TROPPA GRAZIA di Gianni Zanasi

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Il cinema italiano è in cerca di miracoli: dopo Lazzaro Felice e Il vizio della speranza, i quali variamente esplorano la possibilità di un sovrannaturale che interferisca con un’umanità dimentica della meraviglia, è la volta di Troppa Grazia. Come i registi dei film citati, Zanasi affronta quest’“oltre” con sguardo soggettivo, traducendolo in un film libero, personale; una libertà che però in questo caso diviene incoerenza, desiderio imperfetto: Troppa Grazia è un film pieno di fascino potenziale, un nucleo carico ma estremamente irrisolto.

Zanasi, con una leggerezza che è anche la sua dote migliore, conduce lo spettatore all’interno una serie di percorsi cinematografici: “entrare” dentro Troppa Grazia significa attraversare un insieme di film differenti e slegati tra loro. Da quell’apertura fantascientifica (stupendamente fotografata da Vladan Radovic) Zanasi ci porta in un interno familiare, dove si consuma uno dei topoi del cinema contemporaneo italiano – la battaglia tra i sessi, il confronto di coppia – per poi mutare nuovamente contesto e condurci nella vita di Lucia e nel suo delicato equilibrio tra psicologia e sopravvivenza sociale (una delicatezza, questa, da cinema francese recente).
Ma non appena il racconto trova equilibrio, lo spettatore viene ulteriormente spiazzato da un nuovo registro (e una nuova cifra estetica): l’arrivo del sacro, di una Madonna concreta, popolare, con la bellezza ed il soffio vitale dell’Annunciata di Antonello da Messina. A questa inaspettata apparizione il film deve la sua tremula coesione: un miracolo che conferisce al film un’eterea struttura, impedendogli di sbriciolarsi completamente in una moltitudine di ispirazioni, tanto tematiche quanto formali.

Zanasi è un irrequieto: sembra seguire le sue pulsioni artistiche con grande immediatezza, lasciandole “rozze” nella loro freschezza: a volte si incanta in fermo immagini di grande intensità, in cui la natura sembra sussurrare dai grandi campi aperti e atemporali; altre si insinua in stanze, strade, corre rapido in piani sequenza, imita la naturalezza dell’occhio umano che scruta ed insegue. Allo stesso tempo, il suo film non sa se acquietarsi nella dolcezza dell’apologo morale, o farsi beffe della sua stessa messa in scena con un sorriso pirandelliano che traluce per tutta la durata del racconto.

In tanto caos indisciplinato, vivo quanto talora velleitario, brilla la stella di Alba Rohrwacher: qui nel suo ruolo più difficile, una performance che diviene il film stesso: la sua Lucia possiede la “schizofrenia” umorale, caratteriale, sentimentale del film. Lucia pensosa, seria, ma anche un saltimbanco alla Palazzeschi, una figura tra il mimo, l’inetto novecentesco, il comico chapliniano. Alba Rohrwacher è una splendida attrice e solo lei riesce a sospendere l’incredulità che spira da una sceneggiatura eccentrica, paradossale, non sempre all’altezza della sua protagonista.