GREMLINS 2 di Joe Dante

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(Articolo pubblicato in occasione dei 28 anni del film)
“Ho diretto Gremlins 2, dopo innumerevoli pressioni da parte dello Studio, per evitare che ci fosse un Gremlins 3”. Con la sua consueta ironia, Joe Dante ha spiegato in varie interviste le circostanze da cui è nato il sequel del suo più grande successo: un’opera più personale, estrema, colma di gag, allusioni, rimandi cinematografici; un film talmente saturo di se stesso da cancellare l’eventualità di un ulteriore episodio. Gremlins 2, con la sua follia slapstick, la spudorata autoparodia e l’irrisione del merchandising generato dal primo film, fu un raffinatissimo – e allo stesso tempo intenzionalmente sgangherato – manifesto di cinema non convenzionale.
grmlinsbrainIspirato dagli artisti che più ammirava – Frank Tashlin e Chuck Jones – Dante andò a “smontare” letteralmente la dolcezza spielberghiana dell’opera precedente. Spielberg storse il naso di fronte a questo progetto decostruzionista/dadaista, ma non lo intralciò; più allarmati invece gli Studios, che tentarono inutilmente di dissuadere Dante dal “rompere il quarto muro” per giocare con il pubblico. Il regista però non scese a compromessi, rivendicando il valore “brechtiano” del suo gesto artistico: “I produttori, in genere, non vogliono assolutamente che al pubblico sia fatto notare che stanno assistendo ad un film. Mi dicevano: Ma la gente uscirà dalla sala! E io li rassicuravo: Non lo faranno! E’ solo uno scherzo!”
Il tempo gli ha dato ragione: la sequenza che vede i Gremlins distruggere la pellicola e giocare con le ombre cinesi sullo schermo, per poi sostituire il film originale con un erotico d’epoca, resta tra le più apprezzate ed amate; una gag ereditata da Chuck Jones, una riflessione comica ma anche profonda sulla sospensione dell’incredulità, sovvertita dal regista in forme “traumatiche” e umoristiche.
electricGremlins 2 è disseminato di scarti, vuoti, fratture, riferimenti: il film inizia con una sequenza animata diretta proprio da Chuck Jones, con Bugs Bunny e Daffy Duck che fanno a pezzi il classico intro Looney Tunes rubandosi a vicenda il logo della Warner Bros: un inizio che stabilisce subito il gusto anarchico che presiede l’opera. Tra i personaggi del film, memorabile il “mad doctor” Christopher Lee, inquadrato più volte in primo piano e soffuso da una luce verde, allusiva della satura e irreale fotografia Hammer Films. Dante passa in rassegna, con spirito iconoclasta, svariati cult tra cui Rambo (Gizmo lo adora e ne copia lo stile indossando una fascia rossa sul capo) e Il Fantasma dell’Opera (“interpretato” da un gremlin sfigurato dall’acido). Lo stile violento e ipercinetico del film si concede persino una degenerata incursione nel musical, con un numero alla Busby Berkeley.
gizmogremlins_2Dante non si ferma di fronte a nulla, rompe le regole, contamina, satirizza; arriva a coinvolgere persino il più celebre critico del periodo, Leonard Maltin, inquadrandolo mentre, dvd alla mano, stronca il primo film (come accadde nella realtà): stroncatura interrotta dalla furia vendicativa dei gremlins, che si avventano su di lui. Siamo di fronte ad una vera e propria rivincita pirandelliana dei personaggi: un capitolo di pura avanguardia, che prevedibilmente il pubblico non comprese, affossando il film al botteghino.

(articolo apparso su Nocturno n. 171)

PERCHÉ “KRAMPUS” NON È IL NUOVO “GREMLINS”

krampusgremlArriva in ritardo, e direttamente in home video, il film Krampus di Michael Dougherty, premiato in USA da un buon successo di pubblico e da recensioni decisamente positive, fondate però su un equivoco critico: la stampa (d’oltreoceano e nostrana) sembra concorde nel ritrovare in Krampus quella matrice fiabesca, giocosa e allo stesso tempo orrorifica, del celebre classico di Joe Dante: Gremlins (1984). Un confronto, a mio parere, dettato da semplice pigrizia.
Il film di Dante è una goduria, un gioiello con cui il regista riscrisse la commedia per famiglie e l’horror mescolandoli insieme, spingendosi ai limiti di una degenerazione che lasciò stupito il pubblico di allora. Dante aveva “corrotto” i generi per rinnovarli; non sembrava possibile che un film per ragazzi potesse diventare così spietato, genuinamente orrorifico, eppure sorprendentemente divertente. Il film di Dante è un oggetto imprendibile e inclassificabile, un classico di cattiveria e humour che prende di mira la società americana (come tutti i film del regista) smontandola, rivelandone l’essenza in forme grottesche. Che i Gremlins “cattivi” ambissero a trasformarsi nell’americano medio – che va al bar, va al cinema, fuma, maltratta le donne, è stronzo col suo prossimo – era un concetto brillante: il mostro del film non è un “diverso” dagli umani (esterno ed inconoscibile) ma un villain familiare e somigliante.

Quest’idea fa di Gremlins un capolavoro di comicità e osservazione sociale, girato come solo Dante sa fare: con una sapienza dei tempi (fondamentali nell’horror) espressa nell’equilibrio di ritmi e accelerazioni; un gusto estetico per l’immagine fiabesca e deragliata, e talento visivo che esplode in un piacere prospettico e parossismi da cartoon. Ma questo è Joe Dante, e in Krampus non vi è nulla di tutto ciò. Tolto il contesto natalizio e qualche citazione scoperta, le analogie si esauriscono. Krampus, in primo luogo, è un film sballato strutturalmente: difficile trovare un horror che collezioni tanti buchi di suspense. Dougherty sembra divertirsi a creare tensione per poi sgonfiarla, non trovando mai una regolarità, una disciplina nel crescendo orrorifico.
Si confronti con Gremlins, che procede ritmicamente con perfezione matematica, ed una volta raggiunta l’acme della suspense la mantiene sino alla fine, senza cedimenti. Dante circuisce i suoi spettatori, li afferra e non li lascia più. Al contrario, in Krampus il pubblico viene abbandonato letteralmente dentro vuoti drammatici, spazi bianchi di frustrazione (che sono lunghissimi momenti di raccordo o pause morali).

Oltre alla poca coerenza stilistica e tematica (nello stesso film confluiscono suggestioni estetiche rubate a Polteirgest, La casa, Coraline, per non parlare del finale alla Men in Black), Krampus trova il suo peggior difetto – un vero peccato capitale – nell’assenza totale di ironia.
Il film è segnato da un cupissimo senso del peccato; il Krampus è un mostro punitivo, pervaso di moralismo cattolico nel suo colpire chi non ha “fede”. Per questo motivo i mostri del film perdono qualsiasi valore eversivo e umoristico.
Gli omini di pan di zenzero sono un chiaro richiamo alla celebre “kitchen scene” di Gremlins; e sarebbe bastato a Dougherty rivedersi la scena originale, in cui la mamma americana si trasforma in spietata assassina usando i propri attrezzi (dal frullatore al microonde) per capire come si costruisca, in pochi minuti, una sequenza che condensi horror puro, analisi sociale, e commedia all’ennesima potenza. Qualità che il debolissimo Krampus, filmetto perfettamente inserito nel conservatorismo americano, non possiede.