IL CASO SPOTLIGHT di Tom McCarthy

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Come stupirsi dell’Oscar come Miglior Film assegnato a Il caso Spotlight? Il film di McCarthy è l’opera perfetta in cui la tormentata America, in un’epoca di forti contraddizioni e perdita di identità, possa rinvenire la propria immagine. Ed è un’immagine che già il poster del film, di grande forza iconica, riesce a tradurre in forme chiare ed evidenti: la posa in cui sono fissati gli attori, quel senso di comunità ed operosità che li anima nei volti e nei gesti, la circolarità dei personaggi attorno al tavolo, ed infine la luce – bianca, decisa, abbagliante, che li investe dall’alto; è un’immagine di per sé “religiosa”, in cui un gruppo di individui legati da una fede comune (il “caso” da risolvere, l’indagine da portare avanti) rinuncia a qualsiasi personalismo allo scopo di far trionfare la verità.
E difatti ne Il caso Spotlight i personaggi non sono mai autonomi, ma tasselli di una collettività: li vediamo dividersi i compiti, assegnarsi ruoli, ed infine far combaciare ogni frammento in un grande disegno rivelatore; la loro strettissima complementarietà è essenziale, e questa visione coincide tanto con la morale cattolica che individua nell’umanità le “braccia e mani” della Chiesa, quanto con la mentalità americana che vede una natura messianica in quella “solidarietà collettiva” che determina lo slancio socio-politico del paese.

In poche parole, Il caso Spotlight non è un film sovversivo, e non punta a sgretolare quel cattolicesimo su cui gran parte dell’America poggia le sue basi: anzi, l’opera mira a rafforzare quello spirito, scardinando le travi marce su cui si regge il sistema per erigere nuovi speranze. Del resto, come afferma Michael Keaton: siamo tutti di origine cattolica. La religione è uno dei grandi strumenti attraverso cui l’America giustifica il proprio atteggiamento colonialista, il potere, la superiorità intellettuale. Per questo motivo Il caso Spotlight è dominato dalla luce bianca (il neon degli uffici giornalistici, si dirà), che non ha solo funzione realistica ma è in realtà il filtro con cui si rapporta alle cose.
Il caso Spotlight, difatti, pur trattando una delle materie più atroci e abissalmente nere del nostro contemporaneo, è un film del tutto privo di lati oscuri. Si regge sul bianco della fede; sul bianco della correttezza e professionalità dei giornalisti; sul bianco dell’inchiesta condotta con sorprendente facilità di cause ed effetto; su di un candore che è quello dell’anima del gruppo di detective-reporter.

McCarthy gira con grande pragmatismo e adatta lo stile di ripresa alla precisione della sceneggiatura: i dialoghi si snodano su perfetti campi-controcampi; le ricerche sono enfatizzate da piani sequenza in cui vediamo i reporter di spalle, e li seguiamo nelle labirintiche inchieste; il regista alterna una messa in scena più rigida e matematicamente proporzionata a scene mobili, irregolari, realizzate con macchina a mano, per un effetto di presa diretta sul reale. Ma l’inchiesta sottende una parabola, lineare e catartica.
Il caso Spotlight è un film religioso: magnifica lo spettatore americano, che avrà modo di espiare i peccati della propria superficialità ed individualismo, e si sentirà corroborato all’idea di far parte dell’identità collettiva d’America, giusta, pura e illuminata, redenta dal lavoro e da una superiore spinta alla giustizia. In questa luce, lo svelamento dei casi di pedofilia è solo un effetto collaterale.

 

BIRDMAN di Alejandro González Iñárritu

birdman-trailer-2Guardando Birdman ho pensato come spesso ci voglia un autore non americano per comprendere fino in fondo la natura di Hollywood e dell’America – dal suo spirito alla sua psicologia. Se Billy Wilder scarnificava la nascita e la morte del divismo, ed il mutamento crudele e funebre della macchina-cinema hollywoodiana, servendosi dei suoi stessi codici (osservati con malinconia non solo in Viale del Tramonto, ma soprattutto in Fedora), adesso Iñárritu si insinua negli stretti spazi del teatro, con una Handycam invasiva, alla ricerca del corpo e della mente dell’attore. Micheal Keaton, consumato tra ambizione e umanità, risponde al suo super-io Birdman esattamente come Willem Dafoe, in Spiderman di Sam Raimi, rispondeva alla presenza allucinata del suo Green Goblin. Una voce nel cervello, che elide la linea tra realtà e immaginazione. Ed è significativo che un film contro i supereroi adotti un procedimento che viene proprio da un esponente del genere – ma in fondo Iñárritu subisce il fascino del fantastico, dell’evasione che fa sognare le folle. Il suo virtuosismo cinematografico – questi piani sequenza fluidi, senza limiti di spazio, capaci di attraversare gli ostacoli – non sono che la manifestazione di un superpotere: desiderio, forse, di volare.