IL MISTERO DELLA CASA DEL TEMPO di Eli Roth

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Un lungo déjà-vu in cui è un piacere indulgere: Il Mistero della Casa del Tempo è un film/ricordo, un affettuoso luna park messo in scena da Eli Roth con tutto il suo entusiasmo infantile, secondo lo spirito originario della Amblin.
Si percepisce quanto Roth si sia divertito a realizzarlo: com’è nel suo stile, affastella intuizioni, citazioni, impulsività realizzando un’opera talora ruvida, ma estremamente viva e sincera. Il cinema di Roth è sempre stato diretto, evidente: e anche Il Mistero della Casa del Tempo si offre in tutta la sua immediata irruenza, una peculiarità in cui risiede gran parte del piacere offerto dalla visione. Roth usa la macchina da presa come il suo Donnie di Inglourious Basterds usa la mazza: colpisce impetuosamente e senza esitazioni, fa esplodere forme, colori, ci immette direttamente nell’azione, rendendoci alternativamente vittime e complici. Gli effetti sono spesso rozzi, non limati, la CGI non è invasiva e c’è una predilezione per un prostetico realismo.

Manca del tutto la polverosa, prevedibile ed educatissima perfezione delle opere Disney: Il Mistero della Casa del Tempo si dichiara orgogliosamente un B-Movie e osa un “fantastico estremo” fatto di possessioni, zombies, satanismi, manichini e bambole meccaniche (questa apparizione, in particolare, dà luogo ad un tripudio visivo tra Maniac di Lustig e Il Mulino delle donne di pietra di Ferroni). Eppure Roth resta perfettamente aderente al suo giovane pubblico riuscendo a trasformare la materia, nonostante il gusto blasfemo e gli occhi saturi di suggestioni di serie B, in un favola di grande dolcezza. Lo aiuta un cast perfetto (contro ogni previsione): Jack Black mitiga i suoi eccessi e insieme a Cate Blanchett costitusce una coppia irresistibile per imprevedibilità e tempi comici. Kyle McLachlan si rivela una eccitante controparte malvagia, confermando la celebre regola hitchcockiana secondo cui “più è riuscito il cattivo, più è riuscito il film”.

Il Mistero della Casa del Tempo ci cattura come una casa abbandonata e scricchiolante: Roth sembra particolarmente deciso a fare del suo film un Evil Dead/Army of Darkness di Sam Raimi in versione PG: tra un Necronomicon che resuscita morti, libri che volano, demoni, mobili e oggetti che si animano, Roth riporta in vita tutta l’inclinazione di Raimi per l’eccesso e l’astrazione. Entrambi i registi sono fortemente legati a Georges Méliès: si pensi al gusto per le meccaniche, per l’illusionismo, al cinema come opera di magia.

E’ possibile, nell’ambito del cinema per ragazzi, tracciare un “insieme ideale”: Il Mistero della Casa del Tempo possiede un legame con la memoria, con l’incantesimo del muto e con la Morte che lo accomuna a film diversi come Hugo Cabret, Il Grande e Potente Oz, Miss Peregrine – La casa dei Ragazzi Speciali e il GGG – Il Grande Gigante Gentile; opere che mescolano fantastico e ricordo, l’infinita passione per il meraviglioso e per la realtà guardata attraverso occhi infantili. Quello di Roth è il film di un bambino che ha costruito la sua vita attraverso l’amore per il cinema.

KNOCK KNOCK di Eli Roth

knock1La critica americana ha dimostrato di non avere un minimo di sense of humor bollando Knock Knock come trash di rara insensatezza. Ed è un peccato, un fallimento critico: non si è percepita la ricerca stilistica (la direzione di Roth è specifica, significante, mai casuale) e ci si è arenati sulla “bassezza” della trama e la risibilità dei dialoghi, senza addentrarsi oltre la superficie. Knock Knock effettivamente è un film scomodo, uno sguardo sul pilastro americano della famiglia, demolito a colpi di martello (esattamente come le ragazze fanno con gli oggetti di casa, simboli del perverso nucleo familiare).
L’incipit del film è importantissimo: penetriamo come intrusi nella casa di Evan, attraverso una voyeuristica ripresa in steadicam; scivoliamo attraverso i corridoi dalle pareti bianche, osserviamo una serie di stucchevoli gigantografie familiari, posizionate all’interno di spazi curati con asettico rigore. Roth realizza un piano sequenza in cui riceviamo stimoli su ciò che definisce, in apparenza, una famiglia modello. La precisione di questa ripresa è quasi subliminale.

