MARTY SUPREME di Josh Safdie (2025)

Continuo a sentirmi molto in sintonia con i Safdie Brothers, anche dopo la loro separazione. Trovo che abbiano due anime differenti, messe in evidenza dai rispettivi lavori: Benny (regista di The Smashing Machine) è il più introspettivo e spirituale, con un debito nei confronti della Nouvelle Vague e più propenso a un cinema fatto di ellissi, sospensioni temporali, legato all’interiorità dei suoi personaggi. Il cinema di Josh Safdie – in sala con l’irresistibile Marty Supreme – è invece una macchina narrativa inarrestabile e travolgente, con un controllo straordinario sulle continue metamorfosi del racconto. In una sorta di stupefazione scivoliamo da una situazione all’altra, in un esplosivo concatenarsi di causa-effetto che attraversa anche la storia dei generi classici: dal dinamismo di Raoul Walsh, ai bassifondi di Robert Wise, al western, sino a tocchi di teatralità in stile Tennessee Williams/Elia Kazan. Il tutto con un’ironia che però non ha la cinica freddezza del postmoderno: Josh Safdie resta un sognatore, e lo prova la commozione che attraversa molte scene (come la stupenda fuga del cane tra coltri di fumo) e l’uso di una colonna sonora elettronica/onirica (del grande Daniel Lopatin, suo storico collaboratore).

Trovo anche che Marty, come altri personaggi dei Safdie, rappresenti, con i suoi continui errori, quell’America che reclama la propria individualità, il diritto a un umanissimo caos. Mi sembra che gli autori americani più interessanti mettano proprio l’accento su personalità “sbagliate” (penso anche ad Anora di Sean Baker, o al protagonista di Mastermind di Kelly Reichardt), che fanno dei propri errori quasi un’arma per affrontare la vita. Un ritorno all’umano, all’errore, una nuova controcultura nell’America “blindata” contemporanea.

Per un approfondimento sui Safdie Brother, si veda lo speciale che comprende Heaven Knows What, Good Time e Uncut Gems