VIZIO DI FORMA di Paul Thomas Anderson

inherent-vice-last-supperCinema della parola, cinema di immagine. Il film di Anderson, così debordante, senza confini, ambizioso, infinito, si articola sul doppio livello del testo e dell’immagine pura; parole, dialoghi, voce fuori campo sono la terza dimensione del film; mai semplicemente complementari all’immagine, determinano una moltiplicazione dei livelli di senso. La parola strascicata, a volte usata come contrappunto sonoro, altre volte come descrizione di un sogno.
Il noir di Anderson discende direttamente da Hammett e Chandler – sin dall’inizio Shasta emerge da un sogno chiaroscurale, e spalanca la discesa di Sportello in un groviglio di umanità corrotta e pulsionale – e lo trascende per farsi magma psichico. Il piano sequenza come linguaggio dell’irrealtà, esplorazione onirica. Un film multidimensionale; un oggetto diviso tra la duplice natura di simulacro culturale, riproduzione colta di archetipi, e flusso di coscienza impossibile da contenere. Un’ azione che muove dal passato per agire sul presente.