IL MISTERO DELLA CASA DEL TEMPO di Eli Roth

misterocasa***
Un lungo déjà-vu in cui è un piacere indulgere: Il Mistero della Casa del Tempo è un film/ricordo, un affettuoso luna park messo in scena da Eli Roth con tutto il suo entusiasmo infantile, secondo lo spirito originario della Amblin.
Si percepisce quanto Roth si sia divertito a realizzarlo: com’è nel suo stile, affastella intuizioni, citazioni, impulsività realizzando un’opera talora ruvida, ma estremamente viva e sincera. Il cinema di Roth è sempre stato diretto, evidente: e anche Il Mistero della Casa del Tempo si offre in tutta la sua immediata irruenza, una peculiarità in cui risiede gran parte del piacere offerto dalla visione. Roth usa la macchina da presa come il suo Donnie di Inglourious Basterds usa la mazza: colpisce impetuosamente e senza esitazioni, fa esplodere forme, colori, ci immette direttamente nell’azione, rendendoci alternativamente vittime e complici. Gli effetti sono spesso rozzi, non limati, la CGI non è invasiva e c’è una predilezione per un prostetico realismo.

Manca del tutto la polverosa, prevedibile ed educatissima perfezione delle opere Disney: Il Mistero della Casa del Tempo si dichiara orgogliosamente un B-Movie e osa un “fantastico estremo” fatto di possessioni, zombies, satanismi, manichini e bambole meccaniche (questa apparizione, in particolare, dà luogo ad un tripudio visivo tra Maniac di Lustig e Il Mulino delle donne di pietra di Ferroni). Eppure Roth resta perfettamente aderente al suo giovane pubblico riuscendo a trasformare la materia, nonostante il gusto blasfemo e gli occhi saturi di suggestioni di serie B, in un favola di grande dolcezza. Lo aiuta un cast perfetto (contro ogni previsione): Jack Black mitiga i suoi eccessi e insieme a Cate Blanchett costitusce una coppia irresistibile per imprevedibilità e tempi comici. Kyle McLachlan si rivela una eccitante controparte malvagia, confermando la celebre regola hitchcockiana secondo cui “più è riuscito il cattivo, più è riuscito il film”.

Il Mistero della Casa del Tempo ci cattura come una casa abbandonata e scricchiolante: Roth sembra particolarmente deciso a fare del suo film un Evil Dead/Army of Darkness di Sam Raimi in versione PG: tra un Necronomicon che resuscita morti, libri che volano, demoni, mobili e oggetti che si animano, Roth riporta in vita tutta l’inclinazione di Raimi per l’eccesso e l’astrazione. Entrambi i registi sono fortemente legati a Georges Méliès: si pensi al gusto per le meccaniche, per l’illusionismo, al cinema come opera di magia.

E’ possibile, nell’ambito del cinema per ragazzi, tracciare un “insieme ideale”: Il Mistero della Casa del Tempo possiede un legame con la memoria, con l’incantesimo del muto e con la Morte che lo accomuna a film diversi come Hugo Cabret, Il Grande e Potente Oz, Miss Peregrine – La casa dei Ragazzi Speciali e il GGG – Il Grande Gigante Gentile; opere che mescolano fantastico e ricordo, l’infinita passione per il meraviglioso e per la realtà guardata attraverso occhi infantili. Quello di Roth è il film di un bambino che ha costruito la sua vita attraverso l’amore per il cinema.

IL GGG – IL GRANDE GIGANTE GENTILE di Steven Spielberg

bfg
*** 1/2
Il cinema di Spielberg si è sempre sviluppato lungo una doppia direttrice: da un lato l’intensa sperimentazione, la ricerca di un cinema del futuro che rinnovasse tecniche e generi; dall’altro l’amore per i classici, reinterpretati e presenti nel suo cinema come archetipi ormai sedimentati nell’inconscio.
IL GGG contiene in forme chiare la duplice inclinazione del regista: è un’opera complessa tanto per le ascendenze filologiche quanto per l’ambizione tecnica che lo sorregge, ma tutto viene piegato al piacere della favola.
Con IL GGG,  Spielberg rende omaggio al cinema del “meraviglioso” (come già fece Scorsese, in modi diversi, con Hugo Cabret); la sofisticata tecnica della motion capture, trionfo del contemporaneo, viene messa al servizio della nostalgia e della memoria,  in un sogno attraverso il sogno – un viaggio nel cinema fantastico degli inventori e dei pionieri.

Spielberg ci porta a “guardare dietro la tenda”, esattamente come fa la protagonista contravvenendo alle rigide regole dell’orfanotrofio: e subito il suo mondo, fatto di osservazione “frontale” e privazioni, si slarga attraverso dimensioni impreviste.
Sophie viene catturata dalla mano del GGG come lo spettatore si lascia rapire dallo schermo: nuove possibilità vengono offerte alle sue (e nostre) percezioni.
Il primo viaggio di Sophie attraverso il “corpo” del Gigante ci viene mostrato in soggettiva: la città improvvisamente trema e sobbalza dal nuovo punto di osservazione, lo sguardo della bambina reinventa il reale da nuove vertiginose altezze. Ma anche la casa del Gigante viene esplorata da prospettive insolite: lo spazio, gli oggetti, i mobili, perdono qualsiasi connotazione familiare per diventare strumenti di quel cinema dell’illusione inventato da Georges Méliès, che Spielberg evoca sottilmente, come un incantesimo che avvolge l’inquadratura.
Questa dichiarazione d’amore al cinema muto si esplica anche attraverso il colore: non di rado le esplosioni luministiche, i rosa, i verdi innaturali sembrano inseguire il processo di colorazione manuale delle pellicole dei primi del ‘900. Spielberg inoltre mette in rilievo il mondo delle ombre (quasi una sorta di “caverna platonica”) alludendo all’immaginario “in cerca di proiezione” che da sempre accompagna l’animo umano.

Ma non solo: quando Sophie è adagiata sulla mano del GGG, si pensa al King Kong (1933) di Cooper e Schoedsack; così come la presenza minacciosa dei giganti ricorda il genio de Il Ladro di Bagdad  (1940) interpretato da Rex Ingram. Bellissima anche la scena nel Paese dei sogni, con un’animazione astratta che richiama gli sperimentalismi di alcune sequenze di Fantasia (1940) di Walt Disney: lì Sophie e il Gigante catturano bagliori che si agitano nel paesaggio come fate, “luce in movimento” in cui è racchiuso il desiderio umano di sognare.
Certo, non sempre gli effetti digitali de IL GGG sono all’altezza dell’ambizione fantastica del regista: ma il film resta una lanterna magica che commuove e incanta, un viaggio meraviglioso che Spielberg ha cercato, correndo non pochi rischi, di offrirci.