DILILI A PARIGI di Michel Ocelot

Dilili****
Michel Ocelot porta sullo schermo, dopo vari anni di lavorazione, un film abbagliante e anomalo, percorso da sentimenti di gentilezza, dal desiderio di conoscenza, da un senso profondo del rispetto dell’altro e delle diversità; ma tutto ciò attraversa il film come una corrente leggera, senza inficiarne la qualità preponderante: l’essere un oggetto artistico luminoso, l’opera di un artista che non ha smesso di ricercare nuove forme e stili per esprimere la propria visione del mondo.

E nel mondo di Ocelot gli esseri umani sono figure colme di grazia che si muovono su una città bellissima e trasfigurata: Dilili è, innanzitutto, un canto a Parigi, di cui Ocelot sembra catturare l’essenza più lirica. La sua intuizione è stata quella di far dialogare reale e ideale, inserendo l’animazione su background fotografici da lui realizzati nel corso del tempo; fotografie il cui “realismo” è stato purificato artisticamente dalle scorie del vissuto e del quotidiano, e che Ocelot ha impregnato del proprio acuto senso della luce e del colore. Il risultato è una Parigi di sovrumana, immortale bellezza; se il film enumera i tanti protagonisti dell’arte francese – da Proust a Rodin, da Picasso a Tolouse-Lautrec, da Camille Claudel a Sarah Bernhardt – lo stesso regista contribuisce a fare della città un luogo dello spirito catturandone l’intima natura poetica; un evento raro nella storia del cinema, che ci rimanda ad alcuni maestri del passato: Dilili serba infatti suggestioni del René Clair di Sotto i tetti di Parigi (1930), citato nel rocambolesco finale; o del Marcel Carné di Les Enfants du Paradis (1945), cui il film “ruba” lo sguardo etereo e delicato sulla città e i suoi abitanti.

Ocelot crea questo atto d’amore nei confronti di Parigi e dei sentimenti umani puntando ad una simbolica “elevazione”- il dirigibile, le stelle, la purezza del canto – partendo però da un’immersione nel male, celato nelle fogne e nell’oscurità, senza illuminazione della ragione e del cuore.
Cogliendoci impreparati, il colore e la musica di Dilili, il verde e il blu, la gloria dei monumenti, spaccano una crepa nel suolo e ci fanno precipitare in un abisso di abiezione che costutisce il cuore principale del film, la lotta della bambina e del suo Principe: una piega distopica in cui si prefigura un mondo in cui la donna è ridotta in schiavitù, assecondando un “sentire” già annunciato da letteratura e televisione contemporanei (si pensi a The Handmaid’s Tale).

Ecco allora che Ocelot contrappone il nero ai suoi colori, la cecità ottusa e crudele allo sboccio dell’amore e dell’arte. “Voglio combattere la realtà attraverso il reale” ha dichiarato il regista, e la sua soluzione artistica e metaforica è l’opera in cui l’ideale si innesta sulla verità delle fotografie. Un film il cui pregio è anti-didascalismo: la speranza di Ocelot in un mondo di rispetto e tolleranza non diviene facile messaggio, ma un’avventura sfrenata dell’immaginazione, una corsa in bicicletta tra i fiori d’una radiosa e misteriosa Parigi art nouveau.