UNDER THE SILVER LAKE di David Robert Mitchell

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Imperfetto, inclassificabile all’interno di un genere, intriso di cultura americana (dal cinema, alla letteratura, al fumetto, sino a quello sguardo filosofico che informa le opere di D.F. Wallace): Under the silver lake è un’opera magmatica in cui ribolle il talento non compromissorio di David Robert Mitchell. Più del cult It Follows, che il regista riusciva a contenere all’interno di riconoscibili coordinate horror, Under the silver lake è un viaggio, un fluire che si concede l’attraversamento di molti territori culturali, semantici, linguistici e si abbandona consapevolmente a numerose derive: non teme di perdere identità, anzi fa dello schermo una sorta di pagina bianca su scrivere attraverso la luce del cinema, in preda a (magnifiche) ossessioni oniriche.

Under the silver lake è un corpo-cinema: possiede una mente classica, nasce da Hitchcock e dal noir, da Hammett e da Chandler, ma le sue membra se ne allontanano. Nella messa in scena di questa lunga camminata (Andrew Garfield incede attraverso il tempo e lo spazio come Cocteau ne Il testamento d’Orfeo) Mitchell fa delle immagini i sensi attraverso cui percepiamo la realtà: un atto di profonda fede nel potere divinatorio del cinema, nella potenza di un’arte che trasforma l’invisibile in visibile. Con un simile approccio, il lavoro di Mitchell non si pone limiti di coerenza stilistica (semmai ambisce ad infrangerla): è un progetto di portata monumentale, ambizioso, che il regista è in grado di dominare quasi completamente.

Nello scorrere degli eventi, da un incipit che ibrida Hitchcock e De Palma – perchè l’originale e la sua imitazione finiscono col coincidere all’interno dello sguardo contemporaneo – Mitchell scivola all’interno del ‘900 creando una vera e propria “mappa” simile a quella decifrata dal protagonista Sam, in cui ogni luogo è un’epoca e la sua trasfigurazione in immagine è il suo sentimento del tempo. Occorre davvero un talento sconfinato affinchè i passaggi siano così liquidi e indolori, dal punto di vista narrativo quanto formale: Mitchell ricalca l’arte del sogno e la sua naturale disorganicità, e ci immerge nei generi come fossero paesaggi. Femmes fatales, automobili hitchcockiane (il viaggio di Janet Leigh in Psycho), antri jodorowskiani, il fantasma di Marilyn; e ancora memorie di cinecomics, mostri superomistici wellesiani, ombre di slasher e ibridi donna-animale alla Tourneur.

Garfield incede in uno stato di perenne stupefazione; è un Marlowe altmaniano che però ha anche conosciuto la filosofia oziosa dello Slacker immortalata da Linklater nell’omonimo film. Le soluzioni all’enigma noir (la sparizione di una donna che visse due volte) si sciolgono in un universo nero e impenetrabile in cui il sangue viene lavato via senza conseguenze e l’amore si affianca alla morte – segno di una mutabilità di sentimenti, di una impermanenza del dolore.

James Dean e Janet Gaynor si affacciano sul presente con il loro carico di mistero iniziatico, di presenza rivelatoria ben diversa da quella delle Shooting Stars che vendono la propria fuggevole aura al miglior offerente. E altrettanto iniziatico è il film di Mitchell, con il suo costante offrirsi e sottrarsi allo spettatore, in un’evidenza fotografica in cui dorme una vera foresta di simboli. Under the silver lake si pone ai margini del cinema, nei suoi luoghi oscuri: dialoga con gli archetipi, ne osserva lo sfaldarsi; e questo ne fa un’opera tristissima nonostante l’apparenza ludica. Siamo oltre la morte del Mito: la Golden Age è una chimera di cui si è persa – o si è riscritta? la memoria.

HEAVEN KNOWS WHAT di Josh e Benny Safdie

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(Parte di una serie Safdie Brothers che comprende anche Uncut Gems e Good Time)

I Safdie hanno spesso menzionato, tra gli autori di maggiore suggestione e formativi per la loro visione del mondo attraverso il cinema, l’inglese Mike Leigh e la poetica del “kitchen sink”: ovvero quella ricerca di un’immagine vera, quasi documento sociale, intrisa di malinconia quotidiana e venata di esistenzialismo ma in una forma aliena da intellettualismi; una sorta di tristezza naturale che tingeva opere come Meantime o Life is sweet.
Difficile ritrovare questo sguardo negli allucinati e inarrestabili Good Time e Uncut Gems, sebbene in queste opere emergano primi piani epifanici, portatori di un umanesimo straziante, in grado di fermare la velocità e l’entropia.
Recuperando Heaven Knows What (2014), film mai distribuito in Italia nè in sala nè in home video, si scopre invece un film potentemente “alla Leigh”: la ricerca di un realismo poetico, l’eterno confine con l’onirismo (in una vicenda che intreccia il giorno e la notte in un continuum senza fine), i conflitti elementari di sentimenti acuti e tempestosi sono gli elementi dominanti di un’opera che ricerca, con ogni mezzo, un nuovo realismo adeguato alla percezione contemporanea.

