THE LIGHTHOUSE di Robert Eggers

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A un primo sguardo The Lighthouse appare come uno studio accurato del cinema muto, una colta variazione sui codici definiti dall’era del linguaggio puramente visivo: è un film di luci, contrasti, composizione dell’immagine e montaggio. Vi è tanto cinema espressionista, ma anche lo spaesamento orrorifico di Sjöström, il martirio scabro e spirituale di Dreyer, il mito classicista di Cocteau e la visionarietà fantasmatica di Murnau.
Ma presto ci si rende conto che Eggers non è un purista, e che la sua audacia lo spinge a realizzare un film “totale” ma anche ludico, fremente di differenti stili ed epoche: The Lighthouse è prima di tutto film mentale del regista, in cui si sovrappongono ricordi, emozioni cinematografiche, scoperte; l’operazione complessa è stata quella di scomporre e ordinare tali suggestioni in modo da renderle fruibili e farne le coordinate di un’opera personale e indipendente.

Privo di un corpo filologicamente rigido cui aderire, The Lighthouse si muove senza costrizioni attraverso la storia del cinema e si appropria, liberamente, dei modi bergmaniani – tradotti nell’attenzione privilegiata al dialogo, ma anche nell’uso di primi piani tagliati letteralmente dalla luce, ridisegnati, scavati per estrarne lo spirito umano pià recondito e contraddittorio.
L’indefinito, in The Lighthouse, costituisce la materia ambigua e sovrannaturale del racconto; ogni mezzo espressivo conduce allo scavo interiore dei protagonisti, al confronto autodistruttivo, ad una incessante ricerca di verità contro un’apparenza mai completamente rivelata.
Allo stesso tempo, Hitchcock – in particolar modo la cupa allegoria de Gli Uccelli – diviene spirito guida del film e reiterato indizio di piacere filmico: l’inserimento di immagini-memoria (l’aggressività dei gabbiani) in un contesto estraneo sottolinea la natura iniziatica di The Lighthouse, film in cui le dimensioni, i mondi filmici finiscono con l’incrociarsi, alieni l’uno all’altro, in un’estasi rivelatoria.

Ci troviamo di fronte a una grande opera criminale, un tentativo rischioso e luminoso di uscire dal conservatorismo di tanto cinema contemporaneo. Correnti e autori escono da una sterile intoccabilità e si bagnano nella grande immaginazione creativa di The Lighthouse, contaminandosi con la poesia di Coleridge, il fantastico di Poe e tanta produzione di serie B – dalla fantascienza anni ’50 a Corman.
Eppure tutto si staglia in un impeccabile equilibrio, ed è questa la grandezza di Eggers: dominando il caos della materia cinematografica, il regista estrae un registro, un’estetica, una personale atmosfera.

Altrettanto straordinario – inteso come fuori norma – il rapporto di attrazione/distruzione tra Pattinson e Dafoe (entrambi eccezionali): la loro convivenza è quanto di più folle e sadomasochistico mostrato da tanto cinema recente. Spirituamente vicino a Losey, Fassbinder e Cavani, Eggers riduce i due personaggi a specchio spirituale l’uno dell’altro, saturando il suo kammerspiel di uno spettro psicanalitico in cui trionfa la pulsione di morte.

THE WITCH di Robert Eggers

witch1Robert Eggers si potrebbe definire come l’aristocratico dell’horror contemporaneo: lontano dalle mode e dalla volgarità del presente, il regista americano sceglie, à rebours, una trama “controcorrente” incastonata in una complessa architettura compositiva in cui la densità stratificata delle immagini moltiplica le suggestioni dell’esile trama.
Questa colta raffinatezza fa di The Witch un prodotto volutamente elitario – quasi un genere a sè – animato da un piacere intellettuale che è il filtro dell’opera, ma anche suo limite fruitivo.

The Witch è innanzitutto un film iconografico: la composizione dell’inquadratura, lo studio luministico, il contenuto dell’immagine recano un carico di storia e mito che pervade lo spettatore, incantandolo in un percorso tra immaginazione e memoria.
Come lo spirito malvagio di The Witch aleggia nell’oscurità del bosco, così leggende e favole folcloristiche abitano il nostro inconscio: Eggers realizza un horror psicanalitico in cui l’iconografia si lega ad un senso d’orrore rimosso e dormiente nella psiche umana.
Più junghiano che freudiano, il film di Eggers riporta alla luce gli antichi misteri veicolati dalle fiabe (soprattutto dei fratelli Grimm) attraverso suggestioni pittoriche. Tra le influenze è riconoscibile in particolare lo stile realistico, ma anche impregnato d’esoterismo, di Albrecht Dürer, il referente iconografico che informa più di ogni altro il film. Si pensi agli studi di animali del pittore tedesco – in particolare il Leprotto del 1502, il cui realismo apparente è ricreato negli inquietanti dettagli dell’incontro con la lepre; ma anche allo straordinario virtuosismo tecnico di piante e boschi, qui riprodotti con una precisione da cui spira un’aura allegorica.

Queste immagini dall’eco molteplice – realistiche e sacrali, storiche e leggendarie -vengono inserite da Eggers in un flusso sussultorio, ipnotico, modellato sull’intermittenza del sogno: The Witch è fatto di ellissi, apparizioni, lacerazioni del racconto, biforcazioni borgesiane del significato; e alla colonna visiva si aggiunge quella sonora – cori dissonanti e infernali e dialoghi in inglese arcaico – capace di imprimere un’ulteriore qualità metamorfica a ciò che vediamo.

Impressionante per l’ambizione e la cura che lo muove, The Witch è la rinnovata espressione di un cinema onirico e esoterico che trae le sue origini in Häxan (1922) di Christensen, attraverso la ieraticità di Dreyer e il rigore spirituale di Bergman. Unico filo rosso con la contemporaneità, un nuovo femminismo dionisiaco che lega la donna al segreto della natura e delle cose: da The Neon Demon di Refn a Le Streghe di Salem di Zombie (ma anche Sangue del mio sangue di Bellocchio), il cinema riscopre la donna demoniaca, liberata nel nome del sangue e delle notti di luna piena.