INSIDE OUT di Pete Docter e Ronnie del Carmen

INSIDE OUTNon credo che Inside Out sia il miglior film Pixar mai realizzato: lo spirito avanguardistico e poetico (in senso novecentesco) di Wall-E difficilmente potrà essere eguagliato, e così pure il ribaltamento dei temi classici delle storie per l’infanzia che ha luogo in Toy Story e Monsters Inc. Ma questo Inside Out riporta certamente la Pixar in quella traiettoria artistica/iconoclasta intrapresa alle origini, e recentemente smarrita per maggiore obbedienza alle direttive disneyane (cui va aggiunto forse un affievolirsi dell’ispirazione).
Con Inside Out (preceduto dal romantico Lava) gli autori della Pixar tornano a brillare e sorprendere: il film osa una struttura complessa, che affatica i primi minuti del racconto (in cui vengono definiti ruoli e prospettive); ma non appena i cinque personaggi/emozioni che governano la mente e il cuore della piccola Riley si trovano di fronte ad un “crash” del sistema, Inside Out fiorisce e diventa un capolavoro che si dirama tra surrealismo, ironia metacinematografica, fantascienza vintage e omaggio ai classici.
Nel viaggio allucinante che Gioia e Tristezza si trovano a compiere, la dimensione emotiva e la memoria appaiono come città perdute (delle Shangri-La alla Frank Capra), isole collegate da treni fantastici (Miyazaki?), abissi in cui i ricordi svaniscono, scale al paradiso e cinema onirici in cui i sogni vengono allestiti da troupes felliniane. Per non parlare della stanza in cui i personaggi subiscono una mutazione cubista, fino a regredire bidimensionalmente e ridursi ad una linea, in un destabilizzante crescendo di humour misto ad angoscia.
Gli animatori della Pixar sono noti per gli studi continui, l’amore per i classici, la costante revisione/ricreazione di stili e storie che affondano le radici nel passato per poi rinascere con gusto contemporaneo: e Inside Out porta i segni evidenti del viaggio di Alice nel Paese delle meraviglie, o della follia allucinatoria della sequenza Pink Elephants on Parade (Dumbo).
Certo, poi non mancano note sgradevoli, come il sottotesto conservatore che vuole la “famiglia” in senso americano come nucleo fondante e rifugio, o le molteplici allusioni alla Apple (a un certo punto, Gioia scorre i ricordi con il dito, come fosse un Ipad); e soprattutto la mancanza di autonomia di Riley, che è il prodotto di una struttura letteralmente “al di sopra” della propria volontà. Ma il film, sotterraneamente, sfugge dalle maglie ideologiche (probabilmente imposte dalla Disney) attraverso tantissime crepe, ed impone il primato di un immaginario libero e immensamente inebriante.