LA COMUNE di Thomas Vinterberg

comuneCon La comune il danese Thomas Vinterberg realizza il suo film più debole e compromissorio; un’opera perfetta per quel pubblico benpensante e conservatore che cerca un cinema “di qualità” in grado di veicolare messaggi senza essere mai realmente perturbante. Dopo il radicale Festen, il severo e bellissimo Il sospetto, attraverso il romanzesco di Via dalla pazza folla – che malgrado qualche concessione “popolare” resta un film capace di colpirci con immagini gotiche, lunari, crudeli e senza rimorso (penso alla morte del gregge) – la violenza artistica di Vinterberg sembra sciogliersi del tutto e svanire in quest’ultima opera. Il regista dissemina indizi senza approfondirli, introduce personaggi lasciandoli appena abbozzati, e si accontenta di un generico impressionismo nella composizione del suo quadro collettivo. Una collettività apparente, dal momento che La comune resta un titolo puramente intenzionale: nel film infatti non c’è traccia dei conflitti e delle dinamiche proprie del vivere insieme, e la “comunità” sembra radunarsi e ritrovarsi solo nelle grandi tavolate serali; una visione tutt’altro che rivoluzionaria, che ricorda semmai le tradizionalissime famiglie allargate della prima metà del novecento.

La comune quindi sorvola sull’incontro di personalità diverse all’interno di uno spazio condiviso: non si litiga, non si lotta, gli sguardi non si incrociano per rabbia o desiderio; mai, nel corso delle due ore, ci viene mostrata la fatica del convivere, del sovrapporre stili di vita, orari, idee, passato. Tutto coesiste pacificamente tra risate, balli, nudismo e sigarette. Vinterberg tra l’altro indugia in una serie di déjà vu (dai corpi nudi ripresi di spalle, impietosamente, sotto una luce livida, all’immagine frontale ed iperrealistica del gruppo in strada), limitandosi a riproporre clichè ormai usurati di un possibile immaginario settantesco.
Il gruppo resta, in ogni caso, mero contesto: una collezione di stereotipi – l’intellettuale, la figlia dei fiori, l’immigrato, la coppia dimessa – che non vive di vita propria, ma funge da intermezzo colorato al dramma centrale, che è quello della coppia Erik – Anna alle prese con una crisi che diventa banalissimo tradimento. Un triangolo vissuto, malgrado l’apparente prospettiva illuminata, con il medesimo corredo di emozioni, rabbia, depressioni e cadute melò riscontrabile nella mentalità borghese; perchè la scelta di una comune, nel film di Vinterberg, (e questo è l’aspetto originale del film) non è che un vizio borghese, un modo di sfuggire alla volgarità del quotidiano inseguendo un sogno di eccezionalità, che non si realizza mai.

Il regista danese avrebbe potuto essere più feroce nel mettere in scena una debolezza di classe; invece preferisce concentrarsi sulle coppia Erik – Anna, due figure sgradevoli, prive di motivazioni profonde e alla ricerca di facili gratificazioni. Entrambi agiscono senza pensare: finchè sarà proprio il pensiero, lo scoccare di una scintilla nella mente di Anna, a far crollare tanto il sistema illusorio del proprio privato che le sicurezze personali.
Con una regia stanca, ed una sceneggiatura dalle notevoli cadute (tutta la vicenda del bambino sembra scritta per colmare in modo sleale i vuoti emozionali del film), La comune ci parla di fallimenti individuali e crisi della famiglia; e lo fa con un tono greve, predicatorio, parrocchiale. Cinema-catechesi.

VIA DALLA PAZZA FOLLA di Thomas Vinterberg

Far-From-the-Madding-CrowdVia dalla pazza folla avrebbe potuto essere, come accade di frequente, la classica trasposizione letteraria (qui da Thomas Hardy) curata quanto ammuffita: il tipico cinema storico/sentimentale in cui abbondano le solennità fotografiche, le campagne fluo al tramonto, la ricchezza dei costumi, il tutto adagiato su convenzioni registiche ormai boccheggianti. Ma Thomas Vinterberg ha un passato (e noi crediamo un presente) da innovatore, anche violento.
Il manifesto del Dogma 95, insieme a Von Trier, lo aveva definito immediatamente come giovane filmmaker animoso, eversivo, con un’idea di cinema “puro” pronto a rinascere dalla distruzione di codici artificiosi e ordinari. Un Vinterberg giovane ed estremo, che l’esperienza e gli anni hanno maturato in un regista in grado di operare all’interno dell’industria cinematografica – e dei generi, in passato ripudiati – senza rinunciare all’ideale di un’arte viva e contemporanea.
Ed effettivamente, pur trattandosi di un period piece, Via dalla pazza folla è uno dei film più vivi, palpitanti, in stretto contatto con i propri protagonisti di questo principio di stagione cinematografica. Un romanzesco al suo apice, bello come un quadro di Millais (in una rapida sequenza appare, fuggitiva, un tableaux vivant della celebre Ofelia), che però non si esaurisce nell’attenzione pittorica e fotografica.
Vinterberg dirige in modo appassionato, ma anche brutale: alterna campi lunghi (con i personaggi immersi nella campagna) a più frequenti cambi di piano sussultori, stretti avvicinamenti ai volti, una messa a nudo dei pensieri e delle emozioni dei protagonisti che è allo stesso tempo impietosa e umanista.
Il cinema di Vinterberg è vero e sincero, ed è notevole la sua capacità di dare vita a caratteri complessi, moderni, di cui percepiamo i pensieri, le lotte interiori, le debolezze e un eroismo quotidiano, silenzioso. Personaggi sfumati e dai chiaroscuri inafferrabili: se la durezza indomita di Bathsheba si incrina, l’amore devoto di Gabriel non si piega a umiliazioni.
Via dalla pazza folla è l’antitesi del film datato o polveroso: semmai, è una delle opere in cui si riceve il raro dono di sentire i personaggi respirare, talmente vicini quasi da poterli toccare.