Nel raccontare la vicenda di Harley, giovanissima tossicodipendente legata da amour fou al tenebroso Ilya, i Safdie aspirano a ricostruire un reale più vero del vero. I lunghi primi piani, le inquadrature di mani, gesti, parti del corpo devastate da una esperienza del vivere estrema si inseriscono in un contesto spaziale newyorkese documentaristico: i diners, i marciapiedi, le scale della metropolitana, i bagni pubblici luridi e i miseri appartamenti condivisi.
Lo sguardo dei Safdie non è mai perverso nel posarsi sulle cose e sugli esseri umani: non vi è una sola immagine che non sia pura. I due fratelli registi sono sinceramente innamorati della propria protagonista – Arielle Holmes, che interpreta se stessa in questo script tratto dalla sua autobiografia Mad Love in New York City – e riprendono senza alcun sensazionalismo il malato desiderio di vita e d’amore, il tragico anelito al “sentire” che la conduce alla dipendenza – sia di sostanze quanto amorosa.

I Safdie comprendono quanto un nuovo realismo vada adattato alla condizione dello spirito contemporanea – schizofrenica, irrequieta, corrotta da deficit dell’attenzione: in Heaven Knows What ha una funzione fondamentale il montaggio, libero e significante come nella Nouvelle Vague. Il linguaggio dei Safdie, così apparentemente selvaggio, talora quasi automatico – si veda la sequenza del “ballo” liberatorio dei giovani tossicodipendenti, in cui il flusso di immagini viene segmentato in una ipnotica trance al ritmo della musica cosmica ed elettronica di Ariel Pink – è in realtà profondamente filosofico; il film, così come i successivi, è un manifesto di cinema devoto alla realtà presente, di cui vuole cogliere ritmo, velocità e coscienza. L’alterità di una colonna sonora aliena, le occasionali immersioni nel colore irrompono in riprese alla ricerca di una verità cruda e brutale.

Ma di Heaven Knows What si conserva anche la testimonianza di un amore infinito e romantico, totalizzante come una droga e pulsione primaria, che i Safdie sanno filmare con un rispetto e una intuizione in grado di coglierne l’invisibile. Quello tra Harley e Ilya è un legame che fa irruzione nel freddo contesto newyorkese: una passione affaticata dal suo essere intrusa nel gelo metropolitano dei bisogni, degli individualismi e della sopravvivenza. Le parole d’amore che Harley dedica a Ilya sono tra le più belle mai scritte, e sorprendono per la chiarezza razionale, per la lucidità nel maneggiare un sentimento osservato in tutta la sua vastità e gratitudine: “Ilya mio amato, per me sei stato un principe (…). Mi hai introdotto in mondi che non conoscevo, il lato più dolce di me stessa che nemmeno sapevo esistesse; e naturalmente, anche un lato oscuro. (…). Tu mi hai resa capace di crescere: tutto ciò che sono oggi viene da te”.

GOOD TIME di Josh e Benny Safdie

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(Parte di una serie Safdie Brothers che comprende anche Uncut Gems e Heaven Knows What)

Può un film essere al tempo stesso la sintesi dello stato di allucinata frenesia contemporanea e un canto doloroso dell’uomo e del suo smarrimento esistenziale? Good Time spesso interrompe l’azione e le ampie vedute spaziali con stacchi laceranti sui volti: primi piani essenziali, lontanissimi dall’abuso che oggi si fa di questo tipo di inquadratura, ormai sfruttata per estorcere allo spettatore una risposta emotiva. I primi piani dei Safdie sono cassavetesiani – c’è solo un profondo, sofferto umanesimo nell’avvicinarsi dei due registi ad un volto, colto nella sua nudità, nella sua disperazione, in un hic et nunc che è linguisticamente elevato a paradigma. I Safdie si fermano su quella “parte per il tutto” che è il paesaggio del volto, poi tornano con una rapidissima macchina da presa “dentro” la città, dentro le strade, dentro le case. E’ una macchina da presa convulsa e immersiva – come in Uncut Gems, lo sguardo cinematografico dei Safdie è sempre un “penetrare” le cose, addentrarsi, che sia un budello urbano, un claustrofobico pianerottolo, o le molli pareti di un colon. Cinema veramente interiore, che parte da un “totale” metropolitano per poi individuarne le storie, il particolare.

