IL POSTO DELLE FRAGOLE di Ingmar Bergman

Fragole

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“I nostri rapporti con il prossimo si limitano per la maggior parte al pettegolezzo e ad una sterile critica del suo comportamento. Questa constatazione mi ha lentamente portato a isolarmi dalla cosiddetta vita sociale e mondana. Le mie giornate trascorrono in solitudine e senza troppe emozioni.” – Isak Borg, Il posto delle fragole

E’ difficile avvicinarsi a Il Posto delle fragole senza provare soggezione, senza avvertire il peso culturale che precede quest’opera tanto studiata, analizzata, celebrata; eppure il film riesce a liberarsi dalle maglie dell’interpretazione e rinnovare il suo mistero a ogni visione. La forza delle immagini, la struttura psicanalitica del racconto, la rivoluzione intorno alla soggettività (propria del romanzo del novecento) che costituisce lo spirito profondo del film innescano una trasformazione nello spettatore. L’estetica dell’opera custodisce un’intima sommossa, ed è impossibile guardare l’immagine sullo schermo senza volgere lo sguardo anche alla nostra immagine interiore. Come Proust, come Pirandello, Joyce e i grandi artisti del secolo scorso che hanno scomposto la luce dell’io in tutte le sue rifrazioni, Bergman ci conduce nei giardini dell’inconscio in un viaggio a ritroso attraverso l’esperienza esistenziale.

Il Professor Isak Borg, ritratto di spalle e curvo sulla grande e austera scrivania, ci introduce con voce fuori campo al suo presente rigido e misantropico di accademico non più avvezzo alla socialità. Eppure le sue parole apparentemente distaccate sembrano celare turbamenti; la notte stessa, Isak è tormentato da un incubo che insinuerà dubbi sul proprio vissuto e sul destino che lo attende.
Bergman filma il sogno in un bianco e nero dai forti contrasti e traduce il travaglio dell’inconscio con una potenza rara, comune a pochi artisti  (Bunuel, Hitchcock). Le immagini, di grande inquietudine, ci mostrano Isak perso in una città metafisica e silenziosa; le sequenze si succedono in forma ritmica, staccata. Il sogno si avvicina rapidamente al suo grumo d’angoscia, traducendo la paura in oggetti e volti: Isak incontra la morte non in forme simboliche ma letterali, trovandosi di fronte al suo cadavere.

Lo sconvolgimento è tale da indurre il professore a ripercorrere materialmente i luoghi della propria giovinezza in un lungo viaggio in automobile: quattordici ore che Bergman scompone in realtà, ricordo, epifania, incontri e onirico deragliamento, esposti mediante un racconto autodiegetico fatto di domande, riflessioni, sospensioni. Il viaggio è messo in scena dal regista con una evidenza realistica tangibile, materica, al cui interno la memoria non è che parte viva e sensibile del percorso. Isak rivisita il suo passato calpestando l’erba che circonda la casa infantile (il “posto delle fragole”) e osserva il suo amore, Sara, intatto nel fulgore giovanile. Il vecchio professore ha modo di spiare la sua sua brutalità con Sara rivivendo un episodio perduto nel tempo: gli occhi si posano sulla vita trascorsa colorandola di rimorso.

I ricordi gettano una nuova luce sul presente, collocando Isak in uno nuovo spazio fisico ma anche emotivo e mentale. Inoltre il confronto con la nuora (Ingrid Thulin) che lo accompagna e gli incontri lungo la strada – tre giovani autostoppisti dal furore e gioie istintive e corporali, seguiti da una coppia consumata da un rapporto di ferocia sadomasochistica – accendono fulminee illuminazioni. E’ come se Isak si trovasse all’interno di una spirale Borgesiana in cui passato e presente, in una bruciante compresenza, rivelano nuovi significati e sensi reciproci.

Nell’economia di un racconto rigoroso, matematico nella sua chiarissima gestione del tempo, Bergman costruisce un vero thriller dell’anima, non privo di sequenze orrorifiche. Il secondo sogno di Isak è una discesa gotica nella paura, in cui il regista ricorre a codici di genere adattandoli alla propria sublime sensibilità autoriale. Ed è toccante che a interpretare il professor Borg sia Victor Sjöström, regista del cinema muto più puro, spaventoso e spirituale, nonchè maestro di Bergman. A Sjöström si devono titoli archetipici come Il Carretto Fantasma (1921) o Il Vento (1928), ovvero il cinema dell’intangibile, della paura che elettrizza l’aria e si posa sulle ombre. Fantasma con fantasma – reali, cinematografici e finzionali – si sovrappongono e si inseguono: Isak Borg è uno dei grandi personaggi disgregati del ‘900, alla ricerca del tempo – e dell’io – perduti.

(Il film è disponibile su Amazon Prime)