sembra quasi di rivedere certe inquadrature di Mizoguchi e Ozu, registi altrettanto attenti al movimento di ombre e riflessi in cui condensare una vita più profonda e spirituale.
Perfect Days ci consegna la sua esperienza più vera in questo cinema notturno, fantasmatico, velato di ricordo e desiderio. Meno interessante, invece, è l’attitudine innegabilmente occidentale con cui il regista guarda al Giappone e alle sue abitudini, romanticizzandole – o, in altri casi, riprendendole con l’indole del fotografo avvezzo alle diversità e pronto a coglierle. Nel mostrarci Hirayama, il regista non si discosta mai da una visione ideale: il suo protagonista è privato del diritto alla contraddizione, o all’errore, o all’impulso, ed è solo grazie all’interpretazione complessa di Yakusho che il personaggio evita di diventare cliché. Nell’abnegazione a un lavoro umile di cui Wenders ci risparmia gli elementi principali – gli escrementi – Hirayama compie un rito assolutorio, terminando la giornata in un sorriso finale di comprensione, perdono, distanza dal tutto. Nei bagni lungamente strofinati non c’è traccia di odori o sporcizia: Hirayama arriva ad utilizzare le mani nude per raccogliere piccoli rifiuti dal pavimento.
In questi dettagli è difficile non ravvisare la condiscendenza del regista e la sua romanticizzazione di un lavoro “basso” al punto da scartarne gli elementi che potrebbero infastidire lo spettatore. Se nel rappresentare le classi più umili il Kaurismaki di Foglie al vento mostrava, con grande naturalezza, tutto ciò che piega e umilia gli esseri umani (come il sangue, la polvere, la fatica, la pericolosità di un cantiere), al protagonista di Perfect Days è negato l’escremento, il sudore, la macchia sulla tuta da lavoro. Con le stesse mani e con la stessa uniforme, Hirayama consuma il suo pasto quotidianamente. Wenders lo inquadra mentre fotografa alberi e natura con un apparecchio analogico; e se nello spirito giapponese è autentica la comunanza con le cose e lo stupore di fronte a un fiore che sboccia, si avverte la sottile banalizzazione wendersiana, il suo sguardo inevitabilmente occidentale. La divisione in brevi capitoli, la poetica della semplicità, sebbene affrontati da Wenders con passione sincera, a tratti si offrono come un “compendio giapponese”, un manuale per occidentali alla ricerca dell’ “experience” a misura delle proprie aspettative. Resta, però, la grande interpretazione di Yakusho, capace di offrirci uno dei finali più belli del cinema mondiale degli ultimi anni, reggendo un close-up in cui rivelarsi fino alle lacrime e mettersi a nudo nella verità.
“I miei film possono sembrare tutti uguali, ma io cerco di creare qualcosa di nuovo ogni volta: come fa il pittore che dipinge la stessa rosa, sempre la stessa, e ogni volta arricchisce la propria visione.” Come Ozu, che rilasciò questa dichiarazione a proposito del suo cinema, Kaurismäki ferma i suoi “universali” nell’incessante trasformazione delle cose. La sua filmografia ci consegna un universo dai tratti definiti e un sistema di relazioni governate da silenzi, intensità, emozioni trattenute e un profondo, sotterraneo romanticismo. In Foglie al vento lo spettatore ritrova, come in sogno, uno spazio perduto e familiare: ci sono ancora i bar, le stanze spoglie, le panchine fredde e circondate dagli alberi autunnali. E ci sono personaggi dai volti conosciuti, su cui cade la luce della Grazia – ma anche il raggio del proiettore di una sala cinematografica, a magnificare il “breve incontro” che cambia una vita.
Foglie al vento è un ritorno: ai proletari dagli occhi velati di tristezza, alle sigarette, all’alcol in cui dimenticare la propria condizione; e alle figure femminili colme di dignità, piegate dallo sfruttamento eppure luminose e irriducibili. In più di una scena Ansa mi ha ricordato Takamine Hideko nei film di Naruse, silenziosa e consumata dal lavoro, ma con lo sguardo rivolto al futuro. I viaggi in bus o in treno di Ansa sono gli stessi di tante eroine pensose del cinema giapponese classico: su tutte, la Reiko di Yearning (1964). Kaurismäki racconta “la stessa storia” così come Shakespeare, in un sonetto, “sempre dice ciò che è stato detto”. I suoi personaggi cercano amore o una seconda possibilità, un’alternativa alle “nuvole” dell’esistenza, a quei supermercati alienanti o fabbriche in cui la polvere inghiotte gli esseri umani e le loro fatiche. In particolare, la fabbrica di Foglie al vento – con i suoi ganci minacciosi, presenze inquietanti che incombono sull’anonimato della manovalanza – viene introdotta da alcuni “pillow shots” (inquadrature di transizione) di silos e cisterne, esplicito omaggio a quel “cinema delle baracche” tanto caro a Ozu.
Su tutto ciò il regista stende il suo sguardo fatto d’amore e compassione profonda. Le mani si sfiorano, i corpi, pur impacciati, cercano un contatto. Chi ritiene che Kaurismäki sia freddo o, come mi è capitato di leggere, “poco empatico”, si è mantenuto ben distante dalle scie d’amore che attraversano i suoi film: i sentimenti scorrono e lasciano un segno di malinconia, come il bellissimo movimento di macchina che allontana Ansa da Holappa, lasciandola svanire. Kaurismaki compone le sue inquadrature in modo meticoloso: interni scarni, un divano, un letto, una lampada dalla luce fioca e una radio d’altri tempi. In questa composizione così devota al cinema di Ozu (ma anche a Sirk, come dimostra la finestra rubata a Secondo amore, 1955), i personaggi si pongono ai margini, cose tra le cose, mentre il colore ne esalta la purezza dei sentimenti. C’è uno studio profondo di blu, rossi, gialli: ogni cromatismo è una nota emotiva. La musica, spesso diegetica, si sostituisce ai dialoghi e diviene discorso interiore.
Questa stilizzazione sublima l’avventura esistenziale e trasforma ogni più umile protagonista in “eroe” del proprio transitorio quotidiano: i destini si incrociano (e non di rado i personaggi si muovono all’unisono), i corpi fragili si feriscono (in ogni film del regista troviamo bende, lividi, sangue) e il cuore si affida all’amore di un cane. Nel cinema di Kaurismäki i cani hanno la stessa dignità degli altri personaggi, e lo dimostra il fatto che siano oggetto della medesima tecnica fotografica (del fedele Timo Salminen): la luce li colpisce da un lato, lasciandoli parzialmente in ombra, ma vi è una sorta di “aura” a circondarli, segno di laica santità. Del resto, anche il cinema di Chaplin è fatto di umanissimi angeli, smarriti tra le macerie della terra.