Good Time racconta una vicenda di amore e disperazione, di legami familiari, di personaggi (interpretati magnificamente da Robert Pattinson e Benny Safdie) che deragliano per la loro incapacità di assimilarsi all’alterità del presente. Un distacco digitale informa il film, i cui colori sono acidi e irreali: rosa, gialli, luci nere e psichedeliche; la rappresentazione di uno stato di impossibile vita naturale, all’interno del quale l’essere umano risulta intrusivo. Il rosso del sangue, il pallore dell’incarnato cozzano con l’artificiosa palette dell’algida società liquida.
Analogamente, il synth astrale della colonna sonora di Oneohtrix Point Never magnifica l’onirismo del racconto, sospeso tra incubo e viaggio inziatico: l’antieroe Connie è il rovescio di una figura mitologica antica – agisce mosso da un istinto pulsionale, le sue azioni non hanno alcuna spinta etica se non il primigenio sentimento per il fratello Nick; il loro legame selvaggio, profondo conferisce a questa notturna odissea un senso di necessità ineluttabile.

A sua volta, Nick riconosce in Connie l’unica forma di amore: Good Time concentra molti primissimi piani su Nick, e sono immagini cariche di un dolore quasi insopportabile, che si insinua nella struttura “di genere” del film per disgregarla. Quello dei Safdie è un thriller dalla sensibilità acuta e esistenzialista, uno spaccato iperrealista che turba e commuove. Ma i Safdie non smettono di stupire, e così come l’azione è puro dinamismo e movimento, anche il genere in Good Time è in perpetua mutazione: dallo slapstick, alla comicità alleniana (la scena della rapina non può non ricordare Prendi i soldi e scappa), alla malinconia delle fughe cinematografiche settantesche fino ad un futurismo al neon in cui ogni realtà pare sfaldarsi. Per i Safdie “pace is in a sense a character”, ovvero il ritmo è, in un certo senso, un personaggio*: e questa è una dichiarazione teorica, un manifesto di stupefancente intelligenza, che sintetizza la capacità dei due giovani registi di comprendere e ritrarre il contemporaneo.

*(da un’intervista al Los Angeles Times)

collegato: UNCUT GEMS di Josh e Benny Safdie

UNCUT GEMS di Josh e Benny Safdie

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(Parte di una serie Safdie Brothers che comprende anche Heaven Knows What e Good Time)

Non è cinema “nuovo”, Uncut Gems; eppure scintilla come tale, si staglia con una luce differente. E’ questa la grandezza degli artisti: utilizzare i linguaggi e i generi codificati e imprimere loro una spinta entropica verso il futuro, assorbendo la stato d’animo di un’era.
I fratelli Safdie, forti d’una giovinezza colta ed esuberante, si sono formati su un cinema eterogeneo: amano dichiaratamente il cinema civile, lo stile “kitchen sink” di Mike Leigh, il grande umanesimo di John Cassavetes (da cui hanno appreso anche la “mobilità”, la particolare abilità di catturare l’aria colma di emozioni) e i grandi ritratti urbani di Scorsese, in cui l’instabilità del singolo è colta all’interno di una schizofrenica galassia metropolitana (strade, scorci cittadini, flussi umani in movimento, vertigini spaziali, alveari abitativi). In Uncut Gems confluiscono generi, ricordi: la violenza di Tarantino e Tony Scott, l’alienazione di Ashby, la decostruzione di riti e cultura Yiddish dei fratelli Coen. E’ un cinema la cui struttura si compone di elementi puri e inattaccabili, ricomposti secondo una visione perfettamente contemporanea: lo sguardo lucido, proteiforme e controllato dei Safdie.

