QUALCOSA DI NUOVO di Cristina Comencini

qualcosanuovoDopo un’ottima annata per il cinema italiano, che ha visto affacciarsi film originali, intensi, tecnicamente curati a artisticamente ambiziosi – in poche parole film che volevano essere cinema, e non solo fiction rai su grande schermo – ci ha pensato Cristina Comencini a ricollocare lo standard nostrano su infimi livelli. Ci si domanda come sia possibile che una regista – alla quale troppo spesso si attribuiscono doti autoriali – di provata esperienza come la Comencini abbia potuto realizzare un prodotto così dilettantesco, impresentabile, frettoloso; è possibile pensare di ingannare lo spettatore a tal punto, ignorando persino i basilari requisiti di confezione del prodotto?
Qualcosa di nuovo viene proposto come commedia degli equivoci: ma siamo lontanissimi dal ritmo, tempi, intelligenza delle magnifiche screwball comedies del secolo scorso. La Comencini farebbe bene a studiarsi Hawks, LaCava o Sturges per comprendere struttura e dinamica della screwball, verso la quale è protesa in modo velleitario.
Qualcosa di nuovo si accontenta di mettere insieme scene slegate, prive dell’aggressiva musicalità verbale tipica del genere, ed in cui la verve comica è del tutto assente; anzi, la Comencini tenta la contaminazione col dramma, giocando la carta del “film di donne che fa sorridere ma anche riflettere”: una scelta ruffiana che la mette al sicuro da critiche troppo severe. Critiche che invece occorre muovere senza indugi.

 Guardando Qualcosa di nuovo si rimane esterrefatti per i dialoghi farraginosi di chiara ascendenza teatrale; per il montaggio video, zeppo di vistosi errori di continuità e battuto in quanto a sciatteria solo dall’esilarante montaggio sonoro (che taglia e incolla brani dixieland a suggerire la presunta “comicità” delle scene). Deplorevole poi la scelta di usare Absolute beginners del povero Bowie, sfruttata (dal momento che si son pagati i diritti) fino all’ultima nota, nel tentativo di creare atmosfera durante una sequenza d’amore. Anche se l’amore, in verità, è il grande assente del film: amore tra le due donne, amore per il giovane con cui si trastullano, ma anche amore della regista nei confronti della messa in scena, della vicenda, delle sue protagoniste e infine del pubblico.
Ho provato imbarazzo di fronte alle immagini che passavano sullo schermo, per il modo in cui le donne vengono rappresentate, per la qualunquistica riduzione a cliché di temi peraltro abusatissimi quali la maternità, il rapporto con il sesso, il binomio depressione/repressione che inevitabilmente vengono infarciti al pubblico quando si parla di donne. E ho anche sperato inutilmente in una threesome che non è mai arrivata. Auspico la scomparsa definitiva di questo moralistico, tetro e grossolano “cinema al femminile”.

LA PAZZA GIOIA di Paolo Virzì

pazzagioiaHo sempre detestato l’espressione “cinema al femminile”; eppure quando sono entrata nella sala, gremita di donne, per vedere La pazza gioia, ho dovuto fare i conti con un dato di fatto: il pubblico femminile cerca un cinema in cui ritrovarsi. Ha bisogno di personaggi che contengano quel tormento, quella complessità emotiva e psichica che spesso fatica a trovare un equilibrio. In fondo ciò che ci distanzia dalle due protagoniste Beatrice e Donatella è uno scarto quasi impercettibile: tutte le donne sono potenzialmente bipolari, matte, in balia del proprio corpo e delle implicazioni che questo comporta. Dalle sindromi premestruali, alle depressioni post-parto, alla menopausa, è impossibile sfuggire al corpo, alle sue punizioni ormonali, ai suoi umori lunari.

Guardando le ospiti dell’istituto terapeutico Villa Biondi – quei gruppi scomposti, urlanti, danzanti – è impossibile non vedere, in trasparenza, la loro “normalità” smarrita. Virzì ce le mostra in una casa “interiore” – fatta di stanze piccole, corridoi, infermerie, spazi in cui la macchina da presa si infiltra, guarda, riprende la loro fragilità esplosiva. Non sono altro che donne che hanno ceduto alla violenza della propria psiche femminile, tra vuoti d’amore, ferite, traumi psichici. Beatrice e Donatella sono antitetiche – l’una vive in una perpetua illusione nobiliare, in cui il proprio ruolo sociale si è sovrapposto sulla coscienza del sé fino a cancellarla; l’altra magra e infantile, privata del padre e del figlio, autolesionista e curva nella propria tristezza. Ma in entrambe qualsiasi spettatrice può riconoscere un dolore ancestrale, un dramma universale e irrisolto. Sono figure dell’essere, e nel loro trovarsi, legarsi, inventarsi una fuga, c’è tutto il desiderio femminile di ribellione, l’aspirazione ad un mondo ideale in cui fondere gioia e follia: la “pazza” gioia, la fine di una predestinazione alla tristezza.

Virzì è bravissimo nel tratteggiare le sue protagoniste, vive e delicate, perennemente sul ciglio del disastro emotivo: ma su questo limite il regista le fa danzare, come su un abisso. Se c’è un grande talento nella sua direzione, è la capacità di mostrarci Beatrice e Donatella allo stesso tempo estranee rispetto allo spazio che abitano, e parte di esso: che sia l’abitacolo dell’auto, il ristorante, o il centro commerciale. Sono “diverse”, ma per un piccolo scarto che le rende incapaci del miraggio della normalità.

Assistere a La pazza gioia è come vivere due vite dal di dentro. Questa è la grande capacità del film, la sua forza presente e vitale. E se Virzì, come molti hanno scritto, è l’erede del grande cinema italiano degli anni ’60, questa eredità non è vissuta come un omaggio polveroso, ma come un’anima che lo abita. La pazza gioia possiede una potenza narrativa – alla cui base c’è un artigianato cinematografico tradizionale, e grande attenzione alla struttura dialogica – ed uno sguardo sociale e poetico che ne fanno un grande romanzo del contemporaneo.