MR HOLMES di Bill Condon


sherlock3_croppedMr. Holmes
è un oggetto incerto, che confonde lo spettatore, cambiando spesso genere: film drammatico, thriller, storico, melò, narrativamente indeciso tra l’immobilità e il tuffo ripetuto nel flashback. Ed è un film che vorrebbe rispettare la classicità del personaggio di Arthur Conan Doyle ma inevitabilmente la trascende, la spezza, la rivede alla luce di un presente tremulo: quello di un’esistenza al tramonto. Del romanzo di Cullin da cui il film è tratto, il regista Bill Condon riprende fedelmente i tre spunti narrativi: tre storie (il 1947, il Giappone e la vicenda di una donna misteriosa) che definiscono l’Holmes del presente, questa figura colma di dignità, luccicanze di passato e fede incrollabile nella logica. Un uomo che è l’incarnazione di una contraddizione – quella portata dagli infiniti interrogativi della vecchiaia, dai rimorsi, dalle ombre, sigillati all’interno di un’anima razionale. Holmes non ha mai ceduto – o almeno così dichiara – al pianto: “la morte, il dolore, il cordoglio, sono luoghi comuni: mi concentro sui fatti. La logica è rara”. Ma il viso del vecchio detective, che il regista inquadra così spesso in primo piano, rivela i dubbi, il tormento. Il film potrebbe inscriversi tutto nel suo volto, negli occhi scavati e brillanti, alla ricerca di un passato che sfugge e scompare.

Se Mr. Holmes, con tutte le sue profonde imperfezioni, la lentezza, l’indulgenza illustrativa, trova una forza coesiva ed emozionale è grazie all’interpretazione di McKellen, che si imprime indelebilmente nel cuore. Ed è sempre McKellen, con la sua smorfia da grido muto, la voce consumata, le mani tremanti, a portare alla luce il vero nucleo del film: la memoria, carica di un respiro sovrannaturale.
Una figura femminile appare/scompare nei sogni; l’immaginazione interferisce sulla realtà e la riscrive; parallelamente, il protagonista si trasforma da emblema di razionalità a uomo che crede ai fantasmi “al di là del muro”. E chi guarda vive un viaggio dalla logica allo spirito, da Conan Doyle a Henry James.
Il film, scricchiolante per la struttura cedevole, le crepe, gli errori, le incoerenze, alla fine si ricompone spontaneamente in una forma. Perchè, come dice il suo protagonista, “Non si deve lasciare questa vita senza un segno di compiutezza”.