Uncut Gems estrae dalla Storia un cinema che incarna il perpetuo spostamento contemporaneo (attraverso spazi: contiguità, e attraverso significati: metonimia) e elegge a proprio (anti)eroe Howard Ratner, un personaggio mosso dai demoni interiori. Vizioso ma non perverso, bugiardo ma con una propria innocenza, dominato da un istinto all’azione irriducibile: l’uomo-impermanente, agitato, convulso, puro istinto.
Adam Sandler è il volto di questo protagonista alterato, in preda a un dinamismo folle eppure nitido; ed è talmente bravo da prestare le contraddizioni del proprio corpo alle esigenze di una società al di là dell’umano, oltre ritmi e sentimenti naturali.
Sandler pesto e livido, con il naso rotto, gli occhiali in frantumi, la voce spezzata da un pugno. Sandler che urla, che si accende di adrenalinici entusiasmi e di cui leggiamo in volto il rapido passaggio di emozioni, rabbie e caos interiore. Un groviglio di vizi, desideri, avidità, impulsi sessuali, esibiti nel loro stadio più primario. E’ impossibile non amare Ratner/Sandler per questo ritratto di puro esistenzialismo contemporaneo, tra superstizioni, cabala, la vanità luccicante del successo, il feticismo degli oggetti, il tutto in un quadro di apocalittica disumanizzazione collettiva e culturale.

Daniel Lopatin (meglio conosciuto come Oneohtrix Point Never) suona le sue tastiere spaziali e crea la più bella colonna sonora, emblema di un mondo raffreddato nell’alta definizione, nel digitale, il cui gelo si riflette negli animi e nelle sequenze affilate. Tutto scorre nel mondo di Howard: soldi e oggetti cambiano di mano, svaniscono o riappaiono nel delirio di una scommessa. Uncut Gems è il trionfo dell’irrazionale, girato con ritmo entusiasmante, una droga di immagini, montaggi visivi e sonori. Non è più tempo di anni ’90, di true romance, di giovani ingenui cui viene offerto un domani; e intanto Gigi D’agostino suona L’amour toujours nel più bel finale metafisico degli ultimi anni.

PICCOLE DONNE di Greta Gerwig

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In Piccole Donne la Gerwig ha mantenuto, delle sue origini nel cinema indipendente assieme a Baumbach, il desiderio di spezzare il racconto, fissarlo in una narrazione frammentaria e proprio per questo pià simile alla vita – una vita fatta non di fluire cronologico, ma di lampi, ricordi, emozioni, slanci musicali, contrappunti verbali. Questo almeno era ciò che accadeva in Frances Ha, e la Gerwig tenta di riprodurre un’impalcatura di vita all’ultimo respiro – perchè in fondo lo stile spezzato rimanda sempre a lui, il grande Godard – ma Piccole Donne è troppo sterile e conservatore perchè basti un montaggio non lineare a svecchiarlo.

Cosa è accaduto alla Gerwig, e cosa è accaduto al cinema indipendente? Sia lei che Baumbach sembrano cercare un ritorno al cinema borghese, alla recitazione enfatica, alla stilizzazione estrema da cui la vita vera, vibrante, resta tagliata fuori.
Ogni scena di Piccole Donne è completamente messa in posa: dalle pieghe degli abiti alla frutta sulla tavola, dalle discese a perdifiato giù per le scale agli innocui litigi tra le sorelle. In un trionfo di mosse, vezzi, innocenza esibita, cesti di dolci portati in grembo e capelli appena messi in piega, ci si domanda dove sia la freschezza moderna di cui parla la regista, dove sia l’attualizzazione, ma ancor più dove sia la verità in un film del genere.

Nel suo scomporre il racconto in un cut-up che si vorrebbe sfrontato e renitente a ogni classicità, la regista finisce col rivelare la sua paura del vuoto: al pubblico non viene dato modo di riflettere nè sull’enigma del tempo, né sui silenzi, né sulle voragini di emozioni, sentimenti o incomunicabilità; la Gerwig taglia e rimonta ma copre il suo racconto accidentato d’un tappeto sonoro e musicale – l’invadente colonna sonora di Desplat – per rendere morbido il tragitto ai suoi spettatori. La dolcezza di Desplat ci accompagna sempre, fodera le asperità, la quiete, le lacune. Un vero horror vacui muove la visione cinematografica della Gerwig, che ci ottunde di pienezze pittoriche e sonore.
Le inquadrature, spesso abilmente ricalcate su dipinti celebri (es. di Dante Gabriele Rossetti o John Everett Millais) si ammantano d’una artisticità citazionistica; ci troviamo davanti a una soave riverniciatura fotografica di estetiche pittoriche accessibili e note, illuminate in toni caldi.

