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“Uno stilista che si è messo in testa di essere un autore”: non sono pochi i critici ad aver posto un tale snobistico distinguo, ma per fortuna il cinema è grande e se ne frega di queste discriminazioni. Quello di Tom Ford è il film di un outsider che spazza via la noia cronica del professionalismo per avvicinarsi al mistero dell’immagine con la freschezza e il coraggio dell’amante. Ed è proprio l’audacia a stupire, in Animali Notturni; superiore allo spirituale A Single Man, che esplorando una duplice morte (quella dell’oggetto amato, e quella parallela del protagonista, inghiottito dal nulla e dal dolore) ci aveva rivelato la predilezione di Ford per un cinema di “crisi”.
In Animali Notturni lo choc sconquassa sia la materia narrata che la forma: dopo i destabilizzanti titoli di testa, Ford ci introduce in una soap opera di linguaggio televisivo, con primissimi piani, personaggi dall’eleganza parossistica e atmosfere melò (di un’astrazione così grottesca da ricordare la soap inventata da Joy di David O.Russell). In questo contesto di finzioni sociali, che si sublimano nell’effimero sensazionalismo dell’arte contemporanea (“sono stanca dell’arte”, dice Susan/Amy Adams, lasciando affiorare i conflitti e le ipocrisie del vivere), Ford inietta la brutalità di un’altra finzione: quella letteraria/cinematografica, che però si fa più vera del vero e scuote Susan dalla sua passività spalancandole la ferita.
Dal gelo dello sceneggiato iniziale, veniamo gettati in un secondo film – sporco, violento, iperrealista – e per lo spettatore è infinito il piacere degli occhi che deriva da questo cinema di contrasti stilistici e livelli narrativi. Ford è indubbiamente un cinefilo e in questa deviazione “di genere” che infetta la vita patinata, cadaverica di Susan (non a caso compare un’opera di Hirsch) il regista trasferisce tutta la sua passione per il noir più brutale – Ulmer, Aldrich, i cani di paglia di Peckinpah, il rape and revenge settantesco. Attraverso un montaggio libero da convenzioni, talvolta azzardato, mosso da passione, Ford alterna, sovrappone, interrompe i due livelli, con una poesia di dissolvenze incrociate e rimandi iconografici. Ma non è tutto: dal momento che il cinema è anche memoria, Ford apre un terzo piano narrativo in cui prendono vita i ricordi di Susan. La vita che imita l’arte che imita la vita: attraverso Susan, Ford ci costringe a guardare tutti noi consumatori di cinema, ci mette di fronte al nostro voyeurismo e processo di identificazione.
Sembra complesso, ma in realtà Animali Notturni fa ciò che da sempre fa il cinema: apre ricordi, immaginazioni, derive del pensiero, in completa autonomia temporale. L’assenza di una coerenza stilistica o cronologica è la chiave del film di Ford, al cui interno confluiscono una pluralità di suggestioni, dalle contemporanee astrazioni di The Neon Demon di Refn, alle memorie dei B-movies più anarchici. Eccezionale il cast, fino ai coprotagonisti (il cattivo interpretato da Aaron Taylor-Johnson è memorabile e ruba la scena); ma è Amy Adams la musa malata di Ford, la femme che non può più essere fatale.
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Dopo un’ottima annata per il cinema italiano, che ha visto affacciarsi film originali, intensi, tecnicamente curati e artisticamente ambiziosi – in poche parole film che volevano essere cinema, e non solo fiction rai su grande schermo – ci ha pensato Cristina Comencini a ricollocare lo standard nostrano su infimi livelli. Ci si domanda come sia possibile che una regista di provata esperienza come la Comencini abbia potuto realizzare un prodotto così dilettantesco, impresentabile, frettoloso; è possibile pensare di ingannare lo spettatore a tal punto, ignorando persino i basilari requisiti di confezione del prodotto?
Ho visto Bad Moms in una sala gremita di spettatori prevalentemente giovani, del tutto coinvolti nelle vicende delle protagoniste; un pubblico (in maggioranza femminile) che ha riso in totale abbandono, pianto, e applaudito in un paio di scene, amplificando la mia esperienza in un tuffo collettivo emozionante e quasi anacronistico. La commedia popolare ha una funzione immaginaria importantissima che chiunque si occupi di cinema non può ignorare; anche se, va detto, Bad Moms diverte (molto) ma non sovverte, e tranquillizza invece di destabilizzare.
Di cosa parla Herzog quando parla di internet? Si esce da Lo and Behold con la sensazione che il regista tedesco abbia intenzionalmente eluso l’argomento muovendosi ai margini. Il film, sebbene radicato nella contemporaneità, sembra un prodotto degli anni ’70, tra l’educational, la burla e il mondo movie; un documentario fatto di brevi segmenti isolati, in cui la tecnologia è l’alibi per l’osservazione capillare di un’umanità bizzarra, che sul proprio corpo porta i segni di attitudini tra il geniale e il patologico.
Ci sono molti primi piani di Kristen Stewart in Café Society: il suo volto appare soffuso da un’aura luminosa, le linee sono leggermente sfocate, come se emergesse da un sogno. Proprio come il volto di Barbara Stanwyck, l’attrice preferita di Vonnie (il personaggio della Stewart), o Jean Harlow, splendenti attraverso il filtro velato tipico della golden age di Hollywood.