Roth ci conduce in camera da letto, dove assistiamo ad un sesso familiare tristissimo e mancato, tra l’impazienza di Evan, la distrazione di sua moglie Karen, e infine l’irruzione dei figli. Evan si lamenta di “aver aspettato per tre settimane”, ma reagisce con rassegnazione; ci appare inconsciamente succube di una moglie autoritaria e di una struttura-famiglia castrante, in cui muoiono i desideri naturali.
Nella casa sperduta nel parco di Evan va in scena quindi lo smarrimento di un uomo che si abbandona ad una momentanea “deviazione” dal proprio percorso di rettitudine. Attingendo da altri “racconti morali” – da Brivido nella notte (1971) di Clint Eastwood, a Attrazione fatale (1987) di Adrian Lyne, Roth introduce il demoniaco femminile: Genesis e Bel, due giovani dall’apparenza innocente, in cui cova il “mostro” sociale, lo scarto, il reietto portatore di un germe distruttivo quanto rivelatore.
Genesis e Bel (le fantastiche Lorenza Izzo e Ana de Armas) ci appaiono come la degenerazione della coppia Gloria Guida-Lilli Carati di Avere vent’anni (1978).
Segnate dal trauma, incattivite, portano avanti la propria vendetta nei confronti del maschio, ipocrita e privo di valori; un maschio frutto della società contemporanea, della mentalità estetizzante e social, del trionfo dell’apparenza. Chi può dar torto a Genesis e Bel quando fanno a pezzi le orribili statue di Karen, e deridono tanto le sue velleità artistiche quanto la pretesa perfezione dell’abitazione?

Keanu Reeves è perfetto nel ruolo di Evan, e le sue limitate doti interpretative esaltano la decostruzione del “padre” americano, rappresentato come un uomo passivo e miserabile, il cui unico spazio personale resta il collezionismo ossessivo e nerd. La prima reazione di Evan nei confronti delle ragazze è di una impressionante bassezza pulsionale, e l’esilarante, geniale battuta “Voi due eravate come una pizza gratis!” è il coronamento del suo pensiero.
Roth si diverte da morire, ma allo stesso tempo registicamente raggiunge la maturità: chirurgico, minimale, circoscrive azioni e caratteri per metterne in risalto la schizofrenia.
Il film ha una chiusa tra le più divertenti del cinema americano degli ultimi anni; uno sberleffo alla distinzione sociale che separa esseri umani di consumo (le due giovani) da quelli investiti di “dignità” borghese (Evan e la sua famiglia), il tutto postato in diretta su facebook. Eli Roth ha il nostro like.

THE GREEN INFERNO di Eli Roth

greeninfeThe Green Inferno è tra i film più interessanti di questo inizio di stagione. Il regista Eli Roth è una voce unica e personale; nel corso della carriera è maturato ed ha definito un proprio inconfondibile stile, a costo di studi, errori, rielaborazione del passato, sperimentazione, ma senza mai perdere il gusto profondo e la passione per il cinema. Perchè quello che distingue Roth da molti, asettici “fabbricanti” di horror (parliamo soprattutto di horror americano mainstream) è l’autentica voglia di creare e giocare con il genere; un gioco che, ovviamente, il regista prende molto sul serio, non smettendo mai di riflettere sull’evoluzione storica del genere stesso, sulle sue ramificazioni e le implicazioni con il sottotesto sociale.
Rispetto, ad esempio, alla perfezione glaciale del tecnico James Wan, o alle innumerevoli filiazioni dell’ormai esausto found footage portato al successo da Oren Peli, Roth si distingue per la verità che mette nel suo lavoro; tra tutti, è il regista più audace, pronto a sporcarsi, a mandare al diavolo l’igienica professionalità industriale per realizzare film pulsanti, imperfetti, corpi vivi e sanguinanti e non cadaveri da dissezionare in sala operatoria. Da troppo tempo siamo abituati ad un “new horror” che vive di repliche, riproduzione tecnica del già visto, citazione scolastica, coazione a ripetere, facilitato dall’uso di un digitale che toglie calore e sangue e va a “pixelare” le emozioni degli spettatori.

Eli Roth invece è alla ricerca del “suo” cinema, e per conquistarlo evita sia le mummificazioni nostalgiche, sia i facili compiacimenti nei confronti di un pubblico sempre più giovane e sempre più malato di deficit dell’attenzione.
Artisticamente resta un idealista e per questo motivo rischia di scontentare molti. I puristi del filone cannibalico anni 70, incapaci di aprire le gabbie del passato, faticheranno ad apprezzare tutta la contemporaneità di cui si nutre The Green Inferno, sia strutturale che sociologica/antropologica; mentre i ragazzini non si sentiranno appagati da un film che nega il piacere facile dell’accumulo: quello che rende “confortevolmente insensibili”.

La chiave estetica di The Green Inferno è la sua capacità di portare i segni della passata lezione di Deodato, Lenzi, Martino, su un corpo filmico che è completamente aderente al tempo presente. E’ un film necessario: Roth ha una chiara comprensione dei deragliamenti contemporanei – ignoranza, balordi estremismi, isteria politica e sociale, vuoto ideale, pornografia della comunicazione, crisi dell’io – e li mette in scena in un luna-park rovesciato. Divorato dalla propria stupidità, l’Occidente finisce nella gabbia dei maiali, tra fango e deiezioni corporali; mentre Roth lo fa a pezzi sullo sfondo di una natura che si ostina a sopravvivere, splendida e atemporale, nonostante la nostra antropologica regressione, che ci ha reso incapaci di esistere al di fuori della produzione/trasmissione di immagini.
Il tempo ha fatto di Eli Roth un regista linguisticamente sempre più raffinato; in equilibrio tra creazione e memoria, in grado di gestire i tempi del racconto e di esplorare lo spazio in forme vertiginose. E di spargere, su tutto, un’ironia brillante: quella che tramuta l’umanità in polvere e scorie dell’universo.