Le ragazze sorridono e si agitano: le vediamo recitare, le vediamo consegnare la battuta mentre tutt’intorno la macchina da presa della Gerwig rotea, danza, s’innamora di trine e tendaggi, offrendo il più trito e lezioso stereotipo di “femminile”.
Jo, alter ego della regista, è colta dall’estro creativo in piena notte e scrive, mescola fogli, li sparpaglia a terra in un tripudio di candele; scrive supina, sdraiata, accovacciata sulla poltrona, penna in bocca e capelli scarmigliati. Tanta falsità è disprezzabile, soprattutto perchè incornicia l’espirazione femminile in un quadro di graziosità che non perde compostezza nemmeno nello scuotimento dell’ispirazione. Non si ha mai la sensazione che l’arte sia una sofferenza, capace di abbruttire, segnare il viso, turbare i rapporti. La preoccupazione per l’apparenza turba l’estro della pur talentuosa Gerwig, che appare ormai fagocitata dai modi più tristi del cinema americano dei padri.

JUDY di Rupert Goold

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***1/2
Mi aspettavo davvero poco da Judy, che prefiguravo come l’ennesimo biopic su una star da divinizzare o martirizzare secondo i dettami del nuovo gusto cinematografico: le biografie apologetiche e sterilizzate – dai Queen a Elton John – si sono rivelate un genere di facile successo, soprattutto perchè, pur nello splendore della confezione e nella virtù di una regia estremamente curata e non di rado visionaria (soprattutto nel caso di Rocketman) hanno sottratto ogni germe di sgradevolezza per restituirci il personaggio in una condizione etica aurea. L’asessualità del Freddie Mercury finzionale, il senso di colpa dell’Elton John di Taron Egerton costituiscono stati di perenne espiazione attraverso i quali gli artisti venivano consegnati intatti al pubblico, pronti al consumo familiare, basi per karaoke collettivi e misticismi di massa.

Sarebbe stato semplice, per Goold, seguire il percorso aperto dai predecessori (in particore dalla furbizia del talentuoso Fletcher), ma la sua Judy non è un’immagine votiva. Goold ne mette in luce le sgradevolezze – dall’incapacità di rispondere con rigore alle proprie responsabilità materne, alla debolezza sentimentale, alla propensione al vizio – eppure questa Judy traballante, incerta, colma di fragilità ma con una tensione incrollabile all’arte e all’arcobaleno è tra i personaggi più facili da amare incondizionatamente.
Merito in parte dello sguardo di Goold, che fa di tutto per restituirci la donna e l’artista nella sua interezza – intenzione rispecchiata da una regia che osserva Judy con attenzione maniacale in ogni suo gesto, scrutandola in primo piano o in campi medi e lunghi, osservandone il corpo, la vulnerabilità, il modo timido di eludere lo spazio e poi di conquistarlo e farlo proprio: ecco, Goold sa collocare il corpo di Judy nel contesto e fa di queste particolari inquadrature il rapporto dell’attrice col mondo, la traccia della sua difficoltà di vivere.

Ma il merito maggiore appartiene tutto alla Zellweger, che si presta al ruolo con una generosità rara, quasi offrisse la propria vita alla realizzazione di un ritratto in cui spirano verità, autenticità, sofferenza, amore. La bellezza dell’interpretazione della Zellweger è proprio la sua imperfezione: l’attrice non sceglie la passività di una performance mimetica e mantiene tracce di sè – i tic di troppo, le labbra corrucciate, una certa postura delle spalle che è tipicamente “da Zellweger”: eppure tutto ciò contribuisce a creare una figura femminile più vera del vero. La Garland brilla attraverso i suoi occhi e torna alla vita in un corpo capace di rivivere le sue sofferenze e ripensarne il dolore; questa sovrapposizione di passato e presente ci porta sullo schermo un fantasma che ritrova la gioia di un corpo in cui rinascere, ripetere ciò che fu, trovare quasi una liberazione. Perchè allo spettatore, alla fine, resta la sensazione che Judy sia finalmente libera, sospesa nell’aria, priva di tormenti e finalmente ascesa alla luce eterna delle stelle.

PROMARE di Hiroyuki Imaishi

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Lo Studio Trigger si distingue per un’animazione che rifugge tanto il lirismo meditativo di Makoto Shinkai quanto il realismo fantastico dello Studio Ghibli: il motto dello Studio, la cui direzione artistica è affidata Hiroyuki Imaishi e Kazuki Nakashima, potrebbe essere “tempesta e assalto” proprio per l’impeto creativo ribollente e fuori del comune. Nello spazio di 111 minuti, Imaishi e Nakashima creano uno spettacolo viscerale e dinamico, del tutto intenzionati a vincere le barriere spaziotemporali e ricreare una dimensione unica, le cui leggi appartengono solamente agli artisti.
La loro visione è nutrita di ossessioni personali: i due autori coltivano fieramente il proprio cinema “delle origini” – che va a identificarsi nel genere mecha di Mazinga o Goldrake – ma lo sparano in un’orbita stellare di pure immagini future. Imaishi e Nakashima pensano in 3D, sollevano le immagini nell’aria e trapanano il muro dei piani innescando vertigini spaziali. Bizzarra la palette di colori, che predilige la dolcezza dei rosa o l’allegria di gialli acidi per erigere un mondo di cruda violenza e fiamme brucianti: una scelta di surrealismo estetico che rende ancora più traumatica la percezione di uno stato di sopraffazione e morte, cui è sotteso lo spettro di irrazionali totalitarismi e folli ambizioni eugenetiche.

In Promare, i Burnish rappresentano una scottante diversità da annientare dopo averne risucchiato energia vitale: il film ne mette in scena l’olocausto con passaggi rapidissimi dal particolare all’universale, dal singolo corpo cui viene estratta la vita a una infinità di corpi trasformati in semplici tracce geometriche e cromatiche. Questo disvelamento (dal primo piano al totale) è tra le sequenze più forti del cinema contemporaneo: nella sua stilizzazione, veicola il potente e terribile concetto della riduzione dell’uomo a massa informe; una enorme fossa comune, o una camera a gas globale.

Ma a Hiroyuki Imaishi e Kazuki Nakashima interessa inserire il soggetto, senza per questo indebolirlo, nel puro spettacolo di un’animazione avanguardistica: Promare crede all’arte come strumento di godimento estetico e illuminazione intellettuale, ma anche come anarchica espressione del proprio genio irriverente e alieno a codici e convenzioni: si veda la dolcissima e naturale ambiguità sessuale dei due protagonisti, lontana da machismi e forte dell’idealismo della giovinezza.
Le sequenze d’azione sono d’una bellezza da togliere il fiato, sfidano le forme, lo spazio, lo piegano e lo esplorano in un trionfo di altezze, rotazioni, profondità; Imaishi e Nakashima sono talmente bravi da consentire al proprio pubblico di seguirne la successione, pur nel suo dinamico accelerazionismo, senza alcuna difficoltà ( a differenza della goffa e approssimativa action digitale di tanto cinema americano).

Lo stile prescelto è netto, affilato, di apparente semplicità: ma Promare vive di contrasti e contraddizioni, e questa essenzialità si arricchisce di stratificazioni geometriche, riflessi, sovrapposizioni  esoteriche di quadrati e triangoli che diventano anche le figure-simbolo di elementi primari.
Mazinga incontra l’avanguardia russa alla Malevich e si impianta geneticamente nell’estetica videoludica: eppure questo gioco di contaminazioni non è sufficiente a descrivere l’indicibile lavoro di Promare, una delle punte più estreme e brillanti dell’animazione sperimentale e ricerca di un linguaggio che riscriva l’immaginario contemporaneo.

PINOCCHIO di Matteo Garrone

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Il Pinocchio di Garrone nasce dalla profonda attrazione del regista per il fantastico e il fiabesco: attitudine che appare, come un velo d’incanto, nei suoi titoli più differenti. Garrone è ostinatamente irriducibile al mero realismo: ogni sua inquadratura contiene indizi di un oltre, che si tratti di un orizzonte plumbeo e sovrannaturale, di un corpo di cui intravediamo le ossa, di una periferia sospesa tra cielo e terra. La favola di Pinocchio permette al regista di congiungere le direttive principali della sua ispirazione – il fantastico e il popolare – attingendo non soltanto al testo letterario, ma a una mappa di ricordi cinematografici ricomposti, miracolosamente, in una dimensione (un vero mondo a parte) dai tratti fortemente personali.

L’attrazione per i Freaks, per il teatro spaventoso del primo novecento, l’esibizione della diversità e delle deformazioni, con Davide Marotta come Harry Earles per Tod Browning: il Pinocchio di Garrone apre un numero di sipari su un racconto frammentario e episodico e mette in scena un sogno che ha quasi sempre caratteristiche d’orrore; in questo narrare, la vita e la morte si accompagnano con naturalezza, mentre lo “scarto” dalla normalità è la ferita sanguinante del vivere.

Se Garrone, quasi con occhio rinascimentale, crea spazi e sfondi di indefinita bellezza, avvolti nella nebbia, squisiti nella rappresentazione di un paesaggio lontano (quasi una promessa di armonia naturale), contemporaneamente dedica i primi piani alla rappresentazione dell’umano: una umanità viva, zoppa, sporca e in movimento: è possibile sentirne gli odori, udire il rumore mormorante di botteghe, artigiani, ladri, osterie. Il popolo convive con creature di mezzo: antropomorfe, sghembe, materne e accoglienti come la lumaca e i suoi umori, o grottesche come lo scimmiesco giudice, emblema dei paradossi kafkiani della burocrazia.

Il mondo umano e animale si sovrappongono: bestialità dei comportamenti, trasformazioni fisiche. Garrone attinge a Un Lupo Mannaro Americano a Londra di John Landis per la spaventosa mutazione dei monelli in ciuchini: scene di puro orrore in cui si gode di una ispirazione tanto eterogenea. Il regista ruba al cinema americano degli anni ’80 – compreso Labirynth di Lucas/Henson, ma come non riconoscere, nei due dottori dalle teste d’uccello, anche una suggestione del Judex di Franju?
Ricordi del cinema italiano – dai Taviani a Fellini – si intrecciano, amorosamente, con l’entertaiment hollywoodiano; il cinema d’autore si immerge nella dolcezza spielberghiana, e la nostra terra scabra scopre di avere un mare delicato, magico come in La forma dell’acqua di Guillermo del Toro.

Non smetteremo mai di ringraziare Garrone abbastanza per il suo rifiuto della cgi più volgare, per la sua preferenza di un incanto artigianale, un volto di legno di cui puoi sentire le incanalature, toccandole con le dita. Il regista fa un uso intelligente degli effetti digitali, se ne serve per addolcire una concretezza sensibile. E come il meraviglioso Geppetto di Benigni – che qui, finalmente, è di nuovo uomo e interprete struggente, non più personaggio schiavo di se stesso – conosciamo l’amore, il cuore che batte, la paura invisibile e il coraggio di un bambino (come Jean-Pierre Leaud ne I 400 colpi) di fronte al mare.

STAR WARS: EPISODIO IX – L’ASCESA DI SKYWALKER di J.J. Abrams

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C’è una profonda incompatibilità tra “la materia di cui sono fatti i sogni” allestita negli episodi classici di Star Wars (dal ’77 all’ 83), di cui l’Episodio VII costituisce una sorta di nostalgico ologramma – come l’Elvis di Blade Runner 2049 – e il meraviglioso messo in scena in questo Episodio IX – L’Ascesa di Skywalker.
Abrams, così innamorato e calligrafico nel film del 2015, si immerge nello “stato d’animo Disney” (una condizione talmente concreta da poter essere rappresentata come una tela di Boccioni) e sembra dimenticare il Mito essenziale di cui la saga originale si era fatta portatrice: i deserti, i personaggi-archetipi, il contesto fiabesco/junghiano in cui le astronavi si spostano con una ieraticità che attraversa il Tempo.

Star Wars IX- L’Ascesa di Skywalker è un corpo senza forma su cui si affastellano stili, alla ricerca di un immaginario eterogeneo che possa soddisfare una pluralità di utenti: l’azione è ultraveloce e priva di continuità, atta a riprodurre un montaggio da cinecomic; i personaggi perdono profondità e luce, prediligendo dialoghi screwball in cui una gragnuola di battute prende il posto di una più ampia riflessività; i droidi sono ridotti a comica distrazione infantile.

Ma la più grave manifestazione del nuovo Star Wars IX è l’assenza di due elementi fondanti dell’esperienza umana – e di conseguenza della sua rappresentazione mitologica: la morte e il sesso. La morte è trattata come evento addomesticabile, da disattivare mediante ri-nascite, incantesimi o abusi della forza; nel mondo Disney morire non è un trapasso definitivo: rassicuranti aldilà, fantasmi comprensivi e paterni, possibilità di un ritorno privano la morte del suo terrore e inconoscibilità.
Parallelamente, il sesso è il grande rimosso di questo episodio; e se Kylo Ren (l’eccezionale Adam Driver), con la sua pulsionalità volitiva e fisicità conturbante rappresentava nell’Episodio VII una minaccia all’innocenza disneyana, l’Episodio IX si adopera per neutralizzarne l’ombra, il profilo perturbante e la caratteristica di portatore di “buio” (capace di annebbiare l’austerità di Rey). Il Kylo Ren del 2019 è un corpo disinnescato, che ha tramutato in affetto l'(auto)distruzione passionale.

Non mancano isolati momenti di grandezza: il duello tra Ren e Rey, sullo sfondo di un mare in tempesta mutuato da un dipinto di Hokusai, possiede una bellezza straziante ed è la più viva rappresenzione della dicotomia amore/dolore che attraversa tutta la Saga: le onde, di suggestione romantica, travolgono la fragilità delle esistenze, in balia delle necessità e di se stessi. Ma le due ore e mezza di film scorrono come un reiterato tradimento, un desiderio di ottundere i sensi con l’eccesso – di movimento, di immagini, di ritmo, di personaggi – per supplire all’incapacità di corrispondere al desiderio di Mito.

Nel 1977 l’America aveva finalmente vissuto se stessa attraverso una personale mitologia, in cui il Western si incrociava con figure primigenie e modelli eterni propri dei canoni antichi – dalle leggende omeriche, alle peripezie ariostesche, all’amore cavalleresco. Il 2019 ripropone, stancamente, uno Star Wars adattato alla volgarità contemporanea, alla sua superficialità e teoria del sovraccarico. Non c’è Mito senza una linea – filosofica, artistica – cui legare i destini e i caratteri.

L’UFFICIALE E LA SPIA di Roman Polanski

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Uno dei film più potenti degli ultimi anni; un’opera che risuona con forza nel presente, mettendo in scena la Storia e la sua lunga ombra sul contemporaneo; ma anche un teorema di giustizia, un desiderio di altezza verso una società ideale in cui un disegno universale di verità possa affrancare l’umanità dalla caduta. E’ un film bellissimo, L’ufficiale e la spia: Polanski allestisce con lucidità cristallina un episodio capitale di storia francese universalizzandolo con lo stile, con la sua altissima regia che crea risonanze, ponti tra le epoche, disseminando il racconto di suggestioni, trasalimenti, chiavi di lettura applicabili al presente. Ci vuole un artista magistrale per trasformare il passato in eternità: e Polanski, con una macchina da presa che esplora il Tempo estraendone un percorso, un eterno ritorno, senza mai diventare piatta didascalia ma affrescando – come i più grandi pittori – il ritratto di un periodo e di uomini che ne hanno scritto il buio e la gloria, induce a ripensare alla vita, al nostro contesto storico e alla morale individuale che ci guida.

E’ un film profondamente romantico, L’ufficiale e la spia: ci ricorda, foscolianamente, che “a egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti”, ma è anche un film profondamente contemporaneo per l’asciuttezza con cui risolve le sorti dei protagonisti: non vi è una sbavatura sentimentale, ma solo la luce di cui il regista illumina il suo Picquart, Jean Dujardin, creatura imperfetta ma sorretta dalla verità.
Polanski è un regista di spazi – lo spazio della minaccia, delle ampie stanze del potere, degli stretti cunicoli delle prigioni e lo spazio selvaggio dell’Isola del diavolo, su cui viene isolato Dreyfus – ma è anche un regista di volti, sensibilissimo nella direzione degli attori: se Dujardin è il corpo su cui scrivere l’Ideale tra le pieghe di una vulnerabilità mai celata, Garrel è l’innocenza/resistenza dura e sgradevole, la ferita che sanguina ma su cui non viene mai meno l’amore per la patria.

L’ambiguità è la parola chiave di quest’opera che emerge forte di chiaroscuri, di animi mai afferrabili, di contraddizioni poetiche o filosofiche di cui si compone l’esperienza umana. Lo spettro dell’irrazionale cala su un popolo animoso, acceso dall’antisemitismo: Polanski ne contiene la furia all’interno di perfette inquadrature, contenendo lo stridore di impulsi ed emozioni dentro “stanze” stilistiche di compiuta armonia; allo stesso tempo si abissa nell’onirismo di sequenze terribili, in cui la punizione (di Dreyfus) assume le forme di un inferno dantesco.
La città, animata di uomini, militari, prostitute e vita quotidiana all’ombra di cafè e mercati, ha un suo odore di sterco di cavalli, fogne, pioggia. Ad ogni elemento di luce e razionalità Polanski contrappone il basso, l’impulso, l’assenza di morale. Su L’Aurore campeggia, forte e immortale, il J’accuse di Zola; una società conosce la decadenza, la morte e la rivoluzione. Polanski crea la sua tela: come Renoir, Tolouse-Lautrec o Manet.