BOMBSHELL – LA VOCE DELLO SCANDALO di Jay Roach

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Nel film di Adam McKay La grande scommessa, ormai archetipico, la sovrapposizione di fiction e mockumentary, il corteggiamento dichiarato di format televisivi, i montaggi sensazionalistici in stile newsreel ci consegnavano un prodotto spurio, discutibile eppure ribollente (di idee, di ricerca, di desiderio di fare cinema). L’audacia di McKay viene imitata e diluita da Jay Roach in Bombshell, che riduce quel plurilinguismo ad una versione blanda e compromissoria, ottenendo un instant-movie pigro e di facile consumo, agile manifesto dell’era metoo. Ci troviamo di fronte ad un’opera paratelevisiva che sfrutta stilemi ormai familiari del biopic contemporaneo: sguardi in macchina, ritmi da sit-com, moltiplicazione dei livelli narrativi; ma Roach rende l’insieme didascalico e accessibile, sottraendo complessità alla struttura e livellandola verso un “basso televisivo” elementare.

Bombshell non è cinema, ma un imbuto che stringe la realtà restituendola senza sfumature, senza luoghi indefiniti e senza chiaroscuri, per chiudersi con riflessioni moraleggianti in voce off. Quanto è difficile essere donna nella grande società dello spettacolo statunitense? Roach non lo mostra ma lo spiega verbalmente, ed è questa la vera tragedia del film. Non ci sono immagini che non siano funzionali: semplici ritagli di spazio in cui collocare elementi di dialogo, recitati prevalentemente in piano americano. Si finge la “presa diretta” degli eventi, ma in realtà Roach pone lo spettatore all’interno di un comodo bozzolo didascalico, nulla più di un rozzo storyboard.

Il vero protagonista del film è il trucco prostetico, usato a fini iperrealistici per duplicare la realtà: una scelta che mortifica le interpretazioni. La Theron, vittima sacrificale del film (non più attrice ma corpo in prestito), viene messa a tacere da una maschera opprimente; gli strati di lattice sottraggono incandescenza e congelano il volto in una innaturale rigidità. Di Nicole Kidman rimane impresso solo il mento posticcio, talmente invadente da assumere una propria, grottesca autonomia; mentre Margot Robbie, i cui lineamenti restano intatti, è sprecata in un ruolo mediocre e monocorde che ne esalta la bellezza ma ne umilia il talento. Paradossalmente, Bombshell si macchia dello stesso sessismo che vorrebbe denunciare.

ATOMICA BIONDA di David Leitch

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David Leitch è, insieme a Chad Stahelski (con cui ha diretto il primo John Wick), tra i più significativi esponenti occidentali dell’action movie stilizzato, basato non sugli effetti in cgi ma sugli stunt corporali, immersi in un contesto di specchi, luci al neon, arredamenti di design inquadrati con perfetto gusto simmetrico. Si tratta di film d’azione inseriti in un universo parallelo in cui il movimento è espresso secondo coordinate geometriche: ogni combattimento, per quanto violento, è regolato da una matematica interna che lo trasforma in piacere estetico; vere e proprie coreografie improntate alla ferrea armonia delle arti marziali.

Interpretato da una Theron superomistica, ma dalle segrete corde vulnerabili, Atomica Bionda fornisce una variazione al tema della figura maschile solitaria ed individualista, introducendo un personaggio femminile dai pochi tratti essenziali: la bellezza, l’esperienza, il malinconico cinismo, le abilità fisiche ed una cieca abnegazione alla causa; una caratterizzazione appariscente ma schematica, che in breve diviene schiava dei propri clichè. Lo stesso dicasi per i (numerosi) personaggi di contorno, la cui funzione nella struttura narrativa è semplicemente quella di porsi come ostacolo ai movimenti della protagonista.
Leitch ha uno spiccato senso compositivo ma si dimostra impacciato nell’organizzazione del racconto: le scene appaiono giustapposte e si fatica ad individuarne la consequenzialità. Si finisce con l’assistere passivamente ad una collezione di immagini slegate quanto scintillanti, dominate da una Theron aliena, avvolta in abiti che ne fanno un oggetto del desiderio feticizzato e distante: materia onirica fredda e irraggiungibile.

Atomica Bionda, per gran parte della sua durata, non esce dal perimetro del gioco estetico prevedibile; ma Leitch riesce a trovare il riscatto nella seconda parte del film, assecondando la sua passione per il corpo. Se infatti Atomica Bionda è prevalentemente un’operazione di meta-marketing che non esce dalla pubblicizzazione della propria apparenza, Leitch ha un umanissimo moto di ribellione che lo porta a filmare una scena meravigliosa di combattimento in un piano sequenza di 8 minuti, senza accompagnamento musicale (altrove invadente), senza fotografia glamour, nelle squallide scale di un palazzo; otto minuti di pura anarchia in cui regna solo il corpo, il rumore dei colpi, il viso della Theron segnato dalla luce naturale, e il movimento della lotta in tutta la sua purezza ed essenzialità. E’ questa la scena migliore e più autentica del film, quella in cui la Theron è davvero nuda e spoglia (senza la “maschera” della lingerie e degli stivali di latex) ed in cui Leitch mette in scena, brevemente, la trionfante ossessione amorosa dello stuntman per il corpo.