THE PLACE di Paolo Genovese

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Ogni singola inquadratura di The Place è volta a estrinsecare un messaggio: è forse il film italiano più impregnato di didatticismi degli ultimi anni. Il suo tedio è programmatico, la sua struttura intenzionalmente rigida: un sermone su grande schermo. Di rado mi è capitato di assistere ad un film così indifferente alla propria natura cinematografica da procedere esclusivamente tramite la parola. La fotografia sovraesposta e sbiadita, l’elementarietà delle soluzioni narrative ne fanno un prodotto davvero nullo sul piano del linguaggio cinematografico: ciò che conta, per Genovese, è la morale espressa attraverso il confronto dialogico di scena in scena.

The Place cerca di uscire da un grave momento di crisi identitaria del cinema imitando – male – la televisione. Attraversare The Place in tutta la sua lunghezza significa sottoporsi ad un film composto da moduli ripetitivi, strutturati secondo il principio della variazione di uno schema: esterno del bar, con l’insegna che campeggia luminosa; interno, stacco su Mastandrea che beve caffè, mangia, scrive su un taccuino e riceve, ciclicamente, i propri “clienti”. Ogni incontro viene rappresentato con una semplice alternanza di campi e controcampi, primi piani e dettagli “significanti” per la presentazione dei vari personaggi (occhi sgranati, mani nervose, sigarette, capelli sul viso). Il dialogo è scolastico e dimostrativo: nel caso lo spettatore non avesse afferrato la metafora, ci viene più volte spiegato che ciò cui assistiamo sono le derive estreme cui può giungere la natura umana. Questa struttura sorregge le quasi due ore di durata, ma il breve spazio di un quarto d’ora contiene già, metonimicamente, l’intero film.

Non gioca a suo favore, inoltre, che il regista tenti di recuperare una qualità emozionale emulando il film americano Moonlight, di cui copia pedissequamente la scena della canzone al juke box per sancire l’empatia silenziosa tra il personaggio di Mastandrea e quello della Ferilli, figura femminile salvifica non priva di ambiguità (angelo o diavolo?).
Tutto in The Place è calcolato: non vi è un solo momento di verità, di libertà filmica; non un solo imprevisto, né un’apertura a quell’infinito che la macchina da presa può catturare.

Genovese realizza un film claustrofobico e artificioso, bloccato nella finzione. Gli attori assecondano la sua inclinazione portando la performance al paradosso, al punto che ciò che vediamo non sono figure umane credibili, ma un ensemble di volti di spicco del cinema italiano intenti ad imitare se stessi mentre recitano. Giallini interpreta Giallini che fa il poliziotto, la Rohrwacher interpreta la Rohrwacher nei panni di una suora. E’ tutto già consumato, già trasformato in analisi. Allo spettatore non resta che fingere di essere uno spettatore interessato al film.

IO E LEI di Maria Sole Tognazzi

ioeleiCi sono molti modi per alludere ad una tensione erotica tra due personaggi. Se è vero che La Buy e la Ferilli hanno ripetutamente dichiarato, a proposito di Io e lei, di non essere interessate a scene esplicite, questo non giustifica la scelta della regista Maria Sole Tognazzi: ovvero l’assenza di qualsivoglia respiro sensuale, o eccitata complicità, tra le protagoniste Marina e Federica. Io e lei è una terribile occasione sprecata, un film completamente compromesso con una rispettabilità da prima serata televisiva.

Io e lei mette sì in scena la convivenza amorosa tra due donne, ma la riduce a siparietto da casa Vianello, ad un susseguirsi di gag fondate su clichè abusati e rispolverati in chiave apparentemente ironica e disinvolta. Un film conservatore, che incarna lo spirito deteriore di tanta nuova sinistra: un’apertura mentale camuffata, un’accettazione di diversità che si realizza solo nel momento in cui questa viene disinnescata, addomesticata, depurata delle sue componenti “pericolose” e difficili da accettare. Marina e Federica, donne belle e indipendenti, ci vengono presentate in umilianti quadretti infarciti di banalità sul femminile: tante scene in cui cucinano fischioni, altrettante nelle quali si occupano di giardinaggio o guardano scadenti sceneggiati sentimentali su un canale Sky (un caso di product placement esplicito e trionfante). I momenti che ce le mostrano nel letto matrimoniale, intente a rubarsi gli occhiali da vista o perdersi in innumerevoli, insignificanti battibecchi, non possiedono un brivido, né rubano uno sguardo d’intesa. Vediamo, semmai, una grottesca imitazione di copulazione quando la Ferilli, sotto al piumone, “monta” la Buy in un pudico buio casalingo (immediatamente ingoiato da una dissolvenza).

Maria Sole Tognazzi, che in Viaggio sola ci aveva dato un ritratto nuovo di una generazione, qui riprende e normalizza un soggetto attuale, già affrontato dallo statunitense I ragazzi stanno bene, che pure osava di più, con le sue donne complici e amanti, addirittura consumatrici di pornografia e feticismo (a differenza delle asessuate Marina e Federica).
Purtroppo in Io e lei le uniche connotazioni erotiche dei due caratteri femminili sono rigorosamente etero: Marina col suo abbigliamento da femme fatale, pelle e tacco dodici, boccoli ed una certa volgarità lasciva; e Federica che sembra diventare seducente solo nell’approccio con l’oculista (uomo), celando imbarazzi, sgranando gli occhi luminosi, offrendosi timidamente in un sorriso o attraverso una camicia aperta.

In definitiva un prodotto mediocre nella fattura, chiuso com’è in una soffocante regia di interni, di stanze, di dialoghi (quasi fosse pronto ad essere trasformato in commedia teatrale); e tristemente privo di gioia e di carnalità nella sua rappresentazione di un rapporto d’amore tra donne. L’unico bacio tra le due è goffo e imbarazzato: ci si aspetta che la Ferilli erompa in un “bella de zio”, a sancire un bacio tra sorelle, pronte a tornare tra le pareti di una domesticità priva di pericoli – per loro